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Ora, per esempio.

Lascia che accada nella calma snervante di questa sera d’estate, una di quelle sere in cui il flusso incessante degli eventi sembra rallentare fino quasi ad arrestarsi.

Potrebbe essere questo il momento giusto per abbandonarti al tuo gioco perverso, quel folle desiderio di uscire da te stesso che periodicamente affiora, irresistibile e senza preavviso,  per mostrarsi alla superficie della tua coscienza.

Potrebbe andare così: con un pretesto uscirai in giardino, e lì attenderai che le donne della tua vita siano vinte dal sonno, soggiogate dalle luci ipnotiche che si irradiano da uno schermo televisivo sintonizzato sul nulla.

Accade quasi ogni sera. Tua moglie, abbandonata sul divano e annichilita dalla stanchezza, cederà per prima, in bocca una frase lasciata a metà, il libro che leggeva schiacciato a fisarmonica contro il bracciolo.

Anche tua figlia, distesa sulla moquette in una posizione piena di misteriosa grazia adolescenziale, finirà presto per crollare, sopraffatta da un cumulo di compiti arretrati e ricerche mai finite. Così tra poco le potrai osservare attraverso la vetrata, inconsapevoli ed esposte al tuo sguardo indagatore, vulnerabili davanti al tumulto dei tuoi pensieri.

E’ un gioco pericoloso il tuo, perché inizia spesso con fantasie di morte. Niente di morboso o di patologico, intendiamoci. Ti consideri una persona civile ed equilibrata, legata da affetto sincero ai tuoi cari, rispettosa della loro integrità fisica e dignità personale. E’ solo per un capriccio dello spirito che quelle idee bizzarre si formano nella tua mente. Sono pensieri molesti di cui ci si vergogna segretamente, come accade con quei sogni follemente sconci che di notte ci lasciano smarriti e senza fiato, e che il mattino seguente si liquidano con un sorriso di imbarazzo guardandosi allo specchio di sfuggita.

Non puoi ignorarli però, questi pensieri, perché si fanno avanti come onde limacciose che rischiano di travolgere le tue difese. E allora è meglio affrontarli e vederli per quello che sono: innocue fantasie senza un particolare significato, movimenti involontari della psiche, o forse una sorta di antidoto per combattere il male oscuro che ci divora.

Uno, il più sgradevole e martellante di tutti, si presenta sotto forma di domanda: come sarebbe la mia vita senza di loro? Cosa accadrebbe se un evento drammatico, funesto, me le portasse via? Ti balocchi spesso con questa idea, valutandone freddamente i pro e i contro, sospendendo per lunghi momenti i valori etici e morali che fanno di te l’uomo che il mondo conosce. Protetto dal buio della notte, lasci che la tua mente vaghi senza controllo. Che esaltanti prospettive si aprirebbero se tu non fossi inchiodato alle tue responsabilità di marito e padre! Possibilità infinite che ora puoi soltanto immaginare, ma che potrebbero realizzarsi se solo. Un movimento improvviso nel soggiorno ti impedisce di completare il tuo pensiero. La tua donna, nel cambiare posizione sul divano, si è svegliata per un momento e ti ha cercato con lo sguardo senza trovarti. La rassicuri tamburellando sul vetro e agitando la mano in un saluto non troppo convinto. Basterà quello per farla sorridere, rigirarsi su un fianco e riaddormentarsi serena, mentre tu, un po’ a disagio, muovi qualche passo svogliato tra le aiuole sfinite dalla calura.

Quel sorriso così fiducioso ti ha turbato, ammettilo. Per un attimo hai avuto la percezione della feroce sconsideratezza dei tuoi pensieri, li hai sentiti risuonare nella mente di lei e ne hai provato vergogna. Anche quel tuo simulare così bene un’affettuosità che in questo momento non provi ti ha fatto sentire in imbarazzo, e ha gettato un’ombra sull’immagine positiva che hai di te stesso. E allora? Tutti fingiamo, cerchi di giustificarti. Sicuramente anche lei sa dissimulare i propri sentimenti quando le conviene. Come puoi sapere che sia stata sempre sincera con te? Anche lei, come tutti, sa mentire quando le conviene.

Ragionamenti che però non ti convincono. Ti viene il sospetto che servano solo a minimizzare la gravità delle tue riflessioni, come hai fatto in passato con le tue piccole deviazioni di rotta, quelle scappatelle senza importanza che hai sempre considerato poco più di semplici sfoghi fisiologici.

Una pioggia lieve inizia a cadere come una benedizione sulla terra riarsa. Alzi lo sguardo al cielo lasciando che la dolce carezza dell’acqua ti scorra sul viso. Respiri a fondo, e in quel buio complice ti senti più rinfrancato, di nuovo al centro del tuo mondo. Torni al tuo posto di osservazione al riparo della veranda e getti uno sguardo all’interno. Tua figlia ha trovato una nuova posizione sulla moquette, e ora se ne sta raggomitolata abbracciando un cuscino, il viso sepolto da una morbida matassa di capelli biondi. Se li è fatti schiarire, noti solo ora con sorpresa, cosa sarà questa smania continua di cambiamento? Insicurezza, desiderio di apparire, di non passare inosservata? La scruti pensieroso, rievocando lontani episodi della vostra vita in comune. Non l’hai mai compresa sino in fondo quella strana ragazza così irrequieta, emotiva, lontana dalla tua solida razionalità di maschio adulto e responsabile. Spesso, come oggi, hai la netta sensazione che lei abbia deluso le tue aspettative. O forse sei tu che hai deluso le sue? Era così che avevi immaginato la tua paternità? Questo il rapporto che speravi di costruire? Un senso di estraneità, di irrimediabile lontananza ti coglie di sorpresa, lasciandoti svuotato a fissare la tua ombra riflessa sul vetro.

Altre ombre, più cupe, si addensano nei tuoi pensieri, facendoti vacillare. Il tuo gioco si fa più rischioso. E’ come se tu camminassi sull’orlo di un abisso resistendo alla tentazione di lasciarti cadere. Somiglia a una cosa stupida che facevi da bambino, quando ti sporgevi dal balcone di casa e immaginavi quello che avresti provato precipitando nel vuoto: la vertigine della caduta, gli ultimi pensieri a cui aggrapparsi in quel tempo estraniato, il tonfo sordo del tuo corpo sull’asfalto del cortile. Ti ritraevi poi con un brivido, e correvi via in preda a una folle esaltazione che non ti sei mai saputo spiegare. Forse anche adesso ti piace smarrirti nel tuo desiderio di annientamento sapendo che hai il controllo della situazione, e che la ragione ti impedirà di andare fino in fondo. Ma oggi cadere in quell’abisso significherebbe la rinuncia a ciò che hai così faticosamente costruito, la disgregazione del tuo mondo di relazioni e di affetti, in pratica l’ammissione del tuo fallimento. Vale proprio la pena rischiare?

Ora la pioggia è cessata, e l’odore di terra bagnata si spande intorno come un balsamo. Ti senti stranamente disorientato, un po’ fuori contesto. Guardi la tua bella casa illuminata che si erge sicura contro l’insidia della notte e provi per la prima volta un moto d’orgoglio per ciò che sei riuscito a realizzare. C’è movimento in salotto, ma ancora non te la senti di rientrare. Temi che loro possano leggere qualcosa nel tuo sguardo, o è della tua reazione che hai paura? Cosa faresti se tu, abbracciandole stasera, provassi la sensazione che paventi di più, quella dell’indifferenza? Guardare i loro volti e non provare nulla. Respingi quest’idea morbosa con una scrollata di spalle e un mesto sorriso di auto-compatimento.

Basta con questi pensieri assurdi e pericolosi, è ora di tornare alla tua famiglia, alle dolci consuetudini, al tuo tempo scandito dagli impegni e regolato dalle esigenze del lavoro. Al di là della vetrata tua moglie ha appena finito di preparare l’ultimo drink della giornata, e lo agita festosa per invitarti ad entrare. Anche tua figlia, gli occhi pieni di sonno, ha raccolto il mucchio dei libri da terra e ti ha lanciato un timido sorriso, la sua silenziosa richiesta per il consueto bacio della buona notte.

Sei di nuovo nel tuo elemento. Rientri con passo elastico e sicuro, lasciandoti la notte alle spalle, e accogli la tua figliola tra le braccia con il più rassicurante dei sorrisi. Accetti il drink che tua moglie ti porge, senza dimenticare di rivolgerle un complimento galante che le illuminerà il viso e la disporrà benevolmente per la notte. Provi una certa soddisfazione nel ripetere con loro il confortante rituale di ogni sera. Prima di spegnere le luci ti guardi intorno compiaciuto, ma d’un tratto senti che qualcosa non è come dovrebbe essere. E’ una piccola, fastidiosa sensazione di disarmonia che non sai spiegare, che ti spinge a controllare ancora una volta che tutto sia a posto, mentre tua moglie ti guarda incuriosita dalla porta che dà sul corridoio.

E ora la vedi, la tua impronta sudicia sulla moquette, quell’oscena macchia di fango che replica la forma del tuo piede, e «non preoccuparti caro non è niente», un grumo odioso di materia vile nel cuore della tua casa, «ci penso io domani tranquillo», l’unghiata lercia che hai lasciato, «ma che ti prende ho detto che pulisco io», non si toglie resterà per sempre, «non preoccuparti, domani…»