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A proposito de “L’avversario” Carrère scriveva: “Ho cominciato un romanzo, la storia di un uomo che ogni mattina baciava moglie e figli, poi usciva fingendo di recarsi al lavoro, ma in realtà andava a camminare senza meta nei boschi innevati […]Se ero diventato scrittore, era per scrivere quel libro. Cominciavo a sentirmi vivo.” Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia che, come il precedente “Il demone a Beslan”, ritrova nella Grande Madre Russia un paesaggio-personaggio ferino e pervasivo, racconta in prima persona una storia complicatissima a cui dare voce senza esprimere giudizi di valore, racconta una vita che – ancor più di quella di Jean-Claude Romand – appare segnata da un’oscurità conturbante, da una solitudine radicale e da un ferocissimo senso di privazione e sconfitta.

Difatti, sebbene “Il giardino delle mosche” potrebbe inserirsi appieno in quel filone di letteratura contemporanea che – se amassimo le classificazioni di genere, ma per fortuna ce ne guardiamo bene – definiremmo “letteratura del Male”, il vero nucleo emotivo attorno a cui ruotano le vicende della vita di Andrej Čikatilo sembra essere rappresentato dalla mutilazione, dall’umiliazione e dal bisogno di riscatto che inevitabilmente ne deriva. Una mutilazione che si declina sia in senso passivo, nella beffa contenuta nel nome (“Eccolo qui, il bambino, è un maschio: si chiamerà Andrej, che significa uomo forte, uomo virile, e quello impresso nel mio nome non è che uno sberleffo crudele”), nella semi-cecità che lo affligge sin da bambino (“La cecità è il modo che ho per camminare nei boschi, per non temere la notte”), ma sopratutto nell’impotenza sessuale che lo mortifica (“Io lo so cosa significa essere terrorizzati e inermi, cosa credi?” mi sono slacciato i pantaloni e li ho lasciati cadere per terra. Ho preso in mano il mio pene morto e «Guarda!» ho detto. «Io lo so! Ѐ la prima cosa che ho imparato!»”), ma anche in senso attivo, come strumento di dominio e manipolazione del corpo altrui perpetrato nelle vesti di un puskiniano “dio delle carni”, capace di disporre secondo il suo godimento della vita e della morte dei suoi devoti (“Eccovi qui: molti di voi non si conoscono, eppure ognuno di voi è un mio supplizio. Bevete, mangiate: io vi guarderò e vi giudicherò per i vostri atti”).

Chikatilo-orangepeel

Andrej Čikatilo, noto a livello mediatico come il Mostro di Rostov – una piccola città mineraria sul fiume Don – fu formalmente accusato dell’omicidio di 53 persone di età compresa tra i 7 e i 44 anni fra il 1978 e il 1990 e condannato a morte nel 1994. Čikatilo nasce nel 1936 in un’Ucraina stremata dalle carestie a tal punto che, per indicare il “genocidio ucraino” consumatosi alla fine degli anni ‘20, la lingua nazionale aveva introdotto una parola specifica dalle suggestioni epiche e mostruose: “holodomor”, traducibile letteralmente come “morte inflitta attraverso la fame”. Čikatilo, figlio di un militare che ritorna in URSS dopo essere stato fatto prigioniero dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, trascorre l’infanzia sotto il giogo di una madre assente, una madre-spettro – tutto il romanzo sarà attraversato dal leitmotiv nella maternità negata, assassinata, volontariamente abortita – che lo cresce nell’orrore allucinato della storia del fratello Stepan, forse inventata per incutergli timore forse vera, divorato dai vicini di casa piegati dagli stenti durante la carestia. Ed è nella dimensione dell’allucinazione che a più riprese Tarabbia fa comparire Stepan nella vita di Čikatilo adulto con il ruolo di un doppelganger onnipresente e onnisciente, di un coro monofonico da tragedia greca e di coscienza extra-corporea, come se lo stesso Stepan fosse uno dei tanti “luoghi astratti” in cui Čikatilo sosteneva di aver vissuto in uno stato di esilio dall’io (“Per molto tempo, non so più nemmeno quanto, io ho vissuto in luoghi astratti. Stavo qui, nella mia casa o sul posto di lavoro, eppure non c’ero, disse, ero altrove”). Nel frattempo Čikatilo si sposerà, riuscirà ad avere due figli tramite espedienti macchinosi e degradanti, tenterà con scarso successo la carriera di insegnante, spostandosi di scuola in scuola a causa dei frequenti sospetti di molestie su minori, fin quando non intraprenderà la carriera di commesso viaggiatore per conto della Rostovnerud, impiego che gli permetterà di trascorrere molto tempo lontano da casa e di commettere i suoi crimini in varie città della regione.

Evilenko – David Grieco – 2004

Uno degli aspetti che più colpisce della personalità di Čikatilo è la progettualità delle sue azioni. Čikatilo, sottolinea Tarabbia alla presentazione milanese del romanzo presso lo Spazio Tadini, è un visionario, la sua vita – come lui stesso scrisse nella domanda di grazia al presidente El’cin nel 1992 – è collegata alla vita del paese e, in particolar modo, alla sopravvivenza della rivoluzione e del suo sistema di valori, prima destabilizzato e poi annientato dall’avvento di Gorbačëv e dell’era della dissoluzione. La rivoluzione, al pari del bosco che fa da sfondo alla maggior parte degli omicidi (“la Rivoluzione, come il bosco, è casa mia, è il mio regno e la mia gioia”), da categoria concettuale si trasfigura in un rifugio uterino libero dal giudizio altrui, dal peso del fallimento, dalla percezione della propria inadeguatezza, si trasforma dunque in quella madre da sempre ricercata e puntualmente sottratta. In questa prospettiva deformata, la tortura e la sevizie – concepite come ostinate forme di cura, atti d’amore finalizzati a tenere in vita la vittima designata il più a lungo possibile – e l’assassinio – inteso invece come la più vile delle conclusioni perché “la morte pone fine a ogni cosa, compreso il piacere” – diventano strumenti di un perverso piano di purificazione del paese da tutti coloro che agli occhi di Čikatilo appaiono come deviazioni del sistema, forme degenerate di vita: “Ecco chi sono io, Andrej Čikatilo: un pesce pulitore, un sanatore delle vergogne di questo luogo che i nostri padri avevano voluto pulito, felice”.

In circostanze differenti, forse più sfavorevoli, sarei potuto essere io

Nell’adesione alla causa sovietica e nel processo di identificazione uomo-paese si inserisce anche la retorica della fecondazione come strumento di esercizio del potere (“Un uomo è un uomo quando dà la vita a qualcun altro: questo penso […] noi saremo la più grande famiglia comunista della nostra terra!”) e della prole come mezzo indispensabile per riscattare il nome della famiglia, infamato dall’accusa di collaborazionismo che anni prima aveva condannato il padre di Čikatilo a un destino di disoccupazione, indigenza e allontanamento dalla comunità e per cui il figlio non era mai riuscito a perdonarlo. Sostenendo, dunque, di aver agito nell’interesse del paese e di essere stato la prima vittima della sua condizione di mutilato, Čikatilo, anti-eroe di una tragedia solitaria, tenterà fino alla fine del processo di dimostrare la propria infermità mentale per farsi interdire e sfuggire alla pena di morte. Tuttavia, come lo stesso commissario Kostoev – depositario della confessione-fiume dell’imputato e alla cui voce Tarabbia consegnerà l’ultima sezione del romanzo – aveva notato nel corso degli interrogatori, in Čikatilo non si manifesterà mai volontà di espiazione o bisogno di catarsi. Ogni omicidio corrisponde a un’urgenza consapevole di soddisfare il proprio piacere personale, di diventare un membro attivo e funzionante della specie umana, anche se con il ricorso a una violenza efferata e con l’imposizione della morte.

Quando alla fine della presentazione gli viene chiesto perché questa storia lo avesse ossessionato a tal punto da sentire per anni l’urgenza di scriverne, Tarabbia fissa il bicchiere d’acqua davanti a sé e dichiara: perché l’unica cosa che mi interessava era descrivere questo bicchiere, ma non dal mio punto di vista, dalla prospettiva di un altro, molto lontano da me, ma che – in circostanze differenti, forse più sfavorevoli – sarei potuto essere io.