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Erich Stüssi - writing - https://www.flickr.com/photos/designsquid/

«La scrittura ha questo di inquietante, Fedro, che la rende simile alla pittura. I dipinti ti stanno davanti come esseri viventi, ma se li interroghi tacciono solennemente. Lo stesso vale anche per i discorsi. Si è indotti a pensare che parlino, come se pensassero, ma se, per desiderio di apprendere, li si interrogasse su quello che hanno veramente detto, emetterebbero un solo segnale e sempre lo stesso»[1].

Queste brevi righe tratte dal Fedro di Platone, mostrando in modo persuasivo il complesso rapporto tra scrittura e filosofia, ci consentono di entrare immediatamente nel cuore della questione posta in questo breve articolo. Linguaggio e pensiero sono due dimensioni tanto necessarie quanto irriducibili l’una all’altra. Perché se da un lato la filosofia necessita del linguaggio per esprimere i suoi contenuti, dall’altro la struttura normativa e vincolante del segno linguistico non è in grado di rendersi testimone in modo totalizzante della flessibilità e del dinamismo propri del pensiero. La scrittura, infatti, stabilisce, dà forma e categorizza; per contro il pensiero è movimento e incessante mutabilità.

Alla luce di quanto appena detto, che possibilità si prospetta a chi scrive e legge di filosofia? Quale punto di convergenza può essere trovato tra la rigidità di un testo scritto e la flessibilità del pensiero che vi è esposto? E’ proprio a partire da questo affascinante e irrinunciabile ossimoro che da sempre abita nel pensiero filosofico che va ricercato un compromesso che non ci faccia rassegnare all’idea che scrivere di filosofia porti necessariamente con sé una contraddizione.

Lo sforzo che quindi ci viene richiesto è quello di concepire il testo in una modalità del tutto nuova, distaccandoci dai dogmatismi e riduzionismi semantici e ricostruendo significati linguistici sempre inediti. A questo proposito, la corrente filosofica del decostruzionismo, inaugurata dal filosofo francese Jacques Derrida, offre più di altre una sfida accattivante e una possibilità di risanamento dello iato che solo apparentemente sussiste tra struttura linguistica e pensiero.

Thierry Ehrmann - Jacques Derrida, painted portrait

Esigere di trovare negli scritti di Derrida la definizione di “decostruzione”, traduzione linguistica e semantica del termine heideggeriano Destruktion, è come pretendere di cercare un ago in un pagliaio. Infatti, se da una parte non pare sia possibile definire il termine decostruzione (sarebbe infatti paradossale tentare di definire ciò che per sua natura rompe ogni vincolo formativo), dall’altra è necessario differenziarlo dalla sua più ovvia accezione semantica: quella di “distruzione”. L’esperienza della decostruzione infatti non si realizza nella distruzione del significato semantico ordinario, quanto nella riappropriazione della libertà di significato che ogni termine contiene in sé. Solo in questa prospettiva di continua disseminazione del senso il pensiero può essere investito ogni volta di significati nuovi, che si concedono di volta in volta al fruitore per poter poi dissolversi nuovamente.

Lo scritto diventa così quel luogo immaginario in cui il pensiero realizza la sua vera natura, scandita dalla creazione di forme e significati sempre inediti, impossibili da cristallizzare in contenuti definitivi e immutabili.

Questo è esattamente ciò che tenterò di fare curando questo spazio dedicato alla filosofia: riaffrontare tematiche che da sempre si sono alimentate nel dibattito filosofico, portando alla luce di volta in volta la capacità insita nei concetti, di cui la filosofia da sempre si è resa testimone, di adattarsi a nuove forme. Verrà così manifestata anche la realtà più profonda e veritiera della filosofia stessa; il pensiero infatti, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, non è mai in cerca di riposte definitive, ma pone domande, attuando così quel differimento di prospettiva che consente di spostare l’attenzione non al risultato ma al percorso che in itinere si viene costruendo. Solo respingendo la pretesa di verità del testo filosofico sarà possibile produrre significati nuovi che potranno così arricchire il discorso originario.

Vorrei in conclusione riproporre una suggestiva metafora di Derrida che ha saputo cogliere quale debba essere l’autentico compito della filosofia. Secondo il pensatore francese l’autentica filosofia è quella che si presenta come una cartolina postale: quando quest’ultima giunge a destinazione viene, con essa, a esaurirsi il suo compito. Per Derrida l’unica cosa che può salvare la filosofia è che questa non venga mai svuotata della sua missione e rimanga quindi perennemente nell’ambito del non definitivamente detto e continui a fluire tra i molti significati che le cose, da sempre caratterizzate dalla mutabilità, possono assumere.

Solo così la filosofia sarà dunque quella cartolina che mai giungerà a destinazione.

Postcard

[1] F. Ferretti, I miti di Platone, Milano, Bur, 2006, p. 156.