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Premessa: viviamo in tempi binari, tempi di loop logici in cui tutto diventa bagarre, nella polis le sconfitte referendarie ancora si fanno sentire e ne avremo di che parlare anche qui in Italia a breve, anzi brevissimo. Tra i mille dilemmi che l’uomo politicus vorrebbe affrontare con il si/no nel LHUB ne abbiamo scelto uno che rasenta il radical chic, non stiamo parlando di apericene ne di DFW o tanto meno di Rafael Sebastián Guillén Vicente (<3) ma della riforma o meno del Liceo Classico. Ometterò volontariamente e per ragioni di sicurezza tutta la storia della divisione ginnasio/anni di scuola superiore, perché conscio dei miei limiti, potrei esagerare. 

Questo è il primo di due articoli che LHUB dedica al liceo classico. L’altro è a firma di Giulia Sciorati e potete trovarlo qui!

 

L’articolo apparso qualche settimana fa sul Il Sole 24 ore a firma di Nicola Giardini raccogliere in poche righe tutto quello che di intellettualmente giusto ci sarebbe da dire sul liceo classico, quell’esclusività tutta italiana di un indirizzo scolastico ispirato dallo studio delle lettere classiche, un approccio pedagogico umanistico e umanista, che esula dal semplice programma scolastico; le idee prima dei concetti, forse è questo il suo segreto. E non stupisce quindi, come il liceo classico, nei decenni sia stata la palestra trasformativa del ceto borghese, dei pater familia e dei sessantottini, la strada tutta in discesa per le accademie e le università, la terra di riscatto per i figli degli operai. Ed è in questo protagonismo tutto sociologico che il liceo classico ha trovato le sue prime difficoltà, l’odore del declino è stato annunciato dalla generazione dello sballo anni 80 e 90, ha trovato forma nei figli dei test d’ingresso programmati, dell’università a tutti i costi. Il benessere ha alzato l’asticella, la marea ha fatto galleggiare barche che per decenni sguazzavano nelle secche della società, e le scuole sono diventate tutte “superiori”, il nuovo ceto medio si è istruito, ogni bambino ha sostenuto l’esame di maturità, quasi tutti hanno scritto su tesine di filosofia e letteratura.

Quello che prima era un privilegio di classe, è divenuto una prassi consolidata, e nel liceo classico sono rimasti solamente gli scheletri di una formazione che istruiva il cittadino cattolico al latino ed al greco. In un mondo di start-up e connessioni sistemiche, l’ultimo baluardo rimasto è l’importanza del greco come madre di tutte le radice etimologiche. Si sceglie il liceo classico perché rimane una delle poche scuole dove si studia e lo studente narcotizzato dalla scuole inferiori, non ha nessuna intenzione di tradurre nel compito in classe.

3817806260_127f0c24b2_o-antiqueDavanti a noi si è aperta la sconfinata prateria dei test d’ingresso all’università, e l’unico muro che protegge i fanciulli del ginnasio dall’invasione dei barbari sono le tanto amate lingue antiche. Il fascino del Liceo Classico sta tutto nella sua inavvicinabilità, ma nel mentre i nomadi al dillà del muro si sono organizzati: hanno invaso comunque i dipartimenti, lobbyzzano le commissioni di valutazione universitaria, si laureano e prosperano, figliano anche. Hanno capito il trucco, tenetevi il greco ed il latino, noi entreremo a medicina.

Le trombe della rivoluzione scolastica suoneranno ovunque, anche al liceo classico, per sua natura conservatore, ma destinato ad abbracciare il cambiamento attraverso innumerevoli cambi di paradigma.

Ed il consiglio spassionato, di chi non ha avuto la fortuna di frequentarlo è di cambiare subito, perché loro meglio di me sanno quanto un’élite asserragliata nei suoi finti privilegi e nelle sue pose di classe, nella storia, sia stata destinata alla rovina.