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Mi chiamo Lucy Barton

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I miei occhi incantati sulle righe di questo breve romanzo come gli occhi di Lucy Barton rivolti al grattacielo Chrysler dalla finestra dell’ospedale in cui è ricoverata da tre settimane costretta per delle complicazioni dopo un intervento di appendicite. La visita di sua madre stravolge la sua convalescenza. Un rapporto inesistente tra le due donne, cercano in quei soli cinque giorni di vicinanza di dirsi cose che non sono capaci neanche di dire a se stesse. Lucy viene da un famiglia poverissima di Amgasch nell’Illinois, una minuscola cittadina agricola. Vivono tutti insieme padre, madre, Lucy, un fratello ed una sorella in un piccolo garage nella miseria più totale, condizione che viene amplificata in tutta l’infanzia della ragazza. Anche quando Lucy da adulta si afferma nel mondo come scrittrice e si trasferisce a New York, le sue origini riaffioreranno e la faranno sempre sentire inadeguata e fuori posto nella Grande Mela.

La vicenda si concentra nei giorni dell’incontro tra madre e figlia che è il nocciolo della narrazione, ma c’è un prima e un dopo che si susseguono in modo apparentemente casuale che, in realtà, delineano un oggi generato dai fatti raccontati con una precisione e una tempistica magistrale.

La Strout ha il dono assoluto di creare personaggi femminili memorabili. Dopo Olive Kitteridge, dalla struttura a racconti, formidabile romanzo che le ha valso il premio Pulitzer nel 2009 e da cui hanno tratto una mini serie Tv mirabilmente interpretata da Frances McDormand e da Richard Jenkins, ecco Lucy Barton destinata a diventare immortale come il suo precedente personaggio. Sembra che la scrittrice dipinga invece di scrivere. Leggendo questo libro si hanno di fronte dei piccoli acquerelli disposti secondo un ordine non cronologico, atemporale, dove i contorni sfumano, i colori sono precisi ma mai netti, dove le emozioni scaturiscono da piccoli pettegolezzi fra madre e figlia, da piccole confidenze fatte a denti stretti, da gesti memorabili se pure impercettibili. Lucy Barton è una scrittrice e tramite i consigli di Sarah Payne che tiene workshop di scrittura apprende il vero significato della sua vocazione, i segreti più intimi della narrazione. La necessità di essere spietati…arrivare alla pagina con un cuore libero come il cuore di Dio…(Cit.)

C’è un alone misterioso di sottofondo per tutto il romanzo: un dolore insanabile, indicibile, abusi che aleggiano come ricordi confusi di odio e umiliazioni. C’è una scena in cui il fratello di Lucy da bambino viene trascinato dal padre davanti a tutto il paese perché si era vestito da donna. Lo stesso padre che lo terrà tra le braccia in lacrime quella medesima notte. La negazione di un rapporto genitori-figli dovuta a traumi inquietanti intrisi di rimandi alla guerra come piaga di anime mai cicatrizzate.

I personaggi di contorno rendono il mondo narrativo di Elizabeth Strout favoloso: come il vicino di casa James che morirà di AIDS, come l’amica pratica Molla, le infermiere senza nome e tanti altri. Anche se appaiono come piccole comparse, anche se si percepiscono minuscoli frammenti della loro vita, si ha l’impressione di far parte di quel mondo. Lucy ama gli uomini anche se fanno parte della sua vita per pochissimo tempo: il dottore dell’ospedale, il pittore, il violoncellista che diventerà il sua secondo marito, il primo marito William padre delle sue figlie. Non è facile raccontare una storia così intensa e ricca di passione senza confondere il lettore. La capacità della scrittrice di riuscire in poche pennellate a narrarci la vita interiore, pulsante e unica di Lucy Barton è fuori dal comune. Consiglio vivamente di leggere questo libro per capire fino in fondo come la parola Bestiolina detta da una madre ad una figlia con cui non ha nessun rapporto possa essere dolce come una carezza e stupenda come la parola Mamma.

Alla fine di questo libro si rimane con un raccoglitore di foto in mano, dove ammirando le istantanee si riesce a ricreare la vita di Lucy Barton. La storia che doveva essere scritta. “Ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola.” (Cit.) e questa è la storia di Lucy Barton.
5 punte di matita.