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Sulla scia dell’entusiasmo dell’ultimo libro dello scrittore israelita Amos Oz, Giuda, mi fiondo a comprare Altrove, forse appena uscito in libreria, edito da Feltrinelli. La copertina ritrae due bambini a testa in giù, spensierati e felici nel loro dondolio fanciullesco.

Comincio a leggerlo e qualcosa non mi torna. Mi sembra parecchio diverso dal precedente libro letto. Sembra un altro scrittore. Probabilmente non mi sbagliavo perché questo libro è stato scritto nel 1966 e questa è la prima edizione italiana, pubblicata solamente nel 2015. I tempi di narrazione sono molto lenti, contorti, spesso statici e la prima persona narrante sottolinea spesso questo procedere stentato come a darne conferma. Personaggi in moviola in uno scenario immobile: il kibbutz di Mezudat Ram.

Tutto è fermo. La scrittura come i fatti narrati.

Seppure avvengono episodi scabrosi di tradimenti, vendette, in un continuo clima di guerriglia (l’infinita disputa tra arabi ed ebrei in Medio Oriente), tutto è molto lento e poco avvincente. Ma andando avanti con la lettura lo stile comincia a acquisire significato quando si capisce che è il kibbutz stesso il vero protagonista della storia. Tutti si muovono in narrazione corale, le vicende non riguardano i diretti interessati ma la collettività. Non sono quindi importanti i fatti: l’abbandono di Eva la moglie del poeta Ruben Harish, l’adultera relazione di quest’ultimo con Bronka la moglie del camionista Ezra, la vendetta dettata dalla natura del marito dell’amante del poeta con sua figlia Noga di sedici anni a sua volta in relazione con un giovane arruolato di nome Rami. Quello che conta è la comunità nel suo insieme. Tutto fa da sfondo al respiro all’unisono dei compagni ebrei. I personaggi sono numerosi. I collegamenti dentro e fuori Mezudat Ram, echi che giungono dalla Russia e dalla Germania. Il lettore osserva la vita dei compagni all’interno del loro mondo fatto di regole uguali per tutti, dei loro compiti sapientemente ripartiti, di lavoratori dediti al bene della collettività, di riunioni del movimento socialista del comitato direttivo. Per quanto la lettura vive in una dimensione del tutto unica come è unica e rarefatta la vita all’interno del kibbutz, osserviamo i personaggi prendere forma pian piano: vediamo crescere in modo diametralmente opposto i bambini Gai e Oren, ascoltiamo le note struggenti del violino di Hebert Segal, partecipiamo a nozze, assistiamo alla nascita di bambini.

Ricordo un mio viaggio in Terra Santa dove tra le altre cose ho visitato un kibbutz. Nel rileggere queste pagine mi sono riaffiorate alla mente delle nitidi immagini: i grandi campi coltivati, la ricchezza di ortaggi frutta e verdura, i sorrisi accoglienti, le braccia allargate in segno di condivisione, ma soprattutto i pasti nella mensa, in questo libro sapientemente descritti.

Inoltre  non posso esimermi dal sottolineare la presentazione psicologica dei fratelli del camionista Ezra, magistralmente sfumati dalla penna di Amos Oz.

Tra gli spari che illuminano il cielo come minaccia costante, i peli delle schiene possenti sopra la pelle bianca e gli occhi verdi, il mondo qui raccontato vive di un minimo comune multiplo: il pettegolezzo. La narrazione si snoda tra voci sentite, chiacchiere, pensieri, dichiarazioni a voce alta, pochissimi dialoghi e tanta filosofia. Sembra che ogni personaggio presentato voglia dire la sua sul significato del mondo.

Le riflessioni alla fine della lettura sono molte. Mi lascio questa domanda alla quale non ho risposta: Quando costruivamo la casa sull’albero da bambini ci emozionava più il conforto di poterla abitare o il poter di tanto in tanto uscire e dare una sbirciata al mondo reale, anche se là fuori aumentavano i pericoli?

Se avete intenzione di leggere il libro saltate questa parte.

Per gli altri vale la pena soffermarsi su queste poche frasi che concludono i libro:

Guardare solo quelli che sono qui, in questa stanza calda. Guardare nitidamente. Essere lucidi. Assorbire le voci della grande famiglia. Prendere forza. Trattenere il respiro. Forse chiudere gli occhi.

Chiamare quest’ultima scena con il nome di amore.

 

9788807031717_quartaVoto: quattro punte di matita.