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Sembra il bancone di un rigattiere al Gran Bazar, ma senza il chiasso vivace e le consonanti ruvide. Oggetti muti su un fondo bianco. Mi incuriosisce conoscere la storia di questo ragazzo con il peso del proprio avvenire sulle spalle.

 

Due occhi.

Di chi?

 

Mevlut, uomo mite, col suo yogurt e la sua boza, voce rauca nella notte. Venditore ambulante con il terrore per i cani. Una migrazione dai villaggi in una Turchia che cambia. Istanbul come meta. Come rivalsa o come speranza. Comunisti, fascisti, religiosi, torture, progresso, tradizione. In una città che cresce e si trasforma, può il silenzioso Mevlut che vive la notte, le strade in cerca di acquirenti, trovare la sua realizzazione? Basta poco: un po’ di cibo, un tetto, una moglie, dei figli.

 

Dal 1954 al 2012 si stende come scenografia, sul palco del nuovo romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk, la vita di una famiglia Turca. Istanbul, con la sua gente, la sua storia, i suoi colori, le sue spezie, la violenza e il rispetto, ma soprattutto l’onore. Canti di muezzin dai minareti fra le acque del Bosforo. Con i ritmi dei grandi romanzi russi dell’Ottocento, ma con stile contemporaneo, i protagonisti di questa storia si presentano nella loro interezza. Nudi e reali.

Basta uno sguardo per innamorarsi? E se le lettere d’amore confondessero il mittente?

Rayiha. Samiha. Donne.

Parenti. Amici.

Famiglia.

Un errore, uno sbaglio di persona. Un sapiente gioco di fraintendimenti, il matrimonio con la donna sbagliata, forse.

Possono il silenzio di un uomo e le sue spalle curve e stanche incantare il lettore con la propria storia? Certo, se la stranezza che ha nella testa è la stessa che centrifuga nelle nostre menti. Tra veli, tradimenti e amori impulsivi, la strada rimane per Mevlut il lido a cui approdare. Un po’ tutti, in fondo, siamo alla ricerca costante di piccole certezze.

 

Voto: 5 punte di matita.