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Non è necessario ricorrere ad argomenti filosofico-teologici per esprimere un sentimento.

La notizia diffusa su tutti i media del truce assassinio – premeditato e “inversamente lucido” – del sacerdote cattolico padre Jacques Hamel a Saint-Etienne-du-Rouvray (per un interessante profilo della sua figura rimando a questo link) per mano di due sedicenti affiliati al califfato islamico – due balordi in tenera età, per giunta connazionali della vittima –  questa notizia non può lasciare incolpevolemente indifferenti. Ma non è questo il punto, e non è riassumere notizie arrivate praticamente alle orecchie di tutti. Il punto è riflettere e ricordare.

Cosa?

Appresa la terribile notizia – terribile per palesi motivi, ma a mio avviso anche per un aspetto in particolare che avanti esporrò – non ho potuto fare a meno di associare impulsivamente il tragico evento di Rouen ad un altro a questo affine, vale a dire l’efferata, ignobile uccisione il 21 Maggio 1996 – venti anni fa tondi tondi, volendo rilevare anche una valenza numerica che sa molto di nefasta e beffarda ricorrenza – di sette monaci trappisti operanti a Tibhirine (Algeria),  prima sequestrati e poi trucemente uccisi per mano di un commando appartenente al gruppo islamico armato.

A quei monaci – benefattori e dialoganti – è dedicato il film di produzione francese “Uomini di Dio” (titolo originale “Des hommes et des dieux”, 2010) che forse merita la rinnovata attenzione delle società tutte.

La battaglia di civiltà non è tra credenti e non credenti, per usare una comune e riduttiva immagine, ma “tra pensanti e non-pensanti” (N. Bobbio), dunque nessuno è da ritenersi escluso.

Perché è terribile la vicenda di padre Jacques Hamel? (terribile ma purtroppo non esclusiva, se la mente ora ricorda anche l’omicidio di don Andrea Santoro in Turchia).

Perché è avvenuta per mano di cittadini francesi (sì, uno dei quali di origine algerina – ma pur sempre francesi), di 19 anni (quando tendenzialmente un coetaneo sogna di costruire, non di ammazzare) e con una famiglia alle spalle (nessun alibi sociologico è dunque ammissibile): e non importa che di casi (clinici) analoghi ve ne siano altri, importa prendere atto – dolorosamente, univocamente e stretti gli uni agli altri, i pensanti – del grado di subumanità corrente.

È fare poco?