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Anomalisa

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Dopo aver perlustrato i meandri più reconditi e, a volte, scomodi della mente umana servendosi di straordinari attori in carne ed ossa, Charlie Kaufman ci riprova. E ci riesce. In un modo non del tutto inaspettato. Affascinato dalla figura del burattinaio (lo è, per esempio, il protagonista di uno dei suoi lavori migliori: Essere John Malkovich), Anomalisa, lungometraggio animato uscito nelle sale italiane nel febbraio del 2016, è il suo “Eureka!” una sorta di epifania. L’entità, invisibile agli occhi degli altri, nascosta da vestiti, cappucci, guanti neri o, figurativamente parlando, lontano, in un luogo superiore, che non fa che “manovrare”, conferire caratteri a facce altrimenti fisse, esenti da sentimenti, trova la sua massima espressione nella tecnica utilizzata in quest’opera: il passo uno. Fantocci passivi, da posizionare come si vuole. Visi ai quali imporre emozioni. E noi? Cosa siamo, noi?

Comprendere Anomalisa non è compito facile, complice un ingannevole, semplicistico trailer che, come troppo spesso accade, per interessare una fetta di pubblico quanto più ampia e varia, minimizza fino quasi ad annullarle le tante sfaccettature di un’opera che, contrariamente a quanto ci si aspetta da un film di animazione, non è per bambini. E neanche per tutti gli adulti. Quantomeno non per un adulto che non sia pronto a vedere sé stesso per quello che è. Attraverso gli occhi di Michael, il protagonista, veniamo infatti messi davanti ad una delle paure più oscure dell’essere umano: quella di restare soli, di sentirci sperduti in un mondo ostile. Ma soprattutto ci chiediamo se si smetta mai di indossare una maschera, quella che, sia cela il nostro vero essere agli altri, ma anche li rende a loro volta di più difficile lettura ai nostri occhi; uno schermo che altera i sensi e rende complicata la comunicazione tra i due mondi: l’esterno e quello che abbiamo dentro.

Michael è un oratore motivazionale: insegna per lavoro come migliorare la gestione del cliente agli addetti ai call center. Ad avere, in altre parole, a che fare con persone che hanno tutte la stessa faccia ed alterate voci metalliche simili l’una all’altra perché, interagendoci solo attraverso un telefono, non vengono mai viste le une ed ascoltate senza filtri le altre. Non ama il suo lavoro, lo reputa noioso come del resto la sua intera esistenza. Un matrimonio in cui solo lui sembra accorgersi che le cose non vanno, troppo impegnati, gli altri membri, a recitare nella farsa della famiglia perfetta, troppo poco coraggiosi, forse, per ammettere i propri fallimenti. Una vita d’inferno, insomma, la cui pena viene scontata con lui ancora vivente. Michael è infatti nient’altro che un uomo malato, presumibilmente affetto da un disturbo psichico reale chiamato Fregolismo (ipotesi avallata solo dal nome dell’albergo in cui l’uomo alloggia in attesa di tenere un congresso, Fregoli per l’appunto, poiché nel film non se ne fa cenno) che lo porta a vedere tutti gli altri esseri umani, indipendentemente da genere ed età, portare addosso la stessa identica faccia, composta da lineamenti anonimi nella loro classicità, senza alcuna peculiarità. Ognuno parla poi, alle orecchie sofferenti di Michael, con voce uguale a quella di tutti gli altri, maschile.

La forte crisi di identità che questo gli comporta, raggiunge il suo culmine davanti allo specchio, dove l’uomo vede il suo volto alterato, si rende conto di stare indossando anche lui una maschera. Prova addirittura a togliersela…azione e simbolismo resi possibili dall’utilizzo dei pupazzi, le giunture sui visi dei quali sono state scientemente lasciate in bella mostra e non cancellate in post produzione prima di tutto per non distogliere mai lo spettatore, abbagliato dall’effetto aberrante che il realismo dei fantocci utilizzati crea sia per la loro fattura che per le situazioni in cui, in effetti passivamente, vengono coinvolti, che non si tratta di esseri umani in carne ed ossa e poi per rendere ancora meglio l’idea del “cadere in pezzi”: noi la utilizziamo metaforicamente, lì accade realmente. E, proprio in questo momento difficile, ecco per Michael una speranza. Una vera e propria voce fuori dal coro, meravigliosamente dissonante, che ben presto l’uomo scopre appartenere a Lisa. Ci svela il suo volto, diverso anch’esso. La ragazza verrebbe considerata anonima, addirittura sgradevole per colpa di una cicatrice che le deturpa il viso, secondo standard comuni. Ma Michael è un naufrago. Lisa una zattera che, anche se malridotta, è perfetta per ciò che rappresenta: la salvezza. Ma quanto di ciò che ci accade è dovuto realmente al caso? Quanto invece è causato semplicemente dai nostri bisogni? Vediamo ciò che ci serve vedere e lo percepiamo nella maniera in cui ci serve percepirlo, per sopravvivenza, per un atavico attaccamento alla vita. E perché, come dicevamo poc’anzi, la solitudine e la verità a volte spaventano.

Lisa, dal canto suo, crede di amare Michael perché è il primo ad accettarla con i suoi difetti, a vederla ugualmente bella. E come biasimarla… Chi, infatti, non ha bisogno di essere accettato? Chi potrebbe ritenersi realmente soddisfatto di sé, del proprio aspetto, delle proprie azioni quotidiane senza uno straccio di riscontro?

Ma la felicità non è roba per tutti. Bisogna, come per ogni altra cosa, essere pronti e ben disposti ad accoglierla. Senza questi requisiti, se capita di trovarla, tutto il nostro essere è teso a scovare qualsiasi pretesto per sbarazzarcene. Ci serve, in questo caso, l’autoconvinzione che ci siano difetti insopportabili, differenze insormontabili. E ciò che prima ci sembrava unico torna ad uniformarsi a tutto il resto, a far parte di un branco ostile, che ci ringhia contro in un unico, stridente, brontolìo.

Michael rinuncerà a tutto per tornare ad una sterile e sempre uguale ma anche per questo rassicurante, vita familiare. Viene così messa in evidenza un’altra grande verità, l’ultima di questo particolarissimo film: il primo passo verso la “guarigione” è compiuto quando si prende coscienza di avere un problema, piccolo o grande che sia. La salvezza dell’uomo non è, infatti, da ricercare in un “al di fuori di”, ma parte e dipende esclusivamente da noi. Bisogna solo valutare quanto siamo disposti a rischiare, quanto di noi vogliamo svelare in primis a noi stessi, davanti allo specchio della nostra coscienza, consapevoli che potremmo trovarci davanti a qualcosa che non ci piace ma anche alla fortuna di poterlo cambiare per arrivare ad avere la forza di essere, davvero, felici.