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Dal 21 Luglio al 23 Ottobre, la National Portrait Gallery di Londra ha ospitato un’intensa collezione del lavoro di William Eggleston, artista americano a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80 e divulgatore/sostenitore dell’utilizzo del colore nella fotografia. Focus della collezione ospitata a Londra è la ritrattistica attraverso cui Eggleston racconta del viaggio che lo trasporta tra la sua casa in Tennessee, la Georgia, la Louisiana e il Mississipi.

William Eggleston è ricordato come uno sperimentatore, un artista che fa dell’innovazione la sua ragion d’essere. Agli albori della sua carriera da fotografo, Eggleston, come molti colleghi all’epoca, rifiuta il colore, esclusiva dei cartelloni pubblicitari, preferendone il bianco e nero. Ma ciò non frena la sua creatività, anzi. Essendo riuscito ad acquisire alcune bobine di pellicola fotografica di sorveglianza utilizzate esclusivamente dalle forze di polizia, Eggleston le riadatta, tagliandole e forandole a mano in camera oscura in modo da renderle utilizzabili all’interno di una spy cam che nasconde nella sua stessa casa. Uno dei risultati più significativi che questo lavoro gli regala è un personalissimo ritratto della madre, catturata in un momento di quotidianità in camera da letto.

Durante uno dei suoi numerosi viaggi negli Stati Uniti, in un piccolo studio fotografico di Chicago, Eggleston s’imbatte in una tecnica fotografica chiamata dye transfer. Procedimento non solo estremamente complicato, ma soprattutto obsoleto ai giorni nostri. La fotografia degli anni ’70 e ’80 di Eggleston, tuttavia, vive e dipende dal vivido effetto che questa tecnica regala al colore.

Capolavoro esposto alla National Portrait Gallery e ottimo esempio di dye transfer è il ritratto di Marcia Hare, fidanzata dell’epoca dell’artista, scattato nel 1975 a Memphis nel Tennessee. Non sono solo la composizione e il focus, ma è il colore a fare da protagonista a questo ritratto. Da notare la lucentezza dei bottoni dell’abito della ragazza, vividi e saturati in quei toni che hanno reso Eggleston famoso in tutto il mondo.

Per ottenere un effetto dye transfer, occorre separare un negativo in tre colori: rosso, giallo e blu. Questi devono essere successivamente mappati su di una pellicola-matrice secondo gli spettri di colore del ciano, del magenta e del giallo. Dopo essere stati esposti alla luce, essi possono, quindi, essere fisicamente trasferiti su della comune pellicola fotografica.

Non fu solo il ritratto di Marcia Hare, ma diversi lavori contribuirono a portare Eggleston alla notorietà attraverso l’utilizzo di questa tecnica. Da non dimenticare sono il ritratto di Devoe Money del 1970, che la ritrae, fragile e sola, seduta all’aperto in Mississipi, e il ritratto dello zio dell’artista, Adyn Schuyler Sr., e di uno dei suoi assistenti, Jasper Staples, ritratti tra 1969 e il 1970.

-800wiLa fotografia di Eggleston è ben definita dalle parole del curatore della mostra alla National Portrait Gallery, Phillip Prodger, tratte da un estratto del mese di Agosto di “Internazionale”: “C’è un’idea diffusa su cosa sia un grande ritratto. È come se a un certo punto una scintilla partisse dal soggetto al fotografo e infine allo spettatore, e questa scintilla racchiudesse quelle qualità speciali che definiscono un volto, una persona e ci portano direttamente al centro della sua anima. L’essenza di una vita umana in un attimo, praticamente. Eggleston rifiuta completamente questa visione”.

William Eggleston ci lascia una serie di ritratti (e non solo) pieni di innovazione e personalità. Sembrerebbe quasi che artista, soggetto, spettatore riescano a fondersi in un attimo rubato di quaranta, cinquant’anni fa. Eppure, Eggleston interpreta la fotografia come democratica, quasi scientifica e standardizzata, arrivando a decretare che: “una persona non è così diversa da un parcheggio, e il ritratto di un familiare non è diverso da quello di un estraneo”.