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Questo è il secondo di due articoli che LHUB dedica al liceo classico. L’altro è a firma di Fulvio Aquino e potete trovarlo qui!

Sono ormai passati i tempi in cui espressioni come monetizzazione del sapere, tramonto della cultura umanistica, conoscenza per produzione si affacciavano timidamente nella nostra quotidianità, facendo inorridire alcuni e sorridere molti. L’economia in caduta libera degli ultimi dieci anni ha portato la società italiana a interrogarsi su svariati dei suoi pilastri fondanti, in primis quella forte tradizione classica che ha esportato a tutte le latitudini. Una tale tendenza può essere facilmente interpretata: in un mondo sempre più interconnesso, è naturale guardare a quelle economie in ascesa e tentare di carpirne i segreti. Il mondo anglosassone, così come le più lontane Cina e India, nell’ultimo decennio, hanno subìto un rapido monopolio delle cosiddette hard sciences, le scienze pure, che hanno portato alla formazione di un vasto nucleo di scienziati di altissimo livello, orgoglio e pilastro delle economie nazionali. Sarà, quindi, l’aggiunta di quest’ingrediente segreto a restituire sapore a quella complicata ricetta che è la società italiana?

La nostra tradizione educativa classicista sta già subendo scossoni tanto forti che rischiano di portarla all’estinzione. Quante volte, non solo a livello d’istruzione secondaria, ma soprattutto in ambito universitario, si premono i giovani a dedicarsi alle scienze matematiche, chimiche e biologiche, all’ingegneria e all’economia attraverso allusioni (più o meno) esplicite e/o incentivi economici esclusivi? Eppure, come ben argomenta Nicola Gardini de “Il Sole 24 Ore” in un pezzo dello scorso ventotto agosto “[…] Scienza, indipendentemente dall’oggetto esaminato, è tutto ciò che richiede osservazione, comparazione, sistematizzazione, speculazione là dove i dati mancano, proiezione in avanti. In termini assiologici o gnoseologici non esiste differenza tra lo studio di un frammento di papiro e quello di un neutrino […]”. E l’Italia, in questo tipo di scienza, è, a dir poco, perfetta. È giunto, quindi, il momento di dire addio a un’eccellenza che ci caratterizza fin dagli albori della nostra tradizione?

Lo slancio verso un’educazione sempre più utilitaristica ha contribuito a far sedimentare l’idea che le scienze umanistiche siano ormai giunte al capolinea. Il termine stesso a cui è affidata la loro definizione (i.e. scienze umanistiche) potrebbe suonare ai più come l’incarnazione di un ossimoro. Eppure, non esiste nulla di più multidisciplinare di un percorso educativo basato sulle scienze umane in grado di affinare la capacità umana di interiorizzare, mettere in discussione, innovare segmenti di sapere che hanno radici nel nostro più primitivo desiderio di conoscenza. Non è forse questo lo scopo primario delle scienze? Non è forse questo ciò che, come comunità in continua evoluzione, auspichiamo per il futuro? Una versione migliore di noi stessi?

La capacità di pensare non ha etichette, né un unico obiettivo. Si sviluppa in ognuno di noi con metodi e in momenti diversi, seguendo un percorso che è nostro e nostro soltanto. Ma, è ciò che ci unisce nel nostro essere umani. Possiamo solo augurarci che le generazioni più giovani non siano private della possibilità di riscoprirci (e riscoprirsi) come parte di una più vasta umanità. Sia attraverso un’equazione di secondo grado sia attraverso una lunga orazione latina.