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La rivoluzione aleatoria

Le democrazie sono in pezzi, votare non è più democratico. Come la democrazia aleatoria può salvarci.

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Illustrazione: Luca Accorsi

Contro le elezioni ha il taglio delle idee brillanti.

Brillanti come la carriera giornalistica di David Van Reybrouck.

Ho sviluppato una sorta di dipendenza psicologica per questo autore, sin da quando lessi tempo fa un estratto di questo suo libro, a quei tempi non ancora pubblicato in italia.

Quando parlo di idee “brillanti” mi riferisco alla semplicità con cui concetti vecchi e polverosi vengono trasformati in pensieri nuovi, terribilmente affascinanti, ed esposti dopo accurata lucidatura.

Sotto esame vengono messe tutte le democrazie occidentali e non, basate sul consolidato sistema partitico, sulle libere elezioni, le separazioni dei poteri e i politici di professione.

Proprio in queste forme di governo, [ritenute “liberali per eccellenza], negli ultimi tempi si è vista crollare vertiginosamente la fiducia dei cittadini nei confronti dei loro sistemi di potere e autorità. Anno dopo anno, l’emorragia di voti che fa seguito ad ogni elezioni parlamentare aumenta e le file dell’astensionismo si rafforzano sfiorando percentuali bulgare che quasi ovunque arrivano a rappresentare un terzo o secondo “non-partito” del sistema.

Nel frattempo, a cinque anni dalle primavere arabe, il resto del mondo non è diventato un posto migliore. Le manifestazioni che nel mondo arabo fecero sperare in un cambiamento, hanno generato tensioni etniche e guerre civili irrisolvibili. Il lato oscuro della democrazia dei vinti, dei cartografi sadici.

«Siamo molto preoccupati! Guardiamo molto i tg e siamo molto spaventati dalle teste mozzate e dalla gente che salta in aria o viene crivellata, cazzo vogliamo vivere tranquilli.».

Fin qui il risultato è deprimente. Non funzionano le democrazie, non funzionano le altre forme di governo, cosa facciamo? Ognuno a suo modo cerca di trovare la soluzione al problema: populisti e tecnocrati incolpano i politici. Sono loro il nemico numero uno, quelli che lo fanno di professione, ossessionati dal denaro e dal potere accumulato sotto l’ombrello del partito. Agiscono sempre in modo deficitario, semplicemente perché non conoscono il mondo e le difficoltà della povera gente, non sono interessati a risolverne i problemi. Qui si annida il nucleo centrale della sfiducia elettorale: senza la legittimità, viene meno il sostegno e il populismo dilaga.

I governatori rappresentano l’inefficienza, l’incompetenza di fronte ai problemi reali delle società avanzate. Secondo la tecnocrazia, le ideologie non portano da nessuna parte. Il sapere tecnico, neutrale e grigio, è l’unica cosa che può illuminare la società.

Questo è un pensiero borghese, illuminista e antipolitico quasi quanto quello populista. Entrambi sono accomunati, guarda caso, dall’odio nei confronti degli orientamenti di destra e sinistra: per fare le cose basta saperle fare (tecnocrazia), o basta essere onesti (populismo).

Il problema è quindi riuscire a risolvere il deficit di democrazia che caratterizza i sistemi elettorali, e la soluzione potrebbe essere trovata in una democrazia aleatoria.

In termini pratici, la democrazia aleatoria consiste nell’utilizzare un sorteggio associato a un sistema rappresentativo, per governare e legiferare. Ogni cittadino verrebbe selezionato e, dietro lauto compenso, avrebbe l’opportunità di dire la sua sui processi più ingarbugliati dello stato. Ovviamente il povero cittadino dovrà essere supportato da personale tecnico, come del resto avviene tutt’ora, e parteciperà a più organi rappresentativi, ognuno con un proprio scopo e fine. Il risultato finale consisterebbe in un insieme plurimo di organi decisionali, tutti basati sulla selezione casuale dei partecipanti.

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L’autore non si limita a sollevare perplessità, ma fornisce anche esempi dettagliati su come tutto questo possa essere messo in atto. Illustra gli step da seguire, in Europa e altrove, per raggiungere una piena evoluzione verso il sistema aleatorio. Un sistema che, di fatto, ha radici profonde nella politica occidentale e che con il tempo è stato delegittimato e infine definitivamente sostituito da elezioni rappresentative che sanno di oligopolio.

Attraverso un’attenta selezione delle minoranze e adottando un sistema logico-funzionale già collaudato scientificamente, i cittadini sorteggiati dovrebbero riuscire a soddisfare tutta la pluralità di bisogni, passioni e vizi del popolo che saranno chiamati a rappresentare.

Il caos aleatorio, passatemi la definizione, non potrebbe che rivelarsi più democratico della cosiddetta partitocrazia, in occidente così come nei Paesi arabi. L’importazione delle democrazie e la misura della loro efficacia attraverso più o meno libere elezioni, partiti e costituzioni, non possono funzionare in quella vasta porzione di mondo dal passato dittatoriale e militarizzato. In Libia così come in Siria, ad esempio, la varietà etnica, gestita forzatamente dall’ingerenza occidentale, crea sistemi fragili, destabilizzanti e non autosufficienti. Macchine burocratiche e labirintiche fatte di pesi e contrappesi culturali e linguistici, che rimandano ai contesti della ex-Jugoslavia.

A problemi complessi occorre accostare idee complesse.

E in meno di 130 pagine, David Van Reybrouck ne sviluppa diverse: la necessità di elezioni rappresentative per configurare la democrazia di un Paese, la possibilità di superare in modo efficace il sistema partitocratico attraverso l’azione diretta dei cittadini; l’inutilità dell’ambizione a propinare il format delle libere elezioni a stati da ricostruire ex-novo, l’insorgere raccapricciante delle democrazie on-line, dei governi tecnici e di coalizione.

Non solo complesse. Queste, sono idee brillanti.

Proprio nei giorni in cui sto scrivendo, si è sollevato un gran baccano attorno all’incredibile successo del ciuffo patinato made U.S.A e alla pseudo-vittoria dei moderati in Iran. La presenza di urne, delegati e assemblee accomuna temporaneamente i due Paesi e in entrambi il gioco elettorale è fitto di bug: vuoi per l’assurda radicalizzazione del partito conservatore [americano], un harakiri potenzialmente in grado di distruggerlo; vuoi per il sistema teocratico iraniano, un paranoide apparato burocratico mai stato compatibile con un modello democratico-elettivo. In entrambi i casi i cittadini, stanchi e muti, non sono forniti degli strumenti necessari per muovere i fili del paese e restano imprigionati in un circolo chiuso di scelte ipocrite o addirittura disastrose.

In Europa l’ondata populista e tecnocratica sta sommergendo tutto. Qualsiasi progetto economico/politico, a livello nazionale o globale, con una parvenza riformatrice o rivoluzionaria (e penso al reddito universale di cittadinanza, sanità e scuole gratuite, fondi per la ricerca accademica), è costretto a piegarsi a questa nube uniformatrice, rendendo di fatto impossibile un disegno politico in grado di interpretare e influenzare il futuro sul lungo periodo. Il collasso dell’integrazione e i conflitti appena alle porte del continente, sono lampanti segnali di come la politica abbia oramai abdicato dal suo ruolo originario.

E una politica denaturata sfocia in modo naturale nel rifiuto attivo e passivo da parte degli elettori: l’assenza di partecipazione politica e l’astensionismo.

Il punto non è cosa fare, ma iniziare a farlo, libri come Contro le elezioni, sono un tonico rinvigorente per il pensiero critico e potrebbero essere il rimedio perfetto ai malanni della democrazia.

 

contro le elezioni

Affluenza alle urne per le elezioni europee

1979 61.99%
1984 58.98%
1989 58.41%
1994 56.67%
1999 49.51%
2004 45.47%
2009 43%
2014 42.54%