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Il dono come esperienza dell’impossibile

Le condizioni di possibilità del dono stesso designano simultaneamente le condizioni dell’impossibilità del dono

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Danbo gets a present from a little bird - William Warby

«[…]il mio amico fece una diligente selezione dei suoi spiccioli; nella tasca sinistra del panciotto introdusse alcune monetine d’oro; nella destra, qualche monetina d’argento; nella tasca sinistra dei calzoni, una abbondante manciata di soldoni, e nella destra, infine, una moneta d’argento da due franchi che aveva particolarmente esaminata.

«Singolare e minuziosa divisione!», osservai fra me.

Incontrammo un mendicante, che tese verso di noi il berretto, tremando. […]

L’elemosina del mio amico fu assai più considerevole della mia, ed io gli dissi: «Avete ragione; dopo il piacere di rimaner sorpresi, non ve n’è alcuno maggiore di quello di produrre una sorpresa». – «Era la moneta falsa», egli mi rispose tranquillamente, come per giustificarsi della sua prodigalità».

È insolito che la filosofia si occupi di una tematica come quella del dono ma non per Jaques Derrida. Sempre pronto a decostruire e rompere le cristallizzazioni concettuali, nell’opera Donare il tempo. La falsa moneta anche il dono viene investito di un significato tutto nuovo.

Che cos’è un dono?

Se qualcuno ci rivolgesse questo interrogativo, noi sapremmo rispondere senza troppa difficoltà e, con alte probabilità, le nostre risposte convergerebbero nell’idea che il dono è quando si viene omaggiati o si omaggia di qualcosa. Ebbene non è così, almeno non per Derrida. Quello che noi definiamo dono per il filosofo francese assume i connotati di uno scambio che come tale inserisce il donatario nella circolarità del contro-dono. Separata la dimensione del dono da quella della reciprocità dello scambio, come è possibile pensare ancora al dono?

5333260849_2b91ed68d8_oDiventa necessario che il dono non sia riconosciuto come tale né da chi lo riceve, né da parte del donatore, poiché nell’esatto momento in cui il dono si manifesta come tale, perde la sua essenzialità. In altri termini: ogni forma di presenza del dono coincide con la sua perdita. Il dono, per essere tale, deve rompere l’ordine perfetto della realtà. Egli deve necessariamente debordare, spiazzare, essere fuori misura. Il dono è l’eccezione invisibile non qualificabile all’indifferenza umana; è un presente e come tale sfugge. Ecco che, nell’ottica di Derrida, nel menzionare il dono in qualità di presente, si delinea con chiarezza il sottile legame che intercorre tra dono e tempo. Queste due categorie concettuali non condividono solo la sinonimia con il termine “presente”; ciò che maggiormente li lega è la similarità della loro essenza. La presenza del tempo, infatti, non è mai qualcosa di tangibile anzi è ciò che più rapidamente si sottrae a ogni identificazione.

Dove c’è il dono, lì c’è anche il tempo e il tempo, nella sua immaterialità, è l’unico vero dono che si possa fare. Il vero dono quindi, pur essendo un presente, è senza firma, senza calcolo, senza tempo; è l’esperienza dell’impossibile. Come dirà il filosofo «le condizioni di possibilità del dono stesso designano simultaneamente le condizioni dell’impossibilità del dono».

Certo solo l’audacia di pensiero di un filosofo come Jacques Derrida poteva proporre a un interrogativo di questa natura una risposta in grado di andare oltre ogni luogo comune e spingersi verso un etica “iperbolica”, come lui stesso la definiva.

E allora, alla luce di quanto detto, cosa potremmo dire se ci interrogassimo sul per-dono?