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Sono mesi ormai che ho ingaggiato una battaglia cruenta con la radiosveglia.

Cercavo un modo per essere celermente buttata giù dal letto e non potevo trovare soluzione migliore.  La musica italiana divulgata dalle ormai circa venti stazioni radio esperite alla dura ricerca di un compromesso umano fra le mie orecchie e la necessità di catapultarmi fuori dalla branda, funziona meglio di una secchiata d’acqua gelata in piena faccia.

Il livello delle canzoni infatti è tale che nella maggior parte dei casi mi ritrovo davanti allo specchio del bagno senza nemmeno rendermene conto. Con un occhio chiuso, uno aperto e parole impastate in bocca ancora non coscienti pienamente, dunque assai genuine.

Di solito il tenore è: “Chi cazzo è?…Che si urla questa? Ma che parole sono? Ma non si vergogna di cantare sta roba?” Si. Un modo orribile di svegliarsi, lo so.

Non seguo i talent, ma capisco che il debordare televisivo di questi fenomeni ha inquinato la musica come una condotta di petrolio rotta che sbocca a mare. I talent sono la melma puzzolente che ha occluso le arterie della musica. Non basta ricercare un’ugola d’oro o un urlatore con la bocca a culo di macaco per produrre dei brani artisticamente rilevanti.

E i talent questo fanno. Prendono migliaia di ragazzi con una buona estensione vocale, li mettono in fila come vacche alle fiere, e prendono per i fondelli il loro sogno di affrancarsi da una vita di disoccupazione in una frazione del novarese come del salernitano, da un capo all’altro del Paese. Si riempiono la bocca di moniti zuccherosi alla vivi il tuo sogno ragazzo o di slogan degni di una marca di shampoo: Perché tu vali.

No. Tu hai una voce discreta e l’età giusta per essere coglionato ragazzo. Ti mettiamo una giacchetta di paillettes e ti facciamo sgolare su una canzone di Vasco Rossi e poi se vinci ti spediamo con un bel calcio in culo a Sanremo. Così per un anno o due appilerai le radio della penisola con brani scritti da quattro autori, fra cui tu non figuri ovviamente, che sarà uno sterile esercizio di stile per far sentire al mondo quanto urli forte.

Ed ecco che vengo al punto.

Il grave danno che questi contenitori televisivi moltiplicatisi come funghi in pochi anni stanno compiendo è quello di svuotare la musica di ogni peso. La musica diventa una linea sottile sottile dietro le voci complesse e virtuose di questi giovani cantanti. Perché quello sono. Cantanti. Interpreti.

E dunque dove sono i soli di chitarra capaci di sfondarti uno stomaco, i pezzi di piano che ti travolgono come maree e le batterie che ti mettono il peperoncino nel sangue? Dove sono gli archi e i fiati e gli arrangiamenti? Dov’è la melodia? Il motivo? Il mood della musica?

Provate a cantare una canzone pop italiana attuale. Provate a pensare se vi resta in testa, se la potete cantare voi e vostra madre senza grandi problemi.

Io ci ho provato con una di quelle che più di frequente si sente in giro. Ho scoperto che si è piazzata seconda a Sanremo, che l’abbiamo portata all’Eurofestival, che ha vinto un disco d’oro. Davvero? Sul serio? Mi sono chiesta incredula. Si. Tutto vero. Mi sono dovuta raccogliere le braccia da terra da sola. Perché non solo a secco non riuscivo a ricordarne il motivo, ma anche perché tutto quello che mi saliva alla mente era una brutta sequenza di sostantivi terminanti in ONE. EsitaziONE, divisiONE, separaziONE. Rime baciate a go go per un effetto lista della spesa su una linea melodica assai difficile da intercettare e questa ragazzetta, che non conosco, con una voce identica ad Elisa, ma che Elisa non è, che ogni tanto finisce in un farsetto angosciante.

A proposito di talent, ho comunque scoperto che anche il buon Red Ronnie ha avuto il suo che da dire. I maligni potrebbero facilmente pensare che sputi su un piatto in cui magari non gli è mai riuscito di mangiare, ma io credo invece alla bontà delle sue affermazioni, se non altro perché Red Ronnie me lo ricordo da Roxy Bar negli anni novanta. E me lo ricordo come uno che la musica la conosceva bene e la amava. Dunque forse ha avuto il suo giramento di culo esattamente come la sottoscritta e chissà come quante altre anime in giro per il Paese.

In questo video non la manda tanto a raccontare e se il disco è un mercato neanche più morto, ormai putrescente direi, possibile che l’unico modo di rendere accattivante la musica sia farne un fenomeno televisivo? Svuotarla di senso fino a renderla il vestitino indossabile da una reginetta o da un principino manovrabile a mo’ di burattino?

Artista è colui che crea.

Artista è chi realizza un ponte fra gli uomini e il divino, rendendo fruibile a masse di persone frammenti di bellezza ineffabile. L’ho sempre visto come una sorta di medium l’artista. E dunque si, ha ragione Ronnie. L’Artista è potenzialmente un grandissimo rompicoglioni.  Pensate a un Thom York che scassa le scatole a Spotify. Se avessero partecipato a X Factor i Radiohead probabilmente li avrebbero mandati a casa al primo turno. Thom ci dispiace tanto, sta voce ricorda un maiale al mattatoio e non riesci a fare i gorgheggi. Poi sta storia delle chitarre elettriche non si può sentire. Li avrebbero costretti a cantare male una canzone di Sting & the Police e il mondo non avrebbe mai avuto in dono OK Computer.

Se volete bene alla musica smettete di sintonizzarvi ogni volta che potete sulle gesta di Elio, Morgan o Fedez. Della Carrà di turno o della moglie di Costanzo.

Se amate la musica andate a sentirla come sostiene il buon Red Ronnie. Ma andate a sentire gruppetti ignoti dentro localini improbabili, quelli che si iscrivono a contest fatiscenti per vincere l’apertura dell’apertura dell’apertura di una band mediamente famosa in un festival Serbo. Quelli che mettono infondo alla sala la fidanzata a vendere dei cd autoprodotti con grande sacrificio. Potreste fare delle scoperte interessanti.

Voglio chiudere in bellezza. Voglio chiudere parlando di un fenomeno che è nato esattamente così, nei locali della spocchiosa scena romana, e che a poco poco ha stretto ranghi e fila fino a guadagnarsi i palchi europei e americani in un tour dopo l’altro. Non hanno avuto bisogno della TV e neanche del finto patrocinio di un musicista travestito da giudice dietro corresponsione di un ricco cachet.

Si chiamano GIUDA. Suonano un glam rock da svegliare i morti e il loro concerto credetemi è un’esperienza.

Suonano come trottole in giro, ma se fermate un campione di gente ovunque in questo Paese vorrei fare la conta di quanti li hanno mai sentiti nominare e di quanti invece annoverano anche i peli al sedere di Marco Carta.

http://giuda.net/beta/