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«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta, le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse sia la luce. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno»[1].

Ognuno di noi, almeno una volta, è incappato in questo incipit. È un cominciamento che, seppur emblematico e ricco di sfumature metaforiche, riconsegna nell’immediato il valore e anche la complessità dell’elaborazione simbolica della luce: da semplice fenomeno fisico ad archetipo dell’esistenza. Non è un caso che nascere si dica anche «venire alla luce».

Nella Bibbia tutto ha inizio con un evento sonoro dal quale si propaga un fenomeno luminoso e da questo troverà poi generazione tutto il creato. Attenti studi esegetici delle Sacre Scritture hanno mostrato il particolare rapporto che intercorre tra Dio e la luce. La luce non è identificata con la divinità, è piuttosto una sua opera. Questo pone una netta distinzione tra Dio e il creato, sancita dalla creazione della luce come elemento rivelatore della potenza divina. La Bibbia, separando il piano divino da quello naturale, delinea una prospettiva trascendente che nettamente la separa dall’elaborazioni mitologiche di molte culture di età precristiana che avevano invece elaborato cosmogonie e mitologie volte a salvaguardare una prospettiva immanentistica.

Un esempio di questo aspetto panteistico è riscontrabile nella cosmogonia detta eliopolitana, presentata dai testi delle piramidi. Questi scritti dell’antico Egitto, benché risultino di difficile decodificazione a causa della complessità del loro linguaggio, offrono un eccellente esempio dell’impiego metaforico che la luce ha trovato all’interno di una trattazione cosmogonica. In questi scritti si racconta della nascita del dio solare Atum, successivamente chiamato Atum-Ra. Questo dio, generatosi dalle acque primordiali, sarà al vertice del complesso e articolato pantheon egizio dal quale discenderanno tutte le altre divinità, tra cui OsirideIsideSeth e Nefti, procreatori della stirpe umana.

Atum-raCon un immaginario metaforico del tutto simile a quello egizio, si andava sviluppando in India, nella tarda epoca vedica, il mito del dio Prajāpati. L’immagine questa volta è quella di un germe d’oro racchiuso in questa divinità che, sacrificandosi, ha sprigionato da sé una potenza cosmogonica matrice di tutto il creato. Anche in questo mito la luce fa da padrona: l’atto di emanazione è infatti sancito da raggi luminosi che si propagano dal corpo di Prajāpati.

Questi sono solo alcuni esempi dei molti che si potrebbero addurre per mostrare come il valore metaforico della luce, in quanto creazione e nascita, abbia accompagnato l’elaborazione delle più antiche teologie.

L’immagine della luce come metafora della potenza creatrice divina ha trovato natali felici anche nelle riflessioni teologiche elaborate soprattutto in epoca medievale ma questa non è stata la sua unica veste. All’interno della speculazione filosofica, la luce è stata consacrata a simbolo di un cammino ascensionale in grado di alienare l’uomo dall’oscurità della sua ignoranza e condurlo alla conoscenza, alla verità. Come non menzionare a questo proposito il famoso mito della caverna, ancora oggi tra le pagine più lette dell’intero corpus platonico. Questo  racconto offre la prospettiva di una conversione dell’anima umana che deve abbandonare le conoscenze inautentiche e volgersi alla verità. Questo cammino ascensionale inaugurato con l’abbandono dell’oscurità della caverna, condurrà l’uomo fino a vedere la luce del sole, simbolo della conoscenza autentica.

 

A quanto possiamo discernere,
l’unico scopo dell’esistenza umana
è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere

Jung

Tutto ciò che è stato detto fin qui, descrive solo alcune delle sfumature che compongono il complesso e articolato quadro delle declinazioni semantiche ascrivibili al fenomeno della luminosità. Molto altro si potrebbe ancora dire, se solo potessimo attingere al patrimonio della letteratura e delle arti figurative ma non ci è possibile in questa sede dilungarci oltre. C’è però un’ultima questione che merita di essere portata alla luce (concedetemi questa calzante metafora): solo se inserito in una dialettica luce-ombra, il valore allegorico della luce può acquisire la giusta efficacia semantica. Nessuna antica divinità avrebbe dovuto raffigurarsi come luce, se in origine non fosse stata l’oscurità a dominare; il Dio degli ebrei e dei cristiani, dopo aver evocato la luce, la separò dall’oscurità, creando così il giorno e la notte; e Platone aveva raffigurato la ricerca della conoscenza come un cammino che, originandosi dal buio dell’ignoranza, porta alla verità, raffigurata dalla potente luce del sole. Ecco quindi come l’antitesi tra questi due elementi sia il perno dominante sul quale si intreccia ogni richiamo simbolico.

Non fu forse il rivedere la luce delle stelle l’evento che sancì l’uscita di Dante dall’oscurità dell’Inferno?

Dante e Virgilio

 

 

[1] Genesi