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DE CHIRICO A FERRARA METAFISICA ED AVANGUARDIE
PALAZZO DEI DIAMANTI

Domenica, primo pomeriggio.
Dopo aver visitato un’incantevole Ferrara assolata, arriviamo al viale che costeggia Palazzo dei Diamanti.
C’è già una lunga fila, una scia di corpi tutt’altro che metafisici e che aspettano impazienti il loro turno al botteghino. Non poteva che essere così, nella città che ha accolto l’artista nel pieno del primo conflitto mondiale e che per lui è stata fonte di tormentata ispirazione.
Con i biglietti presi online, a noi invece fanno subito entrare. Anche se c’era da aspettarselo, dentro la mostra è così affollata che ne rimaniamo lo stesso sorpresi.
Inizia così il percorso, che per me un po’ un viaggio nel viaggio.
Ferrara è uno dei contesti prediletti da De Chirico. Tra il 1915 e il 1918, gli anni in cui l’artista vi ha vissuto, la città viene da lui rappresentata come metafora di un mondo misterioso, popolato da forze oscure e da presenze assenze.
Il Mistero che il pittore mette letteralmente in scena, la Grande Guerra che coglie e racconta attraverso la rappresentazione delle cose più ordinarie, si svela allo spettatore come una sequenza di scenografie teatrali.

La muse inquietanti.

Il grande metafisico.

Ettore e Andromaca.

L’angelo ebreo.

Una pittura realistica e accurata quella di Giorgio De Chirico, e ciò nonostante folle, profetica. A tratti caratterizzata dal non-senso di cui sarà intrisa la vocazione dei Dadaisti.
Da queste ultime riflessioni, emerge il senso della mostra: un racconto sui tre anni della permanenza ferrarese dell’artista. Anni vivacizzati da stimoli nuovi, tradotti nel suo stile univoco e competente, che faranno da imprinting per i movimenti d’avanguardia a seguire, Surrealismo e Dadaismo su tutti.
A testimonianza della sua impronta di padre, l’esposizione si chiude con un allestimento di opere di Dalì, Magritte, Man Ray, Carrà, Morandi e altri artisti che svilupperanno i movimenti a lui cari, uno su tutti, la Metafisica,
“Siamo esploratori pronti per nuove partenze”. Lo affermava De Chirico, che esploratore della vita lo era davvero.
E in fondo, anche noi siamo stati suoi compagni di avventura, almeno per questo pomeriggio.
Lo abbiamo seguito nell’anima dei suoi quadri. Ci siamo persi in essi, ci siamo spaesati. Per tornare indietro è stato necessario guardarci a lungo dentro, ma, come alla fine di tutti i viaggi, ne siamo tornati infinitamente arricchiti.

Dedicato chi ha avuto la fortuna di vedere questa mostra e a chi lo farà in altri luoghi e tempi, per rendere onore ad un artista che seppur non italiano di nascita, lo era per scelta.
La mostra è terminata, il viaggio continua.