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Illustrazione: Raffaella Borrelli

Il campanello, lo trovai al volo.

Difficile sbagliarsi. Tra tutti i nomi incastonati nella scocca dorata del citofono di lusso, era l’unico scritto a penna sopra un cerotto mezzo staccato:

DITTA PULIZIE OLGA ANDREANU

La mia formidabile datrice di lavoro.

«Chi jè?»

«Sono Ferri, signora. Mi ha detto di passare per parlare del contratto.»

«Sali, terzu piano.»

Si presentò alla porta in accappatoio e con una poltiglia ocra sulla faccia.

«Perché tu fatto tardo, oggi sera specjale cu marito.»

«Mi ha detto di passare alle 7, mancano ancora 5 minuti!.»

«Si, ma io devo fare bagno e bisogno che tu fai cosa per me. Per questo tu no piaci. Non si può mai contarci, per lavoro»

“Addio rinnovo”, pensai.

Mi fece comunque cenno di seguirla e io gli andai dietro come un cagnolino fino al salotto.

Forse me la potevo ancora giocare. O magari no.

C’era qualcosa che non andava.

Dopo due minuti dentro quella casa, la testa mi girava come una giostra e la gola iniziava a raschiarmi di brutto.

Olga si buttò sgraziatamente sul divano e disse di sedermi.

«Ma no su poltrona di cavallino di zia Alexandra. Tu prende sedia!»

Aprii una pieghevole appoggiata al muro e mi misi di fronte a lei. Mi chiesi se non la lasciasse lì apposta per gli ospiti.

Ci fu un lungo minuto in cui rimanemmo così, l’uno di fronte all’altra, come due vecchi amici.

Poi sentii la prima goccia che si faceva largo all’uscita della mia narice sinistra. Ci mancava anche quello.

Con un gesto veloce mi passai la mano davanti alla faccia per farla sparire.

«Tu che fa?» fece lei, scrutandomi sospettosa. «Non lo so, tu sei strano…»

Aveva ragione. Da quando ero arrivato mi sentivo a disagio. Avevo la sensazione di sentirmi oppresso e di non respirare bene.

Era come quando…

E poi lo vidi.

Un bestione di pelo d’angora bianco, sarà stato cinque chili. Mi fissava con gli occhietti rossi, accoccolato tra le pieghe dell’accappatoio. Il coniglio più grosso che avessi mai visto.

Ero fottuto.

«Etciùùùù!» Lo starnuto si animò di vita propria e partì da solo, senza nemmeno salutare.

Il coniglio fece un salto sulle ginocchia di Olga.

«Fa’ piano! Tu così mette paura. Se coniglio stressato, diventa cattivo!»

Avevo ben presente quei racconti. Cavi rosicchiati, gambe del tavolo devastate, cacca a pallini per tutta casa.

«Mi scusi, è che sono allergico» dissi, mortificato.

«Oh, scusi, scusi. Non ti piaci conillio? Malato? Non puoi lavorare se tutte queste storie! Io molto dubbi se fare nuovo contratto per te. Ho molte gente che lavorano, non mi serve altro.»

«No! Potrei fare un part time, coprire i turni che gli altri non vogliono. La prego, ho davvero bisogno di questo lavoro!».

Le ultime parole dovetti dirle di corsa, perché me ne stava scappando un altro. Feci appena in tempo a serrare i denti, facendolo implodere dentro al mio cranio.

«Mmmmmm. Senti, io ora è tardi. Ci pensa mentre faccio bagno. Ma tu bisogna che fai favore. Tiene conillio finché non esco. Solo gira, si fa paura e poi stress. Capito, ah? Fagli coccolezze, così più buono. Mi raccomando, sennò rovina.»

“Merda!”

«Ma io…»

«Oh, tu vò lavorà o no? Lavora!».

Si alzò, buttò il coniglio sulle mie gambe e si chiuse in bagno.

Io un coniglio da vicino neanche l’avevo mai visto.

La bestia in braccio a me tremava tutta e teneva la testa nascosta tra le zampette davanti. Un po’ mi faceva pena. In fondo, che mi poteva succedere?

Nemmeno mi ero reso conto che già lo stavo accarezzando. Chi riesce a resistere alla tenerezza del coniglio?

Non feci a tempo a finire di pensarlo, che lo starnuto che avevo soffocato risuscitò più forte di prima, come quei cattivi delle saghe fantasy. Questa volta non ci furono cazzi ed esplose in tutta la sua potenza.

«Oh, non attacca malattie a bestiola che poi fa’ cattivo, ah? Se tu fa’ così puoi rovina seratina cu marito!» gridò Olga dal bagno.

Ma io già avevo lanciato il coniglio sul tappeto ed ero corso in camera da letto a riprendere fiato.

Spalancai la finestra e mi feci investire da una piacevole aria fresca, aggrappato a due mani al davanzale. Per dispetto, lanciai diversi starnuti a quelli del piano di sotto, finché non mi sentii meglio. Poi trovai il coraggio di guardarmi allo specchio.

Andava molto male.

Avevo il viso gonfio e deforme.

Gli occhi erano diventati enormi, venati di striature viola. Sporgevano dalle orbite, come se volessero buttarsi di sotto e farla finita.

“Merda! Merda!”

La situazione era grave e dovevo trovare in fretta una soluzione per occuparmi di quel coniglio, se volevo quel dannato rinnovo.

Nel bagno l’acqua aveva finito di scorrere. Sentii una specie di sciabordio: Olga era appena entrata nella vasca.

Dovevo inventarmi qualcosa.

Notai una grossa busta da shopping abbandonata ai piedi del letto e tutto mi fu chiaro in un lampo.

La raccolsi e tornai in salotto.

Di lui non c’era traccia, ma da quanto mi bruciavano i polmoni, sapevo che non poteva essere lontano.

Girai per tutta la stanza, piangendo e a un passo dall’asma. Guardai sotto le sedie, dietro il mobile del televisore. Persino tra gli scaffali della libreria.

coniglio-dream

Alla fine lo trovai appallottolato dentro una cavità tra i cuscini del divano.

In questi casi bisogna essere rapidi.

Prima ancora che formulasse il pensiero di scappare, lo avevo già afferrato per le orecchie e ficcato nella busta, chiudendola stretta con due nodi.

Già mi sentivo meglio. Ora dovevo solo aspettare che Olga finisse, e liberarlo giusto all’ultimo.

Ma mi ero improvvisato etologo e per la mia superbia, fui subito punito.

Invece di starsene buono al buio, come avevo calcolato, la bestia cominciò immediatamente a scalciare e strillare –sì, strillare– trascinandosi dentro alla busta per tutta la stanza.

Mi lanciai a bloccarlo come un giocatore di football. Ci mancava solo che si facesse male.

Per tutto ringraziamento, appena lo afferrai lui mi assestò un morso tra pollice e indice, là dove la carne è più tenera. Una di quelle cose che l’arbitro avrebbe fischiato.

«Aaah!», lanciai un grido di cuore.

«Cos’è, tu tratta male palla-di-pelo?».

«No!», urlai di risposta, “Stiamo giocando!”.

«Bravo! Fa divertì, così più buono!».

Capii che dovevo lasciarlo sfogare finché non si fosse calmato.

E in effetti già scalciava di meno. Dopo una decina di minuti era diventato giusto un lieve tremolio della busta e poco dopo non si muoveva proprio più.

Finalmente le cose mi giravano nel verso giusto. A quel punto potevamo anche provare a fare amicizia.

Con cautela, lo toccai con la punta della scarpa. Niente.

Provai a dare un colpetto, magari si era offeso. Zero.

Diedi una spinta un po’ più forte, non volevo certo che si sentisse abbandonato (sennò diventa cattivo, ah?), ma il fagotto rimaste inerte.

E allora finalmente l’idea che avrei dovuto avere prima arrivò. Cazzo, non avevo fatto i buchi per l’aria!

Dal bagno arrivò il rumore di quella specie di rutto che fa la vasca quando la stappi.

“Merda! Merda! Merda!”

Non me ne girava una. In un attimo feci quello che andava fatto.

Squarciai la plastica con le unghie e lo tirai fuori.

Il bestione stava su un fianco, ad occhi chiusi, con la lingua penzoloni.

Senza starci a pensare su, rivoltai il grosso corpo muscoloso a pancia all’aria.

Come era, al corso di primo soccorso?

Ah sì! Dovevo solo tappargli le narici e insufflargli l’aria dalla bocca.

Cercai i due buchini rosa del naso e gli premetti sopra indice e medio della sinistra. Con l’altra mano separai i quattro dentoni davanti, quindi appoggiai le mie labbra sul muso. I massicci incisivi mi premevano sulla lingua e gli colava una quantità industriale di bava che in pochi secondi mi mandò a fuoco la bocca.

«Quasi finitu, mi ‘sciugo e arrivo», e poi Olga accese il phon. Non avevo più un minuto da perdere.

Iniziai a fare un bocca-a-bocca coi contro cazzi.

Il petto dell’animale si gonfiava e sgonfiava ad ogni soffio, ma a parte quello, non dava altri segni di vita.

Con le labbra che sembravano due canotti, decisi allora di passare al massaggio cardiaco.

Puntai la zona in cui più o meno doveva esserci il cuore e iniziai ad applicargli piccole pressioni veloci. Ci vuole niente per rompere le costole, durante una rianimazione!

Mentre mi accanivo col massaggio – ormai ero passato a dei pugnetti ben assestati – sentivo che mi era tornato il fiato corto e i polmoni imploravano pietà.

Il tempo vola, quando hai fatto una cazzata.

In un attimo, la chiave del bagno girò nella toppa e la porta si aprì.

«Eccomi. Fatto!».

“Respira, dannazione, respira!”.

Alle mie spalle il ciabattare di Olga si avvicinava in salotto.

“Respiraaaaaa!”, e gli assestai un destro dritto al centro della cassa toracica.

Il coniglio riaprì gli occhi di scatto e mi guardò stupito.

Ma a quel punto, non c’era più tempo per le spiegazioni.

«Bravo, tu gioca ancora? Lui buonissimo, allora! Io ho pensato. Tu mi piaci. Io non rinnovo contratto, ma faccio fare altro stéig. Do altra occasione, poi vediamo, ah?»

«Graffie, fignora». Fu tutto quello che riuscii a dire. Le labbra mi si erano definitivamente incollate, così come le palpebre a parte una fessura sottilissima da cui filtrarono due lacrime.

«Tu bravo cò conillio, ma ora va’ che preparo seratina co’ marito».

Riuscii ad alzarmi a fatica. Se non fossi uscito a prendere una boccata d’aria pulita sarei morto a breve, me lo sentivo.

Mentre barcollavo verso la porta, Olga si abbassò verso il coniglio, che era rimasto ancora nella stessa posizione da quando l’avevo riportato in vita.

Gli fece qualche carezza sul manto «Tu buono, si vede».

Poi lo alzò per le zampe posteriori e con una mossa fulminea gli torse il collo.

«Tu devi fare sorpresa», disse parlando nella mia direzione, «Sennò conillio stressato e poi diventa sapore cattivo».