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La Repubblica Popolare Cinese consta di cinquantasei minoranze etniche ufficialmente riconosciute che occupano le maggiori aree di frontiera del Paese. Grazie alla sua posizione nord-occidentale, a confine con il Kirghizistan, il Tagikistan, l’Afghanistan e il Pakistan, lo Xinjiang è la provincia cinese che ospita il maggior numero di persone di fede musulmana di tutta la Cina. Dall’incrocio tra la cultura cinese, la lingua turca e la religione musulmana nasce la minoranza uigura, uno dei maggiori gruppi etnici del Paese.

A causa delle serrate politiche di assimilazione attuate dal Partito Comunista Cinese (PCC), negli ultimi anni la minoranza uigura si è raccolta attorno a movimenti politici fondamentalisti come il gruppo dei Talebani del Pakistan. La speranza degli Uiguri, infatti, è di rafforzare il movimento secessionista della regione, facendo leva su un sentimento condiviso di appartenenza religiosa. Nonostante la Repubblica Popolare Cinese abbia stilato una serie di politiche ad hoc, culminate nella legge del 1984 sull’autonomia regionale delle minoranze etniche, il desiderio d’indipendenza di alcune delle maggiori province cinesi non è stato arginato ma è, al contrario, sfociato in veri e propri violenti attacchi alla popolazione.

Quali furono, quindi, gli approcci (fallimentari) adottati dal PCC nei confronti delle minoranze etniche? E quale fu il legame che intercorse tra il blando tentativo d’integrazione sotto la bandiera dell’etnia cinese maggioritaria, gli Han, e il consolidamento dei gruppi secessionisti del Paese?

Il caso della minoranza uigura assume un ruolo di grande rilievo nell’analisi di tali problematiche: il ruolo del credo religioso e le ingerenze straniere dei gruppi transnazionali, così come le politiche prettamente economiche che il Comitato Centrale ha dedicato alla regione, hanno fatto sì che il fenomeno separatista dello Xinjiang si distinguesse da quello di altre minoranze, eccezion fatta, forse, per il ben noto caso tibetano.

Durante tutto il lungo corso della storia cinese, i leader politici del Paese dedicarono sempre una particolare attenzione alle etnie minoritarie di cui si ritrovavano responsabili, attuando politiche volte alla loro tutela e, in primis, alla loro supervisione.

Gli studi antropologici sull’interazione tra l’etnia maggioritaria cinese, gli Han, e i gruppi etnici minoritari hanno identificato come forza portante il fenomeno dell’assimilazione, ossia la trasmissione delle norme sociali e delle etiche tradizionali del gruppo Han. Nel saggio “Sistemi politici birmani: lo studio della struttura sociale dei Kachin”, l’antropologo Edmund Leach propone una distinzione tra società “civilizzate” e gruppi “barbarici”, che ben si applica al rapporto tra la società cinese Han e le minoranze “barbariche” di epoca dinastica: gli Han, infatti, ponevano come fondamentale la trasmissione delle cultura tradizionale confuciana al fine di raggiungere uno stadio di avanzamento culturale consono a un Paese come la Cina. I gruppi “barbarici”, al contrario, erano mossi dal desiderio di conquista di quelle fertili pianure in cui gli Han erano stanziati. Se riusciva nell’intento, conscio dell’importanza della cultura tradizionale per l’etnia maggioritaria, il gruppo regnante si proponeva di rafforzare tali norme al fine di legittimare la propria supremazia. Si ricorda, in tal senso, il caso delle dinastie Yuan e Qing che, pur essendo di origine, rispettivamente, mongola e mancese, regnarono sulla Cina imperiale per più di trecento anni.

 Con la vittoria del PCC sul partito nazionalista di Chang Kai-Shek, l’approccio tradizionale alle minoranze iniziò a cedere il posto alle politiche sovietiche di delimitazione etnica, le quali giocarono un ruolo fondamentale nell’istituzione di una campagna cinese per l’organizzazione dei piccoli gruppi etnici in minoranze ben distinte. Avendo preso il controllo di un fragile stato multietnico, il Partito Comunista Cinese si propose come leader vicino alle necessità di tutti i gruppi etnici del Paese, portando a riprova l’esempio delle riforme implementate nelle aree liberate durante la guerra civile. Non avendo nessuna esperienza pregressa nell’amministrazione di un Paese, il PCC modulò gran parte delle proprie politiche sull’esempio sovietico, seppur dedicando una certa attenzione alla tutela della cultura cinese tradizionale Han.

Nella Costituzione Cinese del 1982, il PCC aveva già riconosciuto un certo grado di autonomia regionale a quei gruppi etnici minoritari che vivevano in comunità compatte e numerose. Due anni più tardi, al termine della campagna per la “delimitazione etnica” cinese, il Governo Centrale pubblicò la famosa legge per l’autonomia regionale della Repubblica Popolare Cinese in cui erano esaustivamente illustrate le caratteristiche proprie di tale autonomia. Il punto focale di tali norme era di preservare le tradizioni e la lingua dei diversi gruppi etnici cinesi, istituendo specifici programmi educativi: nelle regioni autonome cinesi, infatti, a tutt’oggi la lingua madre è quella delle minoranze etniche, mentre lo studio del Cinese mandarino, seppur obbligatorio, è relegato allo status di seconda lingua. Tale manovra politica incorre, oggigiorno, in molteplici problemi sociali: le lingue delle minoranze, infatti, sono per lo più sconosciute al di fuori dei confini regionali e, di conseguenza, le nuove generazioni tendono ad abbandonare la propria lingua e le proprie tradizioni al fine di abbracciare la lingua e la cultura degli Han, sempre più spesso identificate come la lingua e la cultura dell’economia cinese e, quindi, del welfare.

George Lu - Moon

In tutto il testo della legge sull’autonomia regionale, l’idea stessa di autonomia è, in realtà, limitata da vari fattori: in primis, dalla subordinazione alla guida della leadership di Stato (prefazione), dalla struttura disciplinare comunista (art. III), dalle leggi e dalle politiche statali (art. IV) e dagli interessi dello Stato cinese, inteso come un’entità unica (art. VII).  Nonostante le regioni autonome abbiano la facoltà di stilare le proprie leggi, esse devono essere prima approvate dal Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, sito a Pechino, per entrare in vigore.

 Estremamente interessante è l’approccio del PCC nei confronti dell’autonomia giudiziaria delle minoranze etniche. Occorre ricordare che nessuna regione autonoma, provincia o municipalità cinese gode di alcun tipo di autonomia giudiziaria, anche se, storicamente, le questioni di interesse comune sono sempre state esaminate da comitati congiunti. Per quanto concerne la dimensione criminale, il governo centrale ha predisposto la liang shao yi kuan, una norma confidenziale intergovernativa che prevede una mitigazione della pena per quegli esponenti delle minoranze etniche che si trovano coinvolti in un processo criminale.

A causa dell’atteggiamento accomodante del Partito Comunista nei confronti della dimensione criminale delle minoranze etniche e delle politiche demografiche favorevoli a loro riservate, molti Han hanno tentato di cambiare la propria etnia di appartenenza: tra il 1982 e il 1990, il periodo di maggior inasprimento della politica del figlio unico di Deng Xiaoping, per esempio, le comunità dei Tujia e dei mancesi hanno assistito al netto raddoppiamento del numero di individui tra le loro fila.

 Seppur costituita al fine di preservare un certo grado di autonomia nelle aree amministrate dalle minoranze etniche cinesi, la legge sull’autonomia regionale, in realtà, si pone, soprattutto, come un elenco delle limitazioni e una dichiarazione di adattamento alle richieste del governo centrale. Tale approccio ha, senz’alcun dubbio, contribuito allo scoppio di movimenti secessionisti in grembo al Paese.

Preston Rhea - Restored(?) Columns at Abakh Hoja Maziri

La regione autonoma dello Xinjiang occupa un sesto dell’intero territorio cinese ed è racchiusa tra le due aree dedicate ad altrettante minoranze etniche: la Mongolia e il Tibet. Lo Xinjiang (lett. “nuova frontiera”) acquista lo status di regione autonoma grazie alla presenza della minoranza turcofona di religione musulmana degli Uiguri. Sebbene l’origine della minoranza uigura sia, a tutt’oggi, fonte di dibattito, gli studi genetici la identificano come parte del ceppo euroasiatico: la percentuale di genoma europeo e asiatico, infatti, oscilla a seconda che si prendano come riferimento le società del Nord o del Sud della regione. Gli Uiguri, d’altra parte, rivendicano il possesso esclusivo del territorio dello Xinjiang, identificandosi come la popolazione del bacino del Tarim, un’area impervia nel deserto del Taklamakan, e riconoscendo le “mummie del Tarim”, ritrovate alla fine degli anni ’80, come i propri capostipiti.

Gli Uiguri sono il secondo gruppo etnico cinese per numero di persone a professare la religione musulmana. La minoranza musulmana maggioritaria in Cina è composta dal gruppo degli Hui, le cui peculiarità etniche, tuttavia, sono state quasi completamente assimilate dalla cultura degli Han. Affiliata all’Islam sunnita, la popolazione uigura si divide tra seguaci e non del sufismo. La confessione sunnita e la presenza di una buona parte della strada del Karakorum, un gruppo montuoso a cavallo tra Cina, India e Pakistan, concorrono a intensificare gli scambi commerciali e culturali della regione con l’Afghanistan, il Pakistan e gli “Stan”. A causa dell’inasprimento delle politiche di controllo cinese sulle minoranze etniche, tale collegamento si rivelerà centrale al fine di ottenere il supporto di alcuni gruppi militanti islamici per la pianificazione di un movimento secessionista nella regione.

Nel 1999 il Comitato Centrale della Repubblica Popolare Cinese istituì una campagna anti-secessionista, votata alla soppressione dei moti separatisti nelle regioni autonome con una forte componente religiosa. Tali politiche erano volte a “colpire le forze nemiche, purificare la società e educare le masse al comunismo”, in altre parole a eliminare gran parte della tradizione religiosa musulmana nella regione uigura. Tale decisione del Comitato Centrale deve essere illustrata alla luce di uno dei precetti cardine della Repubblica Popolare Cinese: la laicità non solo dello Stato, ma di tutti i funzionari del Partito Comunista, indipendentemente dalla loro posizione. In Xinjiang, così come in altre regioni autonome, il divieto di affiliazione religiosa da parte dei ranghi del Partito Comunista era stato, per molto tempo, ignorato e, di conseguenza, era interpretato come la causa prima dei movimenti secessionisti che stavano nascendo nella regione.

Nel 1997 il tacito conflitto tra Comitato Centrale e minoranza uigura raggiunse una delle sue fasi più aspre: in seguito all’esecuzione di trenta attivisti indipendentisti e al tentativo fallimentare di ripristinare alcune pratiche della cultura uigura, una folla di manifestanti marciò per due giorni lungo le strade di Yining, una città nel nord-ovest dello Xinjiang, fino a che l’Esercito Popolare di Liberazione non trasformò la protesta in un bagno di sangue. L’“incidente di Yining” portò a gravi conseguenze sia per la minoranza uigura sia per il governo di Pechino: se, nelle settimane che seguirono le proteste di Yining, gli Uiguri assistettero all’esecuzione di quasi duecento persone da parte delle forze del Partito, allo stesso tempo, dal sangue di quelle condanne, cominciò a formarsi quello a cui, oggigiorno, ci riferiamo come il Movimento separatista del Turkestan del Est.

Laika ac - Abakh Hoja Tomb

Occorre ricordare che nessuna regione autonoma, provincia o municipalità cinese gode di alcun tipo di autonomia giudiziaria, anche se, storicamente, le questioni di interesse comune sono sempre state esaminate da comitati congiunti.

Dieci anni più tardi, una scia di attentati terroristici, che continua fino ai giorni nostri, ha scosso tutto il territorio della Repubblica Popolare Cinese. Nel giugno del 2014, il Comitato Centrale ha risposto alle violente richieste del Movimento separatista del Turkestan del Est con la condanna a morte di una decina di terroristi uiguri che, ispirati dal movimento islamico jihadista, avevano tentato di rovesciare la leadership di Pechino sulla regione. In seguito a tali condanne, nuovi, violenti attentati hanno scosso il Paese, tra i quali si ricorda l’uccisione dell’imam della moschea di Jume Tahir presso la città di Tashgar nello Xinjiang, la più grande moschea di tutta la Cina, che si era pubblicamente dichiarato a favore delle politiche di contenimento cinesi.

 Avendo fallito nella strada della repressione, la Repubblica Popolare Cinese sta ora ricorrendo a uno dei metodi più antichi della sua tradizione politica: l’assimilazione. Da una parte, infatti, il Partito Comunista spinge membri dell’etnia Han alla migrazione interna nello Xinjiang attraverso l’investimento di grandi somme di denaro per la modernizzazione della regione. Dall’altra, favorisce i matrimoni misti tra Han e Uiguri attraverso l’utilizzo d’incentivi finanziari. Se questi metodi porteranno alla tanto agognata stabilità interna, è ancora tutto da vedere.