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Disegno di Raffaella Borrelli

Aveva mani morbide come seta e odore di miele. Le spalle nude alla luce di poche candele, le tende chiuse e il letto ben fatto, con lenzuola fresche di bucato, sempre tirate. Mi aspettava di schiena, senza vestiti, sdraiata con un grosso fiore in testa. Sempre diverso. Le natiche abbondanti, leggermente sporgenti. Con la mano si accarezzava la coscia esternamente con movenze studiate. Le pale del ventilatore attorno al lampadario muovevano un’aria afosa e viziata che nascondeva il mio odore di tabacco. La chiamavo il sogno. Lei ogni volta sorrideva, i denti bianchi come latte, le mammelle salate e scure. Posavo i miei vestiti luridi sul pavimento di pietra, la polvere mi sporcava i piedi, un po’ di terra sotto le unghie. Non avevo tempo di tagliarle, non avevo tempo per niente. Ogni volta che mi era possibile mi fermavo da Isabelle a coglierne l’essenza, a prendere in un soffio di tempo la sua anima. Lei mi diceva: «il mio corpo è di tutti ma la mia anima è solo tua». Forse lo diceva a tutti. A tutti i ragazzi in fila nelle ore torride che anticipavano il tramonto. Ma per me non era importante. Era come se lo dicesse solo a me. Conosceva il mio corpo, sapeva farmi rizzare ogni pelo, farmi sospirare, trattenere grida, rilassare o fendere i muscoli. Ero il suo oggetto, anche se ero io a lasciare i pochi spiccioli nel vaso di ceramica sopra la credenza. Eravamo in missione. Missione di pace la chiamavano anche se ogni tanto facevamo saltare in aria qualcosa, la giusta causa ci spingeva e ci dava coraggio, o almeno la giustificazione a tali aberrazioni. Se non fosse stato per il tabacco e la grazia di Isabelle sarei impazzito.

L’accampamento distava pochi chilometri dal villaggio della ragazza, a noi era vietato uscire, ma sotto tacito consenso del tenente, con un gruppetto di soldati andavamo alla ricerca dell’amore o perlomeno all’oppiaceo desiderio di sentirsi amati almeno per dieci minuti nella riprovevole follia di quell’orrore. Era un mese che ci trovavamo sperduti su queste montagne e la voce dell’esistenza di una dea nel villaggio echeggiò per l’accampamento come zoccoli di cavallo. Aveva provato per primo Adam, una volta. Già dal giorno dopo, curiosi come civette sugli alberi nella notte, andammo a fare visita alla donna d’ebano. Un catino all’ingresso in terracotta sorretto da gambe di ferro, acqua tiepida e scaglie di sapone ad igienizzare i membri bramosi. Per me non era la prima volta con una donna e neanche con una prostituta, ma fu senz’altro la prima in cui persi la verginità dell’amore. Innamorarsi di una donna pagata? Illogico. Scherno fra i compagni. Racconti timidi di amplessi erotici ma non sfrontati. Isabelle stregava, e non solo me. Isabelle stregava tutti. Rendeva le nostri notti quasi piacevoli. Sorridenti fissavamo il nulla con il capo adagiato sopra falsi cuscini e nelle orecchie l’urlo delle bombe in lontananza.

Una notte qualunque, una notte in cui le stelle giocavano a nascondino, lampi di luce rosse in lontananza e zolfo e polvere e cenere. L’aria irrespirabile e uno stato di allerta improvviso a destarci dai nostri sogni fatti di morte e niente. Uscimmo fucili in spalla, le divise mimetiche sgualcite e pesanti. Procedevamo in formazione, come formiche in processione alzando briciole di pane in segno di devozione, la nostra una devozione ad un Dio che non riconoscevamo nei doveri e negli interessi della nostra Patria. Il nemico si stava avvicinando al nostro accampamento. Il villaggio in lontananza in fiamme. Spettri che salivano al cielo danzando in voluttuose spire. Isabelle. Un pensiero come un punteruolo conficcato in profondità nel cranio. Affretto il passo, rompo le righe. Vengo immediatamente redarguito e rimesso al mio posto. Il bruciore degli occhi minuscoli, ciechi di fumo e di rabbia. Arrivammo silenziosi. Ladri nella notte. Rivendicando un diritto su proprietà che non ci appartenevano. Scoppi, rumori, tosse, urla. La fuga degli innocenti destinati ad un rogo per espiare le colpe di altri. Gli occhi di un bimbo nel nero della morte. Due palle bianche abbaglianti intorno a cerchietti scuri, immobili. I piedi scalzi nella polvere di corpi carbonizzati. Il suo orsacchiotto senza un orecchio a carezzare con una zampa rattoppata la terra sepolcrale. Si presero cura di lui: non so chi. D’altronde eravamo lì per loro. O meglio, anche per loro. Dovevamo salvare i civili. Donargli una vita nuova. Un riscatto alla tirannia che li opprimeva da secoli. Farli innamorare della nostra Democrazia. Sfilammo davanti a macerie e puzza di carne bruciata. Un cane scavava intono alla mano del padrone. Gazze umane sfilarono un anello d’oro da quella mano inerme. Noi dovevamo mantenere la linea. Scovare il nemico. Il resto dove essere la scena di uno spettacolo teatrale a cui non eravamo stati inviati. Non avevamo fatto in tempo ad acquistare il biglietto per assistere a quell’apocalisse. Sassi a limarmi i denti in una bocca arsa. Assetata di Isabelle. Lingua gonfia e spalle cariche di tensione. Recuperammo una ventina di persone ancora in vita. Gli altri tutti morti. Non c’era nessun nemico.

Dopo la ricognizione ci adoperammo a mettere in salvo i superstiti. Li portammo al nostro accampamento, vicino al fiume. Il letto nero non rifletteva i volti di quegli uomini, di quelle donne, di quei bambini in ginocchio a ricevere la benedizione da quelle acque purificatrici. Pochi di noi parlavano la loro lingua. Ci capivamo con quel modo innato che è proprio dell’uomo. Lo stesso ancestrale innato istinto di preservare la razza umana e non estinguerla per prevalere. Ma qualcosa nel corso dei secoli doveva esserci sfuggita. Fasciavo ferite, pulivo gambe, stringevo mani, scaldavo piedi. Gesti naturali, primordiali. Cercavo Isabelle. I feriti più gravi erano stati portati nella tenda dell’infermiera. Più mi avvicinavo più le urla strazianti di dolore mi tenevano lontano. Come se fossi davanti ad uno schermo. Vicino ma distante. Potevo allungare una mano, poggiarla sulle teste fasciate con leggerezza ma percepivo quelle persone lontane, intoccabili. Le nostre anime erano troppo lontane, non si conoscevano.

«Spinga. Riesce a capirmi?»

«Non lo vedi? Sviene continuamente, lasciamo stare è inutile.»

«Stai zitto tu. Cerca di svegliarla piuttosto.»

«Signora, mi sente? Spinga.»

Una lampada ad olio illuminava le ginocchia divaricate di una donna scura. Il capo abbandonato tra le braccia di un giovane militare imbrattato di sangue. Davanti alle gambe il medico implorava la donna di collaborare. La pancia gonfia quasi blu color dei lividi. La bocca di Isabelle. Mi avvicinai a quella pietà Michelangiolesca di amore e morte.

«Isabelle» gridai.

Ancora più forte: «Isabelle!»

Dalle ciglia serrate un tremito, leggero come un soffio di un angelo.

«Ci siamo è sveglia. Forza spinga. Facciamo nascere questo bambino.» Isabelle sgranò gli occhi che fuggirono dalle orbite. Un urlo che spaccò il mondo. Il sudore misto a sangue. La mano sinistra ustionata. La pelle che si staccava come carta velina ad ogni alito di vento. Il militare le sorreggeva il capo, i capelli come spire intorno agli avambracci muscolosi. Una lacerazione in basso. Non vedevo più niente. Le mani del medico scomparivano tra le gambe di Isabelle, la lampada faceva ballare le ombre sui teli color cachi dell’infermiera. Mi portai le mani alle orecchie. Le urla strazianti graffiavano i miei timpani come vetri appuntiti. Poi il silenzio. Un silenzio lungo. L’olio nella lampada smise di bruciare. Le palpebre del medico socchiuse a mezza via. I capelli di Isabelle senza colore. Le vene negli avambracci del militare non pulsavano più il sangue. Il mio collo proteso in un inchino verso il copro materno di Isabelle. La vita nel corpo del mio amore smise di vibrare. Cessò di essere. La sua anima ormai non poteva appartenermi più.

Poi l’urlo della nuova vita e l’olio riprese a bruciare, la palpebre a sbattere, il sangue a scorrere. Il mio inchino a ringraziare ed odiare.

Il figlio della guerra era venuto alla luce. In una notte senza stelle. Tra le fiamme di un villaggio che brucia. Tra cento papà illegittimi.

Era mio figlio. Era il figlio di Adam, il figlio del medico, del giovane militare, il figlio di tutti. Figlio dell’amore in una notte di guerra. Una notte senza stelle.