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Nato per volare

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Quando tornò, vide che il cane aveva vomitato di nuovo sul tappeto.

«Bene», sillabò fissando la punta delle proprie scarpe, «lo ha fatto ancora..»

Si guardò intorno con calma. Solo un lieve tremito del labbro inferiore turbava la placida compostezza dei suoi lineamenti. Posò delicatamente a terra le buste della spesa e iniziò la ricerca dell’animale. Non dovette faticare molto per trovarlo, si trattava di una bestia non particolarmente dotata. Lo trovò raggomitolato sotto il divano, con un’espressione di puro terrore e disgusto della vita dipinta sul muso tremante.

Si chinò fin quasi a sfiorarlo.

«E ora sei pentito, vero?» mormorò con dolcezza, «ma sappiamo tutti e due che è troppo tardi, vero?»

Due volte la stessa parola! Un’ombra di irritazione offuscò per un attimo il suo sguardo. Si alzò di scatto.

«Controllati Bhumindra, basta con le ripetizioni!» disse a voce alta, le braccia tese in avanti, lo sguardo rivolto a una crepa sul soffitto. Restò in quella posizione per alcuni secondi, producendo con le labbra un rumore sordo e ripetitivo, poi parve rasserenarsi. Si chinò di nuovo verso il cane, che ora lo guardava con stoica rassegnazione.

«Adesso dobbiamo pensare ad una punizione adeguata, non credi?» bisbigliò con una strana luce negli occhi. Fece per afferrare  la bestiola per il collare quando un rumore nel corridoio lo bloccò di colpo.

«Non muoverti di lì», intimò sottovoce allo sventurato animale, «riprenderemo il discorso più tardi!»

Tornò in fretta all’ingresso e recuperò le buste con la spesa, poi s’incamminò con studiata naturalezza verso la cucina, proprio mentre una donna scarmigliata e dal trucco sfatto usciva  strascicando i piedi dalla zona notte. Come sempre, prima che il suo io razionale lo informasse che quella era sua moglie, la parte più primitiva del cervello gli inviò frenetici messaggi di imminente pericolo, che lui cercò di ignorare.

«Già in piedi, cara?» Aveva pronunciato questa frase fissando in modo ostentato l’orologio a muro che segnava le sei di sera, ma la donna non sembrò cogliere l’ironia.

«Hai preso le mie sigarette o no?» chiese sgarbatamente, grattandosi la cervice. L’uomo gliele porse con un sospiro rassegnato che sembrò contrariarla.

«Non rompere i coglioni Giuse’, se mi viene un cancro sono cazzi miei!» abbaiò mentre sprofondava nella poltrona più vicina. La stanza fu subito invasa dall’odore acre della Gauloise senza filtro che la donna, senza smettere di grattarsi, aspirava con furiosa avidità.

Lui restò un attimo in silenzio, poi le parlò con voce calma e controllata:

«Sai che non amo questo linguaggio volgare, tesoro, e poi, ricordi? ti ho già detto che mi farebbe piacere se tu mi chiamassi Bhumindra e non Giu..»

La risata rauca di lei lo interruppe bruscamente. La donna, in preda ad uno scoppio irrefrenabile di ilarità, si stava letteralmente contorcendo sulla poltrona, agitando nell’aria il mozzicone puzzolente da cui decollavano piccoli frammenti di brace, rosse meteore le cui  parabole, notò lui con muto terrore, andavano in massima parte a spegnersi sul velluto del divano Ikea appena finito di pagare.

«Bhumindra! Mi farai morire!» berciò lei quando riuscì a recuperare fiato, «ma chi è l’imbecille che ti ha messo in testa queste stronzate?»

«Te l’ho detto l’altra sera, non ricordi?» balbettò l’uomo mortificato, «è il nome che abbiamo scelto per la meditazione, io e la mia guida spirituale..»

«Non ricordo un cazzo», tagliò corto la donna, nuovamente imbronciata, mentre si asciugava gli occhi con la manica della vestaglia, «per fortuna ero ubriaca fradicia.. ma dov’è il cane? perché non mi viene a salutare ? Prescott!  Dove accidenti sei?»

Al richiamo della padrona il cagnetto attaccò a uggiolare e sporse il muso da sotto il divano, valutando la nuova situazione.

«Eccoti qua, amore di mamma!» Lo strillo orrendamente smielato lo fece sobbalzare di rabbia. Quando la moglie prese in braccio il cane per stampargli sul muso la solita pioggia di baci salivosi, lui si accorse che l’animale, tra un bacetto e l’altro, gli lanciava occhiate nelle quali un odio atavico si mescolava ad un trionfante sentimento di rivalsa. E adesso che faceva, quella bestiaccia ? Dannato bastardo, gli stava ringhiando contro!

«Sembra che Prescott ce l’abbia con te!» fece lei sospettosa, «mica l’avrai maltrattato, eh, Peppe?»

Il tono della voce si era fatto stridulo ed era salito di un’ottava: un trillo infernale che  attivò immediatamente le sue ghiandole sudorifere.

«Ma che dici, cara? Un animale così dolce.. Non potrei mai..»

Si accorse che la sua reazione era stata fiacca e poco convincente, e fu preso dal panico. Allora il Bhumindra che era in lui si impossessò del suo spirito. La parola segreta fu pronunciata e risuonò nella sua mente, illuminandola di una luce nuova. Il suo volto si distese in un sorriso arcano e parole di miele gli uscirono senza sforzo dalle labbra. Mentre parlava come in trance, percepiva il cambiamento di espressione sul viso della moglie, che lo ascoltava senza più interromperlo. Quando infine tacque, non ricordava neppure una delle parole che aveva pronunciato, ma la sorpresa che lesse negli occhi di lei gli colmò il cuore di felicità.

Un momento sublime che non durò a lungo. Già stanca di tutta quella storia, la donna emise un rutto cavernoso, lasciò bruscamente cadere il cane sul tappeto e si diresse a tutta ciabatta verso il bagno. Arrivata sulla soglia, si girò a metà e lo scrutò con occhi cattivi:

«Vedi di prepararmi qualcosa per cena, hai capito, palle mosce? Se bevo a stomaco vuoto poi mi viene da vomitare!»

«Perché, esci anche stase..?» cercò di interloquire lui, ma già la porta del bagno si era chiusa con un tonfo.

Il suo studiolo non gli era mai sembrato così squallido. In effetti non si trattava di una vera e propria stanza, visto che era stato ricavato da un sottoscala. Forse, pensò, avrebbe dovuto puntare i piedi quando lei aveva deciso di riservare all’infame Prescott il vano in più. «Questa povera bestiola avrà pure diritto alla propria privacy!», gli aveva urlato contro quando lui aveva cercato di obiettare. La zaffata di gin che lo aveva investito era stata l’argomento decisivo: meglio non insistere.

Sedette con cautela al minuscolo scrittoio facendo attenzione a non sbattere il mento sulle ginocchia e chiuse gli occhi per riordinare le idee. Aveva solo pochi minuti prima di iniziare i preparativi per la cena, e li voleva sfruttare tutti per la meditazione. Sì, ma come? Ormai la prima parola segreta era stata bruciata, e non sarebbe più servita a nulla. Ne occorreva subito una nuova. Ricordò quanto gli aveva detto la sua guida: «qualsiasi parola può essere utilizzata, a prescindere dal suo significato». Afferrò il vocabolario, aprì una pagina a caso e senza guardare puntò il dito. La parola che il dito indicava era morte.

Non che non ci avesse mai pensato. Quante volte, vergognandosi poi come un cane, aveva sognato di infilarle la testa dentro il forno o di tagliuzzarla artisticamente con il fantastico set di coltelli che sua madre le aveva regalato per Natale? Ma erano solo fantasie che attribuiva alla sua indole morbosa, niente di veramente serio. Nemmeno quando progettava di annegarla nel bidet intendeva farlo veramente. Anche se.. quella volta che era stato sul punto di comprare lo sparachiodi in ferramenta.. ma no, che andava a pensare? Lui l’amava!

«A prescindere dal suo significato..» Che cosa aspettava allora? Assunse una posizione più comoda sulla sedia, si scaccolò con cura e iniziò a meditare.

Ad occhi chiusi disse piano: morte. Ripeté: morte. E ancora mormorò: morte morte morte morte…, finché la parola non cominciò a perdere  senso, e lui continuò a ripeterla per lunghi minuti. Poi le immagini cominciarono a visitarlo, dapprima sfocate, poi sempre più chiare: un cimitero – normale, visto l’argomento – un uccellaccio nero, un’aragosta, una panoramica di Orte, Prescott impiccato a un albero, e poi, mano a mano che il significato della parola si perdeva  e il mantra diventava sempre più ipnotico, ecco comparire un marciapiede pieno di cacche di cane, il bacio tra Andreotti e Totò Riina, un autogol dell’Inter, il viso sorridente della moglie senza un orecchio, l’orecchio mancante visibilmente ubriaco, una lapide senza nome..

«Eh no!» Esclamò riaprendo gli occhi e interrompendo la meditazione, «non è così che deve andare!» Dov’era la sensazione di pace interiore che gli era stata promessa? Dove l’aumento degli ormoni della felicità? Come aveva potuto credere a tutte quelle sciocchezze sull’uomo che nasce con le ali e che dimenticando le sue paure può imparare a volare, come se.. un momento.. e se invece si fosse trattato di una sorta di avvertimento, se il suo spirito guida lo avesse messo in guardia e gli avesse mostrato di quali orrori lui, Giuseppe Scaramuzza alias Bhumindra, sarebbe stato capace se si fosse lasciato travolgere dalle sue vibrazioni negative? Forse il suo spirito gli aveva mandato un segno. Ma quale? Le immagini che aveva visualizzato erano così bizzarre da sfidare ogni interpretazione. Passi per l’Inter, abbonata come lui all’autolesionismo, ma che diavolo c’entrava Andreotti con la sua vita di merda, e perché inviargli l’immagine di un’aragosta, proprio a lui che era allergico ai crostacei? Scosse il capo, rinunciando a capire.

Poi però, ripensando ai tormenti che nelle sue fantasie avrebbe voluto infliggere a quella povera donna, si sentì avvampare dalla vergogna. Davvero sarebbe potuto arrivare a tanto? Sentì che doveva in qualche modo rimediare. Si affrettò verso la la cucina, ansioso di riconciliarsi con lei, di mostrarle che non provava rancore per i suoi ripetuti tradimenti.

«Non hai saputo darle quello che cercava, ripeteva a se stesso, e hai tradito le sue aspettative, l’hai sempre delusa, sempre..»

Sull’onda di queste nuove, inaspettate emozioni, preparò una cena addirittura favolosa.  Superò davvero se stesso, e quando la vide ingozzarsi con gusto divorando anche l’ultimo boccone si sentì appagato. Forse, pensò, c’era ancora qualche speranza! Anche il comportamento di lei lo confortò un poco: da quando si era seduta a tavola non l’aveva più insultato, e anzi lo aveva trattato con una certa cortesia. E’ vero, aveva scoreggiato un paio di volte, ma la seconda volta aveva chiesto scusa, e.. non era un tenero sorriso quello che gli aveva lanciato dopo essere scivolata dalla sedia e finita col sedere per terra cercando di lanciare al cane un pezzetto del suo stufato?  Già sbronza a quest’ora, povera cara.. come doveva soffrire per ridursi in quel modo!  E lui di certo aveva la sua buona parte di responsabilità!

La osservò attentamente mentre mangiava. Era bellissima. Quella sera, in particolare, si era proprio addobbata a dovere. Aveva indossato il vestito verde mela a losanghe che lui le aveva comprato alla Upim, uno dei più eleganti del suo guardaroba. La strizzava un po’ troppo, ma metteva in grande evidenza le poppe monumentali e il deretano a tre piazze. Nelle quattro ore passate in bagno aveva elaborato una nuova acconciatura color blu cobalto che le copriva la parte destra del viso, e le conferiva un’aria di sensualità e di mistero. Anche il trucco, pur se limitato al solo lato sinistro e un po’ carico per via delle stuccature dorate,  contribuiva ad aumentare il suo fascino tzigano.

Travolto dall’emozione, gli sembrò che anche lei lo guardasse con un’intensità nuova, e all’improvviso fu colto da un’idea folle: poco prima lei gli aveva buttato in faccia tutto il suo disprezzo, annunciandogli che avrebbe nuovamente passato la notte fuori, ma già erano trascorse più di cinque ore, e  ancora non  sembrava pronta per uscire. E se avesse cambiato idea?  Se avesse scelto proprio quella sera per riconciliarsi con lui? Magari era proprio per lui che si era agghindata in quel modo tanto eccitante..

Mentre considerava questa remota ma esaltante possibilità, lei si alzò di scatto e lo fissò con un’espressione che non le aveva mai visto prima. Aveva gli occhi sbarrati, le labbra tremanti, le mani prima protese verso di lui in una sorta di muta supplica, e poi strette al ventre, come se con quel gesto la donna volesse simbolicamente comprimere e contenere dentro di sé una pena segreta troppo dura da sopportare. Un comportamento che non lasciava adito a dubbi: lei lo amava ancora, lo desiderava, lo voleva con tutte le sue forze.

Anche lui si alzò, stordito dal desiderio, e fece due passi tremanti verso di lei, trascinando a terra col ginocchio la tovaglia e tutto il servizio buono. Ma al diavolo i piatti di ceramica della suocera, al diavolo lo stufato e il vino dop comprato in offerta 3×2! Stava accadendo, loro due stavano davvero per ritrovarsi, dopo tutte le sofferenze e le incomprensioni, dopo i litigi e i tradimenti, loro due, di nuovo insieme, e questa volta per..

Il fiotto di vomito, acre e scuro, si abbatté su di lui con geometrica potenza, disegnando sui suoi calzoni una mappa fumante che ricordava in modo curioso la forma dell’America meridionale. O forse quella della Groenlandia. Pensò per un attimo di verificare sull’Atlante, ma quasi subito si rese conto che il suo cervello si stava avvitando in una spirale di pericolosa perdita di senso, e cercò disperatamente di recuperare il contatto con la realtà,  senza riuscirvi appieno.

Fu lei a venirgli generosamente in aiuto.

«Mortacci tua Peppe! Che cazzo hai messo nello stufato, veleno per topi?», gli urlò contro con quanto fiato aveva in gola. E davanti alle sue balbettanti giustificazioni, rincarò la dose:

«Te l’ho detto mille volte che sono allergica alla paprika, maledetto idiota! E adesso dovrò rifarmi il trucco.. cristo santo, guarda in che condizioni mi hai ridotta!»

Ondeggiò pesantemente mentre tentava di indovinare la strada per il bagno. Giunta in qualche modo sulla soglia, si girò verso di lui per l’ultimo vaffanculo, e dopo una violenta capocciata sullo stipite rovinò all’interno, producendosi in una serie di imprecazioni davvero varia ed imponente. Del resto, pensò lui, aveva sempre avuto una grande fantasia per questo genere di cose.

Di nuovo sepolto in quella casa. Di nuovo solo. Lei se n’era andata senza salutarlo, senza nemmeno bofonchiare il suo solito “Non aspettarmi alzato, capito? Faccio tardi!”, che almeno sanciva in qualche modo la sua presenza fisica in quel luogo e giustificava la sua esistenza in vita.

Si aggirò come un automa per le stanze deserte, schiacciato dal peso della solitudine. Una condizione che non riusciva più a sopportare. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di avere accanto a sé una presenza, un conforto, una voce..

dsc03737Un rumore  proveniente dal salotto lo fece sobbalzare. Era un suono soffocato, a metà strada tra un singulto di gioia e una vibrazione prodotta da terrore cieco. Seppe all’istante di non essere più solo. Con lui, nella casa, celata in qualche anfratto, era la bestia trionfante.

Come aveva potuto dimenticarla? Era là, da qualche parte, a godere per la sua sconfitta, a ridere caninamente di lui e delle sue disgrazie. Ma questa volta l’avrebbe pagata.

«Non farlo, Giuseppe!», lo ammonì Bhumindra, e la preoccupazione era evidente nel tono della sua voce immaginaria, ma lui non lo sentì neppure. Improvvisamente lucido e concentrato, si mosse rapido, saettando con lo sguardo negli angoli più nascosti della casa. Perlustrò con cura maniacale il salotto, producendo un suono metallico con le labbra, come di chi stia seguendo una pista e voglia far sentire alla preda il suo fiato sul collo. Nessun bastardo in vista. Esaminò le altre stanze con lo stesso risultato.

«Dove sei, maledetto?» mormorò facendo tappa in cucina, «ora ti vengo a stanare..».

Sentì tra le mani qualcosa di freddo e duro, guardò in basso e vide che stava impugnando un grosso coltello a mannaia che solo pochi secondi prima sonnecchiava innocuo nella  rastrelliera. Ora brillava di luce propria nella sua mano assassina.

«Calmati, ti prego!», lo implorò ancora il suo spirito guida, «siedi sul divano e ripeti con me il sacro OM.. Giuseppe!..»

Non si diede neppure la pena di rispondere.

«Perché, esci anche stase..?» cercò di interloquire lui, ma già la porta del bagno si era chiusa con un tonfo.

 

«Va bene» continuò la voce sempre più ansiosa «il sacro OM ti ha rotto le palle, lo capisco, allora guarda, scegliamo insieme un altro mantra, quello che più ti piace.. che ne dici di COCCOLE? Senti com’è dolce, com’è musicale.. nemmeno questo va bene?.. vuoi qualcosa di più forte, vero? di più arrapante.. bene, allora ti propongo GNOCCA, mica male, eh? Vedrai che ti farà venire in mente idee meno pericolose.. Su, bello mio, metti giù quel coltello e ripetiamolo insieme: GNO..»

Con un furioso scrollone fece saltare ogni comunicazione con la sua voce interiore. Il suo sguardo tagliente aveva finalmente colto un movimento: la tenda del salotto, mossa dal vento proveniente dalla porta-finestra che dava sul balcone, ondeggiava lieve contro l’incombere della notte.

«Pensavi che non ti avrei cercato là fuori, vero? Lurido bastardo!» sibilò digrignando i denti. Si avvicinò alla finestra con infinita cautela, brandendo la mannaia che si faceva sempre più pesante nella sua mano, e quando fu sicuro che la bestia non avrebbe fatto in tempo a rientrare, dischiuse l’anta quanto bastava e con un balzo fu sul balcone. Lo accolse un vento freddo di tramontana che lo gelò all’istante, facendogli rimpiangere il caldo maglione di lana che aveva lasciato sul divano.

«Vieni fuori di lì, figlio d’un cane!» sbraitò incongruamente, rivolto ai vasi di gerani allineati nella semioscurità. L’unico risultato che ottenne fu un sordo clic che risuonò alle sue spalle. Conosceva quel suono: era la serratura di sicurezza delle finestre blindate che sua moglie aveva voluto far montare a tutti i costi nonostante il prezzo proibitivo. Quella stronza! Chi poteva essere così pazzo da venire a rubare proprio a casa della coppia più squattrinata del quartiere? In ogni caso, la dannata porta-finestra si era chiusa. Come era potuto succedere, se le ante erano così pesanti da essere a prova di tromba d’aria?

La risposta aveva la forma rotondeggiante di una chiazza chiara di condensa che si era formata sul vetro dall’interno. Al centro di essa spiccava una rossa tumefazione di consistenza molle, un’escrescenza oscena, qualcosa di simile ad un flaccido mollusco gelatinoso. Un osservatore dotato di buone conoscenze scientifiche l’avrebbe definita una lingua, più precisamente una lingua di cane.

Passò i primi dieci minuti ad imprecare contro l’animale che lo fissava impassibile al di là dei vetri, poi si sedette esausto contro il muro e cercò di ragionare.

Avendo lasciato il cellulare all’interno, aveva soltanto due possibilità: passare la notte al gelo o urlare a perdifiato per farsi sentire dai vicini. Escluse la prima ipotesi per via delle conseguenze – morire di freddo avendo a disposizione l’appartamento ben riscaldato sarebbe stato estremamente umiliante, oltre che inutilmente dispendioso. La seconda ipotesi, più praticabile, aveva però diverse controindicazioni. In primo luogo, non era detto che qualcuno sarebbe venuto in suo soccorso, vista la scarsa popolarità di cui godeva non solo nella palazzina, ma anche nel quartiere e, più in generale, nell’intera regione. In secondo luogo, la prospettiva di essere ridicolizzato davanti a tutti – già immaginava le risate dei pompieri, i commenti velenosi dei vicini, i servizi televisivi sull’uomo della mannaia e il  cane dissidente – era totalmente inaccettabile per una persona della sua statura morale e spirituale. In terzo e ultimo luogo, sapeva già che non sarebbe stato in grado di fronteggiare la reazione di lei. Lo avrebbe sepolto di contumelie e svergognato davanti al mondo intero, avrebbe divulgato tutti i suoi piccoli, sordidi segreti, come l’abitudine di nettarsi il naso con le dita e lasciare le caccole appiccicate sotto il tavolo – operazione che in cuor suo lui riteneva perfettamente legittima e naturale – più altri innocenti vizietti attinenti alla sfera sessuale ai quali in quel momento non aveva alcuna voglia di pensare. Insomma, per farla breve, non avrebbe avuto scampo.

Meglio allora tentare il tutto per tutto. La finestra del bagno, che lui lasciava sempre socchiusa, distava solo un paio di metri dal balcone. Si trattava di percorrere quel breve spazio sul cornicione, arrivare fin là e tuffarsi dentro a pesce: un gioco da ragazzi, una sciocchezza per un uomo che ha conquistato la propria pace interiore, per un illuminato. Allora perché quel sudore freddo che gli imperlava la fronte, perché quel battito cardiaco così accelerato?

Decise di raccogliersi in meditazione. Fece un profondo respiro e cercò di sintonizzarsi con il suo spirito guida, ma era come se nella sua mente si fosse levata una fitta nebbia che impediva al pensiero di trovare la giusta direzione, una caligine ovattata impossibile da disperdere, che soffocava ogni sua voce.

«Fanculo, vorrà dire che ce la farò da solo!», esclamò esasperato. Scattò in piedi e scavalcò d’impeto la balaustra, posando il piede sul cornicione che lo attendeva immobile nel buio. Mentre lo faceva, pensò agli uccelli nel cielo, alla loro sconfinata libertà, alla grazia del loro volo. Desiderò essere, come loro, in grado di staccarsi dal suolo e librarsi leggero sopra le miserie umane. Come avrebbe riso, allora, di tutte le sue pene! Pensò anche alle loro deiezioni, e a quanto si era arrabbiato qualche giorno prima nello scoprire che avevano inzaccherato tutto il cornicione con

Non provò nemmeno a gridare mentre cadeva.

«Ma sì, chi se ne frega», mormorò rassegnato, «spero solo che qualcuno abbia ripulito quel marciapiedi pieno di merda».

Il corpo del signor Giuseppe Scaramuzza si schiantò al suolo verso le undici di sera, mancando di un niente il gobbetto del piano di sotto che stava rientrando dalla pescheria aperta anche di notte. Le buste della spesa rotolarono a terra fra gli escrementi canini. Da una di esse uscì, un po’ stordita, una piccola aragosta che subito si tuffò nel più vicino scarico fognario. Solo Bhumindra la notò, mentre già volava via lontano.