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È da un po’ di giorni che non riesco a dormire.

Troppi caffè?

Troppe preoccupazioni?

Macché, niente di tutto questo.

Il tempo mi sembra come capovolto. Sottosopra.

Di giorno mi trascino sonnambulo nel mio impiego. Otto ore di nulla seduto alla scrivania più una quarantina di minuti di viaggio col sedere schiacciato nella poltrona di un autobus che frena ogni mezzo metro.

Sono sdraiato sul letto sotto una coperta maculata.

Il televisore muto che spande una tremula luce azzurrina sulle pareti. Un libro in mano. Leggo la stessa riga trecentomila volte ma tanto non mi rimane in mente niente. Come si dice: un mattone. Lo lascio aperto sulla mia pancia per tenere il segno non ho voglia di prendere il segnalibro.

Spengo la TV, sperando che il buio concili il sonno.

Niente.

Allungo la mano accendo la lampada da comodino Tolomeo di Artemide. La calda luce mi rincuora. Oriento la lampada a mio piacimento. Un cerchio sul soffitto.

Faccio quello che ho rimandato fino a questo momento. Apro il cassetto.

Contemplo la foto di mia moglie Carla tenendola tra le mani che tremano.

Il suo sorriso allegro e i capelli mossi dal vento. In ginocchio su una spiaggia, i piedi incrociati dietro, un maglione a righe bianco e blu.

Le lacrime mi bagnano le guance.

Il ricordo dei sui baci come balsamo mi culla in un sogno fatto di un amore perduto.

La lampada comprata insieme a Carla in via Margutta a Roma, un pomeriggio di fine ottobre, illumina il mio sonno ristoratore.

Finalmente riposo.