Cattive acque

Succede in un banale pomeriggio invernale che la musica mi tira ancora su per le orecchie.

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Con la musica non è mai un incontro educato per quel che mi riguarda.

E’ sempre una faccenda colpevole del tipo: Che fai dormi? Come potevi vivere nell’ignoranza invereconda di questa roba?

Il caso specifico è incarnato da questo video.

Si è un video di surf e di per se non c’entra una mazza. Lui, il fustacchione, si chiama Olivier Kurtz e viene giù come una ballerina di danza classica da dirupi oceanici. A guardare lui sembra una sciocchezzuola e invece ci vogliono decenni di allenamenti e muscoli duri come il travertino. Quando dunque sulla trentina decidi come la sottoscritta di imparare la sacra tecnica dello stare in piedi su un’onda, un pò per masochismo un pò perché odi le palestre, devi versare litri di sudore in flessioni e rubare tanto con gli occhi a gente come il buon Olivier.

Per questo lo guardavo.

Seduta sulla poltrona Ikea del mio salotto. Bucata e spelata dalle mie gatte.

Dunque non mi occupavo di musica, al più di fitness. Al più stavo pensando, priva di qualunque senso della realtà, a come sembrare Pamela Anderson nel periodo d’oro di Baywatch per la stagione estiva 2016 sul litorale laziale.

Ma ecco che succede. Succede in un banale pomeriggio invernale che la musica mi tira ancora su per le orecchie.

Oh cazzo.

Di chi è la canzone del video???

La domanda si impone drammatica (asfaltando per fortuna ogni vaneggiamento narcisistico sulla mia forma fisica).

Ci metto qualche minuto di panico inutile a rendermi conto che i credits sono appena sotto.

Mi quieto ma resto famelica.

Chi sei Benjamin Booker?

Che porti alle mie orecchie questo squisito rock’n’roll rotolante, con la potenza e il calore della tua voce nera? Ci sento dentro di tutto.

Mi stringi subito il cuore di confronti.

La mente mi sbatte da Salomon Burke a Jimi Hendrix, passando per i Dirtbombs. Detroit. Quella città in cui il rombo di motori diventa magia di chitarra dagli Stooges a Jack White.

Hai scritto una canzone che mi fa venire voglia di alzare il deretano dalla poltrona, scuoterlo e urlare in giro che il mondo è un luogo sopraffino e non tutto è perduto.

Ti cerco subito Benjamin Booker ed emerge dalle brume di google il tuo volto di ventenne con la bocca semiaperta in un’espressione vintage che tanto si accorda al tuo sound.

I tunes mi dice che hai dato luce nel 2014 per Rough Trade a un disco che porta il tuo nome, con una copertina color seppia inquietante. C’è uno scheletro che tiene per le spalle un ragazzo di colore in lacrime. Forse è la ragione della tua musica prorompente? Sei stato tenuto in cattività Benjamin? Da cosa? Dalla vita? Dal lavoro? Dai tuoi genitori? Da una donna? Da te stesso?

Meno male che ce l’hai fatta e che sei arrivato alle mie orecchie, te lo dico con la gratitudine di chi sta ferma da almeno dieci anni a scodellarsi il medioevo del rock’n’roll. Dieci anni di elettronica, di brutto r’n’b, di pop devastante e di rock’n’roll con il contagocce. Specie nel bel Paese dove di casa non è mai stato. Dove ormai le band nemmeno passano più e se passano si fermano a Torino, come Cristo a Eboli.

E tu hai composto queste dodici tracce che mi fanno respirare un’aria d’improvviso fresca in cui le chitarre incalzano e il suono scricchiola di energia, di giovinezza, pur concedendo dolci pause folk blues ( By the evening, I Thought I Heard you Screaming, e la avvolgente Slow Coming).

Tu Benjamin te ne freghi se vanno di moda spleen e lagne melodiche.

Lo dici senza giri di parole nel pezzo del video “Wicked waters”, quelle cattive acque in cui ci troviamo tutti prima o poi,per disgrazia o per fortuna, quelle che ci fanno cambiare strada e registro, lo dici chiaro e tondo: “I Am what I Am” e ci dovranno tutti stare.

Io di sicuro.

Ho ancora le chiappe sulla poltrona Ikea spelata quando mi rendo conto che ho già speso quel che devo per questo disco.

L’ultima stilettata di piacere Ben me la elargisce la pagina di Wikipedia che ti riguarda, come una ciliegina sulla torta. Sei andato in tour con il Signor Jack White e hai pure registrato un live presso la sua etichetta di Nashville, la Third Man Records.

Cosa chiederti di più?

Vieni a Roma a suonare?

Anche in un piccolo club?

A casa mia?

Per i miei amici?

Organizzo io.

Incrocio le dita Ben e intanto affondo nelle tue cattive acque con le cuffie appena comprate.

Sensi di colpa a parte, si sentono da Dio.

album-art

Benjamin Booker” by Benjamin Booker – Rough Trade 2014.

Consigliato se ti piacciono: White Stripes, Oblivians, The Dirtbombs.