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La prima volta che mi sono imbattuta in Giles Duley, la mia vecchia scrivania adibita a spazio di coworking per tesisti anti-ecologisti, convinti che stampare le Convenzioni di Ginevra con furia epica e scriteriata sarebbe bastato a filtrare e introiettare per osmosi tutte le informazioni utili, cominciava a essere sommersa dall’opera magna del diritto internazionale umanitario, stampata in fogli A4 e pinzata in fascicoli di dimensione variabile tra le quattro e le centottanta pagine, a loro volta impilati dentro bustine di plastica dotate di menzogneri post-it gialli che recitavano: DA LEGGERE SUCCESSIVAMENTE. Mentre cercavo di raccapezzarmi tra le pittoresche interpretazioni dell’art. 51 della Carta ONU (in quel periodo mi ero prefissata l’obiettivo  di ribaltare le sorti della guerra al terrore studiando la liceità dell’impiego dei droni sul confine afghano-pakistano), ho deciso di ritagliarmi un pausa, sgranocchiando patatine aromatizzate al salmone e guardando una video-intervista realizzata da Internazionale a un fotoreporter inglese, dal titolo “La seconda vita di Giles Duley”.

 

Giles Duley lavora per dieci anni come fotografo free-lance per importanti riviste nel mondo della moda e del glamour. Poi l’automatismo si inceppa. Duley ha solo 29 anni, eppure percepisce che la sua vita non sta andando in nessuna direzione, che manca di profondità, di prospettiva, di interazione. Vive all’esterno, fuori da se stesso e sulla superficie del mondo, incapace di immergervisi, senza correre il rischio necessario di annegarvi. Capisce che la leggerezza che l’aveva sempre guidato nel suo lavoro si è trasformata in vuoto e che la sua fotografia si è involuta in un gioco voyeuristico auto-referenziale incapace di generare il cambiamento, di sensibilizzare l’opinione pubblica, di funzionare come meccanismo propulsore di riflessione.

Una foto non deve limitarsi a essere un’immagine statica, quando può diventare una storia. Raccoglie in sé delle potenzialità strepitose. Può essere usata per raccontare una vita, per coglierne dettagli altrimenti nascosti, per dare un volto a sentimenti talmente intensi da sfuggire alle briglie geometriche della sintassi.

E così Duley decide di invertire la rotta, di scendere in trincea, di agire da osservatore partecipante. Torna indietro di dieci anni, visualizza nitide e dirompenti le foto del documentarista Don McCullin raccolte in un volume che aveva ricevuto in dono dal padrino insieme a una macchina fotografica Olympus. Sceglie il destino che aveva lasciato in sospeso, ritrova la spinta per mettere a fuoco e adotta il punto di vista opposto: da esterno a interno. Interno a sé stesso, alla propria coscienza, al mondo intimo ed emotivo degli altri, soprattutto di chi si trova a vivere in contesti socio-politicamente instabili, in zone di conflitto armato, in aree devastate dalle carestie e afflitte da una povertà estrema. I volti fotografati da Duley sono stati sconvolti dal dolore fisico, dalla perdita delle persone care, da una martellante nostalgia dei paesaggi natii che sfibra, invecchia e fa gli occhi grigi. Sono volti complicati da ragnatele di ricordi, logorati dalle attese, sfiancate dalla speranza sempre più remota di un ritorno. Quanto della loro umanità è morto, quanto è sopravvissuto e può essere curato?

Duley comincia a viaggiare, tra il 2007 e il 2010 lo troviamo a documentare la vita nei poverissimi villaggi dell’Angola, tra i campi per i rifugiati e i centri di riabilitazione per i sopravvissuti agli attacchi con l’acido in Bangladesh, fino ad approdare alla guerra civile in Sud Sudan dove sono tornati ad accendersi violenti scontri inter-tribali. È il cantastorie dei danneggiati che, nonostante o proprio in virtù del danno subito, sopravvivono come testimoni della pesantissima eredità di guerra di cui sono vittime. Come può un fotografo gestire la mutilazione, la separazione, il lutto senza esserne schiacciato? In che modo può catturare storie di esseri umani devastati da immense sofferenze senza precipitare nella dimensione del morboso, del cinico o dell’asettico?

Inter - Tribal Violence - South Sudan - 2009

Siamo nel febbraio 2011. Duley è in missione in Afghanistan per documentare la vita dei soldati americani sul campo. La pattuglia è vittima di un’imboscata, nel tentativo di fuggire Giles calpesta un ordigno esplosivo improvvisato. Nell’attacco perde entrambe le gambe e il braccio sinistro. Tre giorni dopo l’incidente, quando sua sorella va a trovarlo in ospedale, Duley sposta la maschera dell’ossigeno per parlarle. Pronuncia soltanto poche parole: “I am still a photographer”. Sono ancora un fotografo, nonostante il mio contenitore sia stato seriamente danneggiato, la mia identità non è intaccata. Io sono un fotografo, è questo a definirmi come essere umano. Ed è tramite la fotografia che Duley comincia il complicato percorso di riconciliazione con la sua nuova forma, lavorando a una serie di autoritratti che costituiranno la base per il progetto “Becoming the Story”:

«Quando ero in terapia intensiva, avevo quest’idea in testa di una foto che volevo scattare – un autoritratto – potevo vederlo così chiaramente davanti ai miei occhi. Ce l’avevo in testa da mesi, l’avevo rinominato “la statua spezzata”, perché evocava le statue greche e romane che avevo visto da bambino. Volevo scattare una foto che non nascondesse la realtà del mio corpo offeso, ma che allo stesso tempo non mi mostrasse come una vittima […] Quando ho scattato la foto ho sentito di aver attraversato un confine, di aver accettato le mie ferite. Questo sono io, e sono di nuovo un fotografo. »

Becoming the story - Self Portrait - 2011

Nel 2012, guardando scorrere con rabbia e impotenza le immagini della guerra civile in Siria tra un notiziario e l’altro, Duley capisce che è tempo di rimettersi in gioco. Che questa è una storia che deve essere raccontata. Dopo 37 interventi chirurgici eseguiti soltanto nel primo anno di degenza, riparte dall’Afghanistan laddove il suo percorso era stato dolorosamente interrotto e si imbarca in “Legacy of War”, un progetto estenuante e ambizioso pensato per affrontare una questione spesso messa in secondo piano da un’arte che potremmo definire“emergenziale”, concentrata a rappresentare soltanto il qui e l’ora, senza considerare gli effetti del conflitto sulle comunità e sull’ambiente nel lungo periodo. Quello che resta di una guerra a distanza di anni, a volte anche decenni, diventa il principale oggetto d’indagine per Duley. Per “Legacy of War”, realizzato grazie a una campagna di fundraising lanciata su Kickstarter, il fotoreporter britannico ha raccolto le testimonianze di decine di persone disseminate tra quattordici stati differenti, dal Medio Oriente al Sud Est Asiatico, misurandosi con una serie di questioni correlate all’eredità dei conflitti, dal disturbo da stress post-traumatico alla riabilitazione dei bambini soldato, dagli effetti sui corpi dell’agente arancio e delle mine anti-uomo allo straniamento e all’alienazione tipiche della condizione dei rifugiati di lungo corso.

«I am still a photographer»

Mentre il progetto continua a crescere attraverso le sue fasi (ne usciranno cose parecchio interessanti, tra cui un libro, mostre fotografiche e incontri nelle scuole), negli scorsi mesi Duley è stato inviato dall’UNHCR a Lesbo per documentare i flussi dei migranti lungo la rotta mediterranea e balcanica. «La crisi dei rifugiati» ha sottolineato Duley in un Ted Talk da poco rilasciato a Exeter, «riguarda la nostra umanità e il modo in cui vogliamo averci a che fare». Capire che anche questa è una faccia dell’Europa, imparare ad ascoltare, riuscire a immergersi in storie profondamente diverse dalle nostre senza affondare. Essere punti di riferimento, punti di partenza per un nuovo viaggio, per un nuovo mondo.

Essere ancora, da statue spezzate, esseri umani.