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Immaginate un ragazzo dai capelli rossi in una giacca di tweed verde, pantaloni a scacchi e una sciarpa bordeaux intorno al collo. (No troppo stereotipato, ricominciamo.)

Immaginate un tipo con le guance rosse, una folta capigliatura nera, occhiali con la montatura di tartaruga. (No neanche questa descrizione mi soddisfa.)
Sapete cosa vi dico, immaginatelo come volete voi ma deve avere più o meno 25 anni, una gran faccia tosta e essersi laureato fresco fresco dagli studi di sceneggiatura. (Non mi sono sbagliato, forse, in America esistono lauree simili.)
Ralph, chiamiamolo così in onore del super maxi eroe della serie TV anni 80, (pardon errore temporale, meglio telefilm anni 80, rischio di usare inutili neologismi) raggiunge l’indirizzo degli Studios di Hollywood con in mano una valigetta di coccodrillo, regalo di laurea da parte dei genitori. Arriva dopo tre ore di pullman, si scrolla la polvere dalle scarpe che si è posata a formare un sottile strato di protezione. (In genere non c’è tutta questa polvere sui pullman, ma fa molto viaggio lungo e faticoso.)
Suona al campanello. Ad aprire la porta (portone, androne fate un po’ voi) una segretaria con i capelli raccolti e gli occhiali tenuti da una cordicella a pallini rosa che gli sbattono sul petto, una quinta Milf tenuta su da un tecnologico push-up ma soffocata da un maglioncino acrilico nero a collo alto. (Troppi aggettivi, forse in fase di seconda stesura ne tolgo qualcuno, per adesso lascio così perché mi piace.) (Sto facendo la seconda stesura. Ho deciso li lascio.)
«Buongiorno. Come posso esserle utile?»
«Buongiorno, sono venuto a portare una sceneggiatura scritta di mio pugno da sottoporre all’attenzione di qualche regista e…»
«Mi scusi, deve essersi sbagliato.»
«Questi non sono gli uffici della segretaria degli Studios?»
«Certo. Ma non funziona così. Senta le do un consiglio, lasci stare.»
«Ma io non voglio lasciar stare. Ho un’ottima storia devono assolutamente farne un film.»
«Quanto sei carino! Quanto entusiasmo! Era da tempo che non incontravano un ragazzo così volenteroso. Continua così un giorno chissà, sentiremo parlare di lei.»
«Con chi posso parlare?»
«Le auguro una buona giornata.» Con un cordiale saluto la segretaria chiude la porta. (Portone, androne, che a questo punto escluderei perché un androne non si apre né si chiude.)
Ralph deluso ma non rassegnato fa il giro dell’edificio. Ascolta da dietro una finestra il vocione esagitato di un uomo. (Ho dovuto trovare un modo per fare incontrare i due personaggi, non è il massimo, vediamo.)
Deve essere qualcuno che conta per gridare a questo modo, pensò il ragazzo tirando dei sassolini contro il vetro.
«Chi diavolo è? Dannazione.»
«Mi scusi, volevo parlarle.»
«E chi saresti, poppante?» (Sottolineare il fare burbero e il linguaggio un po’ d’altri tempi.)
«Mi faccia entrare.»
«Ho da fare.»
«Le lascio questo.»
«Che diavolo è?»
«Un manoscritto.»
«Ah, ci mancava questa. Potrebbe essere un buon inizio di un racconto. Il giovane talentuoso che vuole farsi conoscere. Sparisci!»
«Come vuole signore ma io glielo lascio lo stesso.» Ralph lancia dentro la finestra (diamo per scontato tipo che stiamo in primavera inoltrata e la finestra è aperta) una cartellina con dentro dei fogli A4 ancora caldi di stampante. (Questa mi piace, quasi ieratica come immagine.)

Ora la scena dovrebbe cambiare ambientazione: immaginate il ragazzo dentro un qualsiasi bar a consumare una bibita qualsiasi, seduto ad un tavolo qualsiasi fate voi, deve solo dare il senso dell’attesa.
Noi dobbiamo tornare nell’ufficio del signor Valantine. (Sapore un po’anglofono un po’ latino.)

È in pausa metà mattina. Quindi mela tagliata a spicchi dalla moglie. Un tovagliolo di carta assorbente che possiamo anche chiamare Scottex.
Il signor Valentine sta addentando un pezzo di mela, i succhi gastrici cominciano a lavorare sul pezzo ingerito precedentemente, mentre scorre le prime pagine del manoscritto in segno di riconoscimento perlomeno alla caparbietà del ragazzo. (Per questo il nostro è per il lettore un supereroe.)
Si apre con la scena di un esercito romano che scorta schiavi in fila legati, in terra di Palestina.
La sceneggiatura va avanti quasi senza senso.
Sovrapposizioni di scene di film in allestimento all’interno degli Studios cinematografici con personaggi per lo più assurdi caricati all’inverosimile.
Una buona morale. Un buon significato recondito. Un monito: ATTENTI AI COMUNISTI.
Un rapimento. (Fa sempre comodo per tenere in piedi una trama; fa anche molto noir, schieriamoci dalla parte dei buoni.)
Troppo picaresco, il giudizio perentorio di Valentine scritto col pennarello rosso sulla prima pagina del manoscritto come un esito inesorabile sul foglio di un tema di un
ragazzino delle medie.
Ralph ritrova la risma adagiata sugli scalini dell’ingresso degli Stidios. La scritta rossa come una sentenza di morte. Ma il ragazzo sorride al sole caldo della California stringendo in un abbraccio i fogli con scolpiti i caratteri di inchiostro della sua storia. È stato letto. Questo gli basta, pensa mentre risale sul pullman circondato da un intenso odore di alberi d’arance.

Fine della storia.

Nella vita reale è un po’ diverso. Un film così funziona che è una bomba se a scriverlo, a girarlo e a produrlo sono i fratelli Coen. A loro nessuno può dire di no.
E si ti trovi in una sala di un cinema un po’ piccolo dove le tue ginocchia sbattono sulla poltrona davanti, e ridi con un sorriso più o meno tirato dall’inizio alla fine, forse il film è un capolavoro. O forse no. Non importa. La compagnia era buona i pop corn anche. Ce ne usciamo all’aria aperta dall’uscita di sicurezza, in fondo un po’ orgogliosi di essere anche noi come Ralph: pieni di speranza e con dei sogni da realizzare.