CONDIVIDI

Manola si era fissata. Non c’è un altro termine per definire la sua ossessione compulsiva di rinnovare il bagno.

La testa avvolta da fiocchi di carta stagnola a far attecchire il colore rosso rame ai capelli.

«E’ il top signora, anche la Barbara D’Urso si è fatta questa tinta. Non l’ha vista in Tv domenica pomeriggio?»

«Mannaggia me la so’ persa, Franco rompeva con “Quelli del calcio” e che ci vuoi fà. Una botta ar cerchio…come si dice?»

«Ah, bastone e carotina.»

«No, solo bastone mia cara.» La parrucchiera e la shampista insieme alle altre clienti del “Paradiso del Capello” scoppiarono a ridere senza sosta. Gli occhi strabuzzanti e le mani con le unghie smaltate di fresco a coprire le bocche arrossettate e sguaiate.

Sfogliando una rivista dalle pagine molli per la saliva delle esperte dita delle clienti, Manola si fermò in contemplazione difronte all’immagine di una casa arredata in stile Shabby Chic. La foto di copertina ritraeva una casa giallina immersa in uno sconfinato campo di lavanda. Manola si strinse la rivista al petto quasi a volerne nascondere il prezioso contenuto alle invidiose signore sedute accanto a lei. Voleva fregarle sul tempo.

Franco aveva delle mani d’oro con il lavori fai dai te; avrebbe trasformato il loro bagno in stile

“Cimettolemattonellechesonavanzateadunamicomioeunmobiledellikeaaduesoldi”

in un romantico bagno provenzale.

Da quel giorno l’incubo prese vita. In uno spazio di due metri per tre con la tazza del water che costringeva a sbattere le ginocchia al lavandino davanti e una doccia che ti obbligava a lavarti una gamba per volta, Franco cominciò a smantellare piastrellare stuccare dipingere senza tregua mentre sua moglie svaligiava mercatini in giro per il Lazio e consumava la carta prepagata con acquisti improbabili online.

Viola, violetto, violino, color lavanda, fucsia chiaro, glicine.

La trasformazione ebbe il suo compimento.

La bomboniera Shabby risplendeva nella sua violacea essenza.

Potpourri alla lavanda.

Saponette (a quintali) alla lavanda.

Shampoo, balsamo, bagno doccia alla lavanda.

Candele (tante) alla lavanda.

Asciugamani aromatizzati alla lavanda.

Tappetino alla fragranza di lavanda.

Deodorante alla lavanda.

Lacca per capelli alla lavanda.

Profumo per ambienti Maurys alla lavanda.

Carta igienica alla lavanda.

Scopettone del cesso con acqua alla lavanda.

Manola, orgogliosa del risultato, riempì la sua pagina di Facebook con centinaia di selfie in pose ammiccanti davanti allo specchio del suo splendido bagno. (14 like, un successone)

Franco, dal canto suo, ogni volta che entrava in quel regno di Barbie si sentiva sempre in imbarazzo. Cominciava a starnutire senza tregua. Intimidito si apriva la patta e sempre con un pizzico di femminile orgoglio si concentrava al massimo per centrare il water. Il giallo della sua urina era l’unica cosa ad avere un colore diverso in quel mondo violetto.

Franco uscì dal bagno, prese una boccata di aria vera e riacquistò l’equilibrio stordito da quegli odori innaturali. Sua moglie lo aspettava seduta sul divano a limarsi le unghie.

«Sai caro, una mia amica ha postato una foto. Anche loro si sono rifatti il bagno.»

«Chi?»

«Katia e Carlo.»

«Embè.»

«Cioè…insomma…loro hanno preso più like di me, tipo 32. So’ un botto.»

«Ma dai.» Intanto Franco prese il possesso del telecomando. Era domenica.

«Insomma un po’ ho rosicato.»

«Mh mh.»

«E quindi…»

«Mh mh.»

«Perché non rifacciamo il bagno? Che ne so. Una cosa più trendy, più alla moda. Metti un attimo su Canale5.»

Apologia del bagno pubblico
Leggi “Apologia del bagno pubblico” su LHUB #3

«Stanno cominciando le partite, sta bona.»

«Un attimo, devo vedere una cosa.»

«Ecco, c’è sempre questa qua che chiacchiera chiacchiera. Ma che c’avrà mai da dì?»

«Ma guarda, ha cambiato colore di capelli un’altra volta. Quella stronza della parrucchiera mica me l’ha detto. Domani me sente.»

«Posso rigirare?»

«Vai vai. Il solito programmino, post partite pomeridiano? Zum zum e Centro Commerciale?»

«Ovvio.»

«E…»

«E cosa?»

«Il bagno?»

«E vabbè pure il bagno ma mo statte zitta che iniziano a giocà.»