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Il 18 giugno 2016, in occasione della bella iniziativa Letti di Notte presso la milanesissima libreria Les Mots, la giornalista Renata Pisu e Maurizio Gatti di O Barra O Edizioni si sono incontrati a chiacchierare di Cina, per meglio dire di Pechino, di urbanistica e di Rivoluzione Culturale.

Pochi possono vantare una conoscenza del celeste impero pari a quella di questa scrittrice: emigrata a Pechino nel 1957 a soli ventidue anni, ci rimase fino al 1964, agli albori di quello che fu il cambiamento più significativo per quel Paese. Talmente significativo da aver dato il titolo a una delle sue opere maggiori: Mille anni a Pechino (Milano, Sperling & Kupfer, 2008). Infatti, nonostante Renata Pisu ci abbia vissuto per meno di dieci anni, tali e tanti sono stati i mutamenti a cui ha avuto il coraggio e la fortuna di assistere, da aver dato l’impressione di una vorticosa, e spesso problematica, accelerata verso la modernità.

Mille anni a Pechino di Renata Pisu

Questi cambiamenti hanno ovviamente influenzato ogni branca della società, ma è stato nel campo dell’architettura e dell’urbanistica che sono stati più immediati e visibili. Nell’arco di pochi anni, Pechino è passata da antica e solenne capitale, a baluardo del socialismo, a avamposto del capitalismo più sfrenato. E dunque templi buddisti che si alternato a blocchi di cemento in puro stile sovietico e a grattacieli scintillanti e futuristici, il tutto in un groviglio intricatissimo di vicoli, autostrade e smog. Si tratta di un fenomeno che è ancora in corso, e che ha portato più di una volta gli intellettuali cinesi a parlare di urbicidio. Sì, perché quando una città mantiene i nomi autentici di porte e viali, ma di fatto li abbatte e li ricopre di asfalto a favore di un presunto benessere del popolo o di un business senza nome, di urbicidio si tratta.

Un esempio notevole in questo senso è il caso di Liang Sicheng, considerato il padre dell’architettura cinese. Nacque nel 1901, in un’epoca in cui il volto di Pechino non era ancora cambiato: la città era ancora cinta da mura antiche, naturalmente dotate di numerose porte. L’obiettivo di Liang era di mantenere l’aspetto originario della capitale, rendendola, per così dire, più europea: se le porte hanno perso la loro funzione, perché non renderle spazi per gallerie d’arte e attività commerciali? L’architetto voleva rifarsi ai principi del padre, convinto che le antiche città dovessero essere preservate e che le novità le dovessero accompagnare, ma non sostituire. Nulla da fare: Mao voleva costruire una nuova Cina, ma soprattutto cancellare la precedente. Una damnatio memoriæ completa, che avrebbe lambito ogni aspetto della cultura e della società, e che il Grande Timoniere non esitò a mettere in pratica. È ironico come non solo a Liang Sicheng, ma anche al padre e poi al figlio Liang Qichao sia toccato lo stesso destino: tre esponenti dell’élite culturale cinese (rispettivamente un intellettuale, un architetto e un ambientalista, morto nel 2010) del tutto ignorati non solo dalla classe dirigente, ma anche dalla popolazione.

Proprio questa è l’altra faccia dell’urbicidio cinese: sebbene sia nato fra i ranghi del Partito Comunista, è stato messo in atto da ogni singolo abitante della Terra di Mezzo. Gli stessi che oggi disprezzano e cercano di dimenticare la Rivoluzione Culturale all’epoca erano impegnati a cancellare le tracce di quanto c’era prima. Dal versante occidentale, d’altronde, quella stessa rivoluzione esercitava un fascino, forse più esotico che autentico, su personaggi come Barthes, Antonioni e Parise; non stupisce quindi che uno sfacelo urbano di tale portata venisse perpetrato senza alcuna opposizione, né a livello locale, né a livello internazionale.

È solo nell’ultimo decennio che in Cina, o meglio, a Pechino, sono arrivati quei segni di modernità tipici delle metropoli occidentali: stazioni ferroviarie, orologi, piazze, anche se prive della dicotomia tra municipio e cattedrale, e dunque tra potere temporale e potere spirituale; questo sia a causa del sincretismo religioso che da millenni contraddistingue questo Paese, sia a causa della politica attuata sempre durante la Rivoluzione Culturale che ha visto radere al suolo numerosi templi minori.

E dunque, templi buddisti che si alternato a blocchi di cemento in puro stile sovietico e a grattacieli scintillanti e futuristici, il tutto in un groviglio intricatissimo di vicoli, autostrade e smog.

Salvare Pechino dall’urbicidio, o almeno recuperarla, è possibile? Al momento, gli unici testimoni dell’epoca precedente al 1966 sembrano essere i pochi monumenti preservati dal governo, e pertanto adeguatamente rimaneggiati (emblematico il caso del ritratto di Mao all’ingresso dell’imperiale Città Proibita), e gli hutong, stretti vicoli costellati di casette a cortile, tanto suggestivi quanto malsani: non è infrequente imbattersi in persone di ogni sesso ed età che espletano le loro esigenze in mezzo alla strada, dal momento che quelle abitazioni sono prive dei servizi igienici essenziali.

Se tra la fine del secolo scorso e l’inizio del ventunesimo si è affermato un modello di città estremamente capitalista, americano, fatto di strade infinite e disarmoniche, ultimamente sta prendendo piede un tipo di metropoli più vicino a quelle del vecchio continente, in cui si comincia a prestare attenzione alle problematiche ambientali ed estetiche. In questo senso, è illuminante il Quartiere 798, distretto di artisti non convenzionali e, per quanto possibile, anti-sistema, dove la bellezza sembra aver preso il posto dello sviluppo insensato e fine a se stesso, pur mantenendo il profitto come scopo ultimo. Perché, al momento, sviluppo e riqualificazione urbana non possono prescindere dal socialismo alla cinese. L’augurio è che questi due aspetti di una società tanto complessa riescano ad amalgamarsi senza frantumare il fragile tessuto metropolitano su cui poggiano.

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".