CONDIVIDI

Nell’aprile 2015 un senatore del Vermont di settantatré anni annuncia la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico degli Stati Uniti d’America con un programma che, in quel momento, poteva essere riassunto in tre parole chiave: riduzione delle disuguaglianze sociali, lotta al cambiamento climatico e, dulcis in fundo, riformulazione dell’apporto dei grandi capitali in relazione alla sfera politica dello stato.

Capture socialism

Il senatore di cui sopra è Bernard Sanders, detto Bernie, classe 1941, attivista per i diritti umani fin dai tempi dell’Università in Michigan: la foto del suo arresto in bianco e nero durante una manifestazione anti-segregazione nel 1963 non ha mancato di fare il giro del mondo, concretizzando (probabilmente) il personaggio più dei molti dibattiti svolti durante la campagna elettorale.

Bernie Sanders è cresciuto in una famiglia ebrea d’origine polacca alle prese con il calvario della diffusione dell’ideologia nazista sul vecchio continente. Per sua stessa ammissione, un tale upbringing ne ha plasmato le idee nei confronti della politica, interpretata come forza modificatrice della società nella sua accezione più vasta e, per certi versi, negativa. Sanders, tuttavia, è anche figlio della Brooklyn degli anni ’60, della distensione, della decolonizzazione e delle proteste studentesche. Un mondo in mutamento per qualcuno nel pieno della formazione della personalità, delle convinzioni, del percorso di vita.

Durante la corsa verso la Casa Bianca, Bernie Sanders è stato da subito identificato come il “candidato socialista”, un po’ come incarnasse un blando Jeremy Corbyn all’americana.

E ci si premura di sottolineare la parola “blando”.

Negli Stati Uniti, le proposte di Sanders nei confronti della riforma dell’assistenza sanitaria e dell’accesso all’istruzione superiore, dei finanziamenti alle campagne elettorali e della tassazione della fascia più abbiente della popolazione ricadono nella fascia più lontana dal centro nello spettro politico del Paese. Un socialismo a caratteri americani, per così dire. In tutto il Paese, l’etichetta “socialista” è storicamente portatrice di un’accezione dolceamara, utilizzata al fine di screditare piuttosto che per definire. L’immaginario americano tradizionale interpreta ancora il socialismo attraverso la propaganda della Guerra Fredda, quasi fosse in rapporto di sinonimia con termini come totalitarismo, limitazione, comunismo. Si prendano in considerazione, ad esempio, le critiche rivolte al Presidente uscente, Barack Obama, durante la sua prima campagna elettorale nel 2008 in cui era spesso additato come colui che avrebbe portato il socialismo in America.

Con Sanders, tuttavia, gli elettori americani si sono, in parte, staccati dall’interpretazione “americana-purista” del socialismo: le fasce più giovani della popolazione e gran parte dell’elettorato femminile, infatti, hanno iniziato ad associarvi gli ideali del welfare europeo dei Paesi scandinavi, dimenticandone completamente il legame con l’esperienza sovietica.

Parafrasando le parole di Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale: contrariamente a qualsiasi previsione, Sanders è riuscito a scuotere il Partito Democratico americano attraverso un’aperta e continua rivendicazione del suo essere socialista. Eppure, Bernie Sanders si è proposto agli Stati Uniti durante una campagna per le primarie democratiche che avrebbe dovuto calibrarsi in tutto e per tutto su una candidata come Hillary Clinton: legata all’establishment, Clinton gode di una forte popolarità internazionale e, soprattutto, eredita l’esperienza (e le conoscenze) necessarie a sostenere con successo una campagna presidenziale. Senza tralasciare che rappresenta, per la prima volta nella storia americana, una politica femminile ad altissimo livello. La riflessione su Bernie Sanders, quindi, non può che iniziare proprio dalla sua avversaria: di fronte a Hillary Clinton, come può un senatore di settantaquattro anni che nell’aspetto e nella retorica tanto ricorda una lontana classe politica europea, incarnare per moltissimi giovani elettori americani il cambiamento verso un futuro in cui credere o, per usare le parole della sua campagna, to believe in?

Senator Bernie Sanders

In questo senso, ha fatto storia mediatica l’intervento di Taylor Gipple, ventiduenne di Des Moines (Iowa) il quale, pochi giorni prima della riunione dei dirigenti del Partito Democratico (il cosiddetto caucuss) i è sentito in dovere di porre il quesito proprio alla diretta interessata, la quale non ha potuto far altro che generalizzare diplomaticamente sul futuro dell’integrità del suo partito. Ciò che sorge spontaneo domandarsi è cosa rappresenti per l’elettorato democratico degli Stati Uniti un candidato come Bernie Sanders e quale sia il motore che gli ha permesso di conquistare in breve tempo il consenso di una competitiva fascia di elettori, nonché un’attenzione internazionale che, contrariamente a Clinton, fino a poco più di un anno prima gli era completamente estranea.

Hillary Clinton, a oggi, è ufficiosamente la candidata vincitrice della nomination alla Casa Bianca. Il 7 giugno ha rivendicato il suo posto nella storia degli Stati Uniti d’America come la prima donna a raggiungere un tale traguardo. Arrivati a questo punto, l’ordine naturale della politica avrebbe forse richiesto che Sanders cedesse, per così dire, il passo alla collega/avversaria e iniziasse il difficile percorso verso l’unificazione delle due sinistre in vista delle elezioni presidenziali contro il candidato repubblicano, Donald Trump. Nonostante la sconfitta californiana all’ultimo Super Tuesday della stagione, Bernie Sanders ha annunciato che continuerà la propria campagna fino alla Convention democratica che si terrà a Philadelphia a fine luglio e che osserverà i membri del partito impegnati a nominare ufficialmente i futuri Presidente e Vice-Presidente in caso di vittoria alle elezioni presidenziali. L’ostinazione/perseveranza di Sanders non potranno che lasciare un segno indelebile sull’elettorato americano: uno statement energico che ben si sposa con il rifiuto all’immobilismo politico che ha fatto sì che buona parte dell’elettorato democratico e di quello repubblicano si radunasse attorno alle posizioni più interventiste in campo.

Internazionalmente, Bernie Sanders sembra incarnare le conseguenze della crescita mondiale delle disuguaglianze sociali che spostano il confronto politico da sinistra/destra a sinistra/sinistra ugualitaria: sarà forse un socialista del Vermont a concretizzare l’urgenza mondiale di una nuova sinistra?