Siamo il frutto delle nostre cazzate

Recensione illustrata de BOJACK HORSEMAN

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Mi siedo sul mio comodo trono-di-telecomandi, conquistato a fatica dopo la solita estenuante giornata di lavoro, stendo le gambe tra scricchiolii d’ossa e rantoli ancestrali.

Per placare la fame basterebbe la scatola di Tuc che giace nello scaffale in alto della cucina, ma sono troppo pigro per alzarmi.

Accedo a Netflix un po’ annoiato.
Provo a raggiungere l’interruttore della lampada per spegnere la luce e creare un’atmosfera adatta alla sacralità dell’evento.

Invano.
Ho i polsi incollati al cuscino del sofà.
La testa ciondola.
25%.
99%.
Benvenuto, Luca.
Panico.
“Oh cazzo! Devo iniziare una serie nuova!”.
Scorro la libreria in cerca di qualcosa di stimolante ma è tutto troppo carico di sentimenti forti.
Il telecomando si fa decisamente pesante e tenta di suicidarsi sul pavimento.

Mi sveglio e mi faccio forza.

Ho appena concluso il binge watching di un horror che mi ha fatto perdere la testa (vedi LHUB #4).

Dunque evito il genere.

Danno la prima stagione di una nuova serie sull’amore ma io non sono abbastanza coraggioso da guardarla da solo.

C’è quel thriller-noir di cui tutti parlano, ma ci vogliono risorse cognitive che scarseggiano in questo inizio d’autunno.
La serie fantasy? Quella con sei miliardi di comparse. In costume. Che copulano. E tramano. Che va avanti da anni. Con i draghi.
No! Non ce la faccio.
Decido di cambiare: basta serie impegnative o tristi.

Basta star lì ad applicarsi e a rimuginare.

Basta drammi.

Leggerezza.

Cerco un po’ di sana leggerezza.
Mi imbatto in questo cartone per adulti che strizza l’occhio a Simpson e Griffin.
“Famme ride!”
Inizio subito la stagione uno.
Ne esco solo un paio di giorni dopo (complice il batterio qualcosa-cocco che mi ha causato una tenera febbre – “da cavallo” oserei dire, giacché siamo in tema – e un piacevole mal di gola proprio all’inizio del weekend).

Ne esco con il cuore stretto e l’anima distrutta e, giuro, non è
colpa dell’antibiotico!

Non piango perché sarebbe troppo per la mia mascolinità, ma ci sono molto vicino.
Bestemmiare forse sarebbe utile ma non è nel mio stile.

Allora me ne sto muto.
A fissare il vuoto.

I protagonisti sono animali. Eppure sotto la loro pelliccia batte un cuore fragile e capace delle stesse atrocità dell’uomo.
È un cartone. Tuttavia la sensazione di malessere che lascia è la stessa che provai alla fine di “Inception” o “Fight club”.
Bruciore.
Domande.
Voglia di premere ancora il tasto play.
Tante le risate sincere, di quelle che devi correre in bagno, tanta irriverenza, tante le idee geniali (immaginate un mondo con animali che si comportano come uomini..quante cose possono accadere?).
E di certo ho riso, sì, ma di risa scure, senza speranza, di quel sorriso a denti serrati che solo la vita vera può regalare.
E se questa è fiction allora preferisco la realtà.
Il nostro protagonista è un nostalgico, è un sognatore disilluso dalla vita, è pessimista, è scontroso e cinico. Eppure ha un’anima buona. Fa di tutto per migliorarsi ma ad ogni tentativo si ritrova peggiore di prima.

Più triste.
Più solo.

E quando pensa di aver toccato il fondo, ecco che scopre si può ancora precipitare.
Una serie allegra insomma.
“Grazie Bojack, avevo proprio bisogno che mi ricordassi che la vita è una merda”.

Nessun animale è stato maltrattato per la realizzazione di questo articolo.

 

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