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Premessa: questo è un articolo di parte. Se siete amanti di cani, criceti, e in generale di tutte quelle cose che si muovono su quattro zampe e che sono note per la loro socievolezza, lasciate perdere.

Quella che state per leggere è infatti un’ode a quello che i campioni dell’understatement hanno definito il più enigmatico, il più misterioso, il più sfuggente degli animali; insomma, quello con la puzza sotto al naso. Stiamo parlando del gatto, naturalmente.

Spaziare su tutto ciò che è stato detto, scritto, dipinto e girato al riguardo è impresa a dir poco giunonica: per una summa di tale portata, un’ottima lettura è Una Tigre in Casa di Carl Van Vechten, pubblicato in italiano per Elliot Edizioni. Quell’intellettuale dottissimo ma soprattutto ironico si è divertito, in piena bohème da fin de siècle, a declinare l’entità felina in tutti i campi che gli esponenti dei salotti buoni non potevano esimersi dal frequentare: dall’arte, al teatro, alla musica, ma anche nel diritto e nel folclore. Opera mastodontica e ammiccante, che non può certo essere ripresa in poche righe.

Questo sarà qualcosa di ben diverso: un omaggio soggettivo, personale e, almeno nelle intenzioni, piacevole, al Gatto in generale, e a Naty in particolare, splendido esemplare di micia candida e volubile, fedele compagna dell’autrice per diciotto anni e da poco scomparsa.

Prima di tutto: come può nascere l’amore per una simile creatura? Se foste nati nell’Antico Egitto sareste rimasti folgorati da un’ombra rapida e scattante, e la avreste elevata a divinità. Per le stesse e opposte ragioni, se aveste avuto la sfortuna di venire al mondo al tempo della caccia alle streghe, lo avreste ritenuto la personificazione del demonio e non avreste esitato a bruciarlo insieme a qualche sventurata, colpevole solo di aver mescolato qualche erba. Se, infine, voi foste vissuti negli Anni Novanta con tutto il loro splendore, le prime serate di cui avreste memoria sarebbero i documentari di Giorgio Celli, compianto presentatore di Rai Tre e ammiratore incondizionato dei piccoli felini; e vi sareste di sicuro imbattuti in quella serie di film ripescati dagli Anni Sessanta statunitensi, con protagonisti gli animali più vari. F.B.I. Operazione gatto è sicuramente uno di questi: classe 1965, protagonista quel Dean Jones che spopolava in questo genere di film, dalla trama più che rassicurante: ragazza rapita incide sul suo orologio da polso la scritta “help” e lo mette al collo di un gatto di passaggio, che indovinate, la salverà. In modo gattesco, però: con finta nonchalance, quasi indifferente ed annoiato da queste vicende mondane, desideroso più di proseguire le sue passeggiate notturne che di salvare delle vite.

E che dire, per restare sul grande schermo, di quel classico intramontabile che è Gli Aristogatti? Era il 1970 e la Disney mise in scena un capolavoro, tale proprio perché infarcito di cliché felini: Duchessa è una gatta sorniona bellissima e dagli occhi azzurrissimi, così come l’altrettanto perfetta figlioletta Minou, mentre i fratelli Matisse e Bizet fanno la parte dei tipici gattini irrequieti. Fortuna che a riportare il quartetto alle tanto amate e nobilissime coccole ci pensa il verace Romeo, con uno stacchetto jazz che entrerà nella storia. E sempre per restare in tema di cliché, come non dedicare un pensiero alla spocchiosissima coppia di siamesi de Lilly e il Vagabondo, altra pietra miliare della Disney? Dove i gatti saranno sì perfidi ed altezzosi, ma rimangono comunque più apprezzabili degli smielati cagnolini che contro ogni buon gusto decidono di dividersi un piatto di spaghetti. Un gatto non solo non si sarebbe mai abbassato a lasciare libero accesso alla sua ciotola, ma non avrebbe neppure considerato gli spaghetti come un’opzione di cena possibile. Lasciamoli ai plebei, quelli – teoria sostenuta, fra gli altri, da Kevin Spacey in versione baffuta in Nine Lives, che in Italia dovrebbe uscire a dicembre.

Sempre se foste vissuti nel pieno fulgore di fine millennio, potreste aver avuto la fortuna di ricevere in regalo Sette Volte Gatto, che di certo non entrerà nell’olimpo della letteratura, ma è capace di incollare un bambino alla pagina. All’epoca era edito da Feltrinelli Kids: la penna di Domenica Luciani raccontava le vicende di un micione, completamente nero fatta eccezione per un baffo candido, attraverso i secoli – le canoniche sette vite del gatto, per l’appunto. Un modo per farsi una scampagnata nella storia ed innamorarsi di questo particolarissimo animale, con una personalità tale da non poter passare inosservato in nessunissima epoca.

Sì, perché il gatto o lo si ama o lo si odia, ma nessuno ne resta immune; nemmeno i vignettisti del New Yorker, rivista simbolo dell’upper-middle class della Grande Mela che vi sarà capitato di sfogliare se, dopo l’immersione nostrana nel decennio dorato di cui sopra, vi sarete dati a qualche lido più esotico. Dapprima sporadiche, le illustrazioni del giornale a tema felino sono diventate via via più frequenti ed apprezzate, fino ad essere raccolte in un libro, The Big New Yorker Book of Cats, ad opera di Anthony Lane. Titolo che non brilla per originalità, ma che racchiude una vastità di immagini e racconti delle migliori firme americane. Un volume d’obbligo nella libreria di qualunque gattofilo.

E ancora, se nei vostri vagabondaggi da Millennial inquieto e curioso sarete approdati nella metropoli italica per eccellenza, non avrete potuto non imbattervi nel modaiolo Corso Como, più precisamente al numero 10: un’oasi di vedute mozzafiato, opere d’arte contemporanea spesso incomprensibili, vestiti altrettanto astrusi e soprattutto fuori dalla portata delle tasche dei più. Ma si sa, il gatto non si cura dei problemi dei comuni mortali: è nobile nell’animo, e come tale va trattato. E dunque perché non dare un’occhiata alle spille rotonde bianche e nere della Galleria Sozzani, con quei musetti a volte inquietanti, di sicuro fashion, pronti ad essere appuntati sulla vostra migliore sciarpa?

80021931_01_lPoco più avanti, dando le spalle all’Arco della Pace e guardando dritto in faccia lo spuntone della torre Unicredit avrete poi incrociato Eataly, tempio del cibo lussuoso e superfluo: immancabile, quindi, lo stampino per fare al proprio micio i migliori biscotti del mondo. Perché i gatti, al bisogno, si adattano a mangiare i peggiori avanzi, ma è risaputo che appena ne hanno la possibilità non disdegnano di pasteggiare a filetto e Perrier. A tal proposito, gli amanti di questo animale saranno estasiati dall’aria incredula e lievemente schifata che assume al vedere l’entusiasmo del suo storico nemico, il cane, quando riceve un osso. Fonti attendibili sostengono che Maria Antonietta mentre pronunciava la storica frase “che mangino brioches” si stesse lisciando i baffi.

Nei vostri vagabondaggi gattofili sarete di sicuro passati per qualche museo, e sarete pertanto d’accordo che un discorso a parte lo meriterebbe la storia dell’arte in senso stretto: dagli antichi fino ai giorni nostri, il gatto ha sempre incantato artisti di ogni genere. Scrittori e pensatori ben più autorevoli della sottoscritta hanno versato fiumi di inchiostro sul ruolo che il felino più misterioso e al contempo più domestico – ma assolutamente non addomesticabile – ha avuto nell’immaginario collettivo, quindi mi limiterò a qualche caso, forse non imprescindibile per i critici, ma a mio avviso significativo.

Il primo: Uccello ferito e gatto, opera del 1938 di Pablo Picasso. Al di là della discussione tecnica sulla maestria dimostrata nel dipingere un animale sinuoso e elastico con le linee dritte e spezzate del cubismo, è significativo il modo in cui il gatto azzanna l’uccello. Con poche pennellate, il pittore spagnolo ne esalta la natura ferina, ricordandoci che stiamo pur sempre tenendo una tigre in casa. Sulla stessa scia è stato dipinto Il Gatto di Georges Braque: un groviglio di forme geometriche in cui spiccano un musetto, una coda e degli artigli, segni distintivi secondo l’artista omonimo.

O ancora: parecchi anni prima (si parla del 1786) era stato Francisco Goya a ritrarre due felini contrapposti e pronti a saltarsi alla gola, che di regale avevano ben poco: pelo dritto, fauci spalancate e quello sguardo un po’ folle che solo i proprietari di gatti conoscono. Ben diversi, dunque, dal gatto che Renato Guttuso nel 1946 mette in braccio all’amico Giulio Turcato: un gatto affettuoso, desideroso di coccole e di cui pare di sentire le fusa. E che tuttavia si chiama Molotov, per fugare ogni dubbio.

Gli esempi non si contano: dai gatti sognatori sospesi nell’aria di Marc Chagall, ai nobili decadenti di Boldini, a quelli ridotti a linee e colori di Paul Klee, ai mici psichedelici di Andy Warhol. Sempre se fate parte di quel mondo che abbiamo descritto finora, sarete probabilmente incappati in FatCatArt, sito che si diverte a inserire dei gattoni rossi e floridi nelle maggiori opere d’arte mondiali. E come protagonisti assoluti, ça va san dire.

È però con un quadro di Franz Marc che desidero chiudere questa scorrazzata nel mondo felino, tanto intrigante quanto inaccessibile: maestro dell’espressionismo tedesco, il pittore ha dipinto immagini d’impatto, colorate, sproporzionate, con gli animali trasformati in metafore. C’è però una sorta di eccezione nella sua produzione: si tratta del Gatto su cuscino giallo, del 1912. Vediamo un gatto bianco, pacifico, che sonnecchia accovacciato su un cuscino il cui colore per il pittore è sinonimo di femminilità, allegria, sensualità. E in tutto il regno animale, a chi vi fanno pensare queste doti?

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".