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Mi avvalgo della facoltà di non presentarmi.

Sentendomi giunto quasi al termine di una vita piatta e insignificante, ho finalmente deciso di comprare un bosco.

Dal momento in cui la notizia si è sparsa, non ho avuto più pace.

«Non sarà mica diventato matto», mi ha aggredito alle spalle la portiera, approfittando della scarsa luce nell’androne «che se ne fa di un bosco? Se ha bisogno di un po’ di legna gliela faccio avere io a poco prezzo!» E mi ha rifilato, come fa di solito, l’ennesimo numero di telefono di un parente. Ma quanti accidenti ne ha? E tutti marchigiani!

Resistendo alla tentazione di sputarle nell’occhio sano, mi sono inventato sul momento una storiella assurda su certi funghi rari che avrei intenzione di coltivare e che crescono soltanto in particolari condizioni di umidità. Mi ha guardato come si guarderebbe qualcuno che si è appena soffiato il naso con il biglietto vincente della lotteria.

«Se ha voglia di buttare i suoi soldi faccia pure», ha biascicato con tono sprezzante, «ma non si venga più a lamentare dei vicini che dicono peste e corna di lei, capito?», poi ha girato i tacchi e se n’è andata, borbottando qualcosa sui vecchi barbogi che si bevono il cervello e che andrebbero rinchiusi da qualche parte. Non so dire se si riferisse a me, ma certo il sospetto mi è venuto.

Al bar, invece, hanno scelto la strada più sottile dell’allusione.

«E’ arrivato l’uomo scimmia!», ha esordito il ragazzotto al banco appena mi ha visto entrare, mentre alcuni sfaccendati saltellavano nei pressi imitando le movenze di un branco di oranghi. Senza degnarli di uno sguardo, mi sono seduto al tavolo per il solito aperitivo, ma mi sono visto recapitare una banana già sbucciata accompagnata da una mezza noce di cocco, mentre nel locale risuonava il selvaggio urlo di Tarzan nell’interpretazione di un gruppetto di beoni ormai fuori controllo. A peggiorare le cose, spiccava tra quei volti congestionati il faccione di Alfredo, il mio vecchio compagno di tressette, la bocca senza denti spalancata in un ghigno di derisione. Begli amici: un’accolita di spettri dannati fuggiti dall’oltretomba..

Tra i parenti non ho avuto miglior fortuna. Al consueto pranzo domenicale, mia sorella mi ha fatto capire di non condividere pienamente la mia scelta.

«Sei uno sporco egoista!», ha strillato con le lacrime agli occhi, mentre i miei nipoti  si assiepavano in silenzio dietro la sua gonna, «non pensi mai a noi, che siamo gli unici a volerti bene..», e prima che riuscissi a replicare ha aggiunto: «.. ancora non per molto!». Dopodiché mi ha sbattuto la porta in faccia, facendo scempio del mazzo di fiori che stavo cercando di porgerle per rabbonirla.

Luridi avvoltoi! Che diamine, non ho neppure settant’anni e già litigano per spolparsi il mio cadavere..

Clima più disteso a casa mia. Quasimodo e Ariel hanno accolto la notizia con grande dignità e compostezza. Non che abbiano fatto i salti di gioia (peraltro problematici per Quasimodo, che è mezzo sciancato dalla nascita), ma almeno non mi hanno contestato più di tanto. Dopo lo sconcerto iniziale, avendo compreso che il loro status non avrebbe subito sostanziali modifiche, hanno iniziato a strusciarsi e fare le fusa come al solito. Devo però ammettere che la porzione di trippa con cui ho riempito le loro scodelle ha contribuito notevolmente ad alleviare la tensione.

Due giorni più tardi, firmato l’atto di acquisto e sbrigate le pratiche di rito, ho preso possesso del terreno. Siamo andati una mattina, io e Diego, a fare una prima ricognizione.

Lasciata la macchina, abbiamo arrancato per mezz’ora su per un ripido sentiero in compagnia di un nugolo di mosche cavalline molto più rapide e furbe di noi, poi abbiamo scavalcato con qualche difficoltà un fosso dove Diego ha perso la dentiera. Superata quasi indenni una barriera formata da alti cespugli di rovi, ci siamo soffermati all’ombra di un albero per tamponare le fastidiose emorragie causate dagli spini, e dopo esserci congratulati a vicenda per lo scampato pericolo ci siamo guardati intorno. Davanti a noi una spianata brulla, con il rudere di un piccolo casale sulla sinistra, alcuni alberi di ulivo rinsecchiti e i resti sparsi di una vigna sulla destra. In lontananza, lo specchio azzurro del lago.

«Cazzo..!», ha mormorato Diego, che non è uomo di lettere. Incerto se considerarlo un complimento per il buon affare o un commento dettato dalla disperazione, ho assentito gravemente, lanciando a terra uno scaracchio di conferma.  Il sentiero, appena accennato, curvava in discesa verso destra, dirigendosi verso uno sparuto gruppo di ulivi. Lo abbiamo seguito per un po’, e poi, in assenza di altre forme di vita visibili, il mio compagno, piuttosto provato, se ne è uscito con l’inevitabile domanda:

«E il b..bosco?»

Lì per lì non ho saputo che dire. Dalle foto che mi avevano mostrato in agenzia risultava che ero diventato proprietario di un folto bosco di querce e roverelle, ma del mio agognato acquisto non vi era traccia. Dapprima ho pensato ad un atroce scherzo dei miei ex compagni di bevute, che potevano aver abbattuto le piante nottetempo, ma poi, riacquistato un minimo di lucidità, ho rammentato le parole del depliant: «.. il sentiero scende con ampi tornanti verso valle, attraversando un  bosco che si estende per circa dieci ettari..».

Incredibilmente sollevato, mi sono appioppato una manata in fronte che mi ha lasciato stordito per qualche secondo, e mi sono quindi rivolto al mio incredulo compagno:

«Più a valle, coglione!» l’ho affettuosamente rimbrottato, «pensavi che mi fossi fatto fregare, eh?», e ho proseguito come  niente fosse.

Quando il sentiero ha incontrato il bosco, ho sentito nascere dentro di me un senso di giubilo, di appartenenza. E’ stato come entrare in un tempio, come prepararsi ad un incontro con un ospite sconosciuto ma lungamente atteso. Tutti i miei sensi erano all’erta. Ogni sasso, corteccia, foglia, fiore, mi appariva nitido e lucente, dai contorni perfettamente definiti. Il silenzio era divenuto così profondo e denso che i rumori naturali, pur se perfettamente distinguibili, sembravano giungere da distanze remote. Anche il frastuono della rovinosa caduta di Diego, inciampato a quanto pare in una radice, mi giungeva attutito, come l’eco di un temporale lontano, e i suoi sciocchi lamenti restavano confinati in una zona marginale della mia coscienza. Ma proprio mentre si stavano per spalancare in me le porte della percezione, mentre mi preparavo ad entrare in comunione con l’ineffabile, una serie fragorosa e interminabile di sternuti e colpi di tosse, accompagnati da un respiro simile al rantolo di un moribondo, mi hanno risvegliato dalla trance in cui ero caduto.

Ho mestamente recuperato il mio compagno, liberandolo dal viluppo di rami, liane e cortecce morte nel quale si era andato ad infilare, e l’ho riportato alla luce. Inenarrabile è stato il viaggio di ritorno, ormai rimosso dalla memoria, come si fa con certi turpi ricordi di guerra. Una volta affidato lo sciagurato alle cure di un’enorme fantesca bielorussa, ho fatto ritorno a casa stremato, pagando poi lo sforzo immane della giornata con una lombo-sciatalgia che mi ha costretto a letto per una settimana.

Per tutto quel tempo ho pensato.

“Questo luogo mi parla. Vuole offrirmi qualcosa che ancora mi sfugge. Forse un rifugio. Forse una via d’uscita dalla mia solitudine”.

“Devo comprenderne la natura. Ma se questo non è il luogo dell’amicizia, vista l’accoglienza che ha riservato a quel povero diavolo di Diego, allora potrebbe essere il luogo della passione. Di quell’amore che non ho mai vissuto. Forse è giunto il momento di rischiare. E penso di sapere anche con chi.”

“Bernarda, la fruttivendola. Vedova e ancora piacente. Niente figli. Curve procaci. Sguardo assassino. Molto più giovane di me. So di piacerle, almeno un poco. Unico neo: ha un nome veramente di merda. Ma è forse colpa sua? Povera cara, chissà quante umiliazioni ha dovuto subire. Nessuna meraviglia che preferisca farsi chiamare Berny. Altro nome idiota. Basta, la inviterò per il weekend!”

 

L’oggetto dei miei desideri non ha accettato subito. Ha preso tempo. Sembrava pensare alla risposta giusta da darmi, ma senza compromettersi troppo.

«Un picnic? Con questo caldo?», ha buttato là, sbucciando nervosamente una cipolla.

«Il posto è ombroso, pieno di verde», l’ho rassicurata, «e c’è acqua in quantità. Vedrà, staremo freschissimi!»

Per fortuna non ha indagato su dove si trovasse esattamente tutta quell’acqua, esistente nella realtà ma concentrata nel lago, a qualche chilometro di distanza. Ha tergiversato ancora un po’, ma alla fine si è convinta. Sono tornato dai miei pelosi coinquilini con una promessa nel cuore e una busta piena di cicoria di campo. E bocconcini per Ariel, che è di nuovo incinta.

Insomma, siamo andati. Col cestino del picnic e tutto quanto. Lei ha sbuffato un po’ sul sentiero (ho dimenticato di dire che è magnificamente sovrappeso), ma le mie storielle sui personaggi buffi del quartiere le hanno fatto dimenticare la fatica. Nessun problema per passare il fosso, ora munito di passerella over-size, e i rovi assassini erano stati già domati in precedenza dalle mie cesoie. Ha avuto un attimo di smarrimento di fronte alla desolazione del pianoro e allo squallore del casale diroccato, ma mi ero già preparato la frase giusta:

«Più giù, più giù, non si preoccupi. Vedrà che meraviglia!»

Non si leggeva tuttavia alcuna meraviglia sul suo viso quando siamo arrivati al bosco, ma solo disagio e preoccupazione.

«Ma.. è lì che dobbiamo andare?», mi ha chiesto con un filo di voce.

«Che c’è, cara, non le piace?», sono intervenuto premuroso, «più avanti c’è uno spazio aperto, con un bel tavolo per il picnic che aspetta solo noi..»

Si è arrestata, scuotendo il capo e guardandosi intorno con aria impaurita. Per un attimo mi sono visto con i suoi occhi: un vecchio vizioso, forse uno stupratore seriale, che l’aveva attirata in trappola in un luogo isolato per approfittare di lei nel modo più ignobile. Era così orribilmente vivida quell’immagine che i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Come avevo potuto essere così stupido e insensibile? Dovevo assolutamente rimediare.

«Mia dolcissima Bernarda..» le ho sussurrato. Un altro passo falso.

Mi si è rivoltata contro come una vipera.

«Mi ha portato fin qui per prendermi in giro? Si vergogni!» Ha strillato, guardandomi con odio. Poi ha fatto dietro-front ed ha cominciato a risalire il sentiero a passo di carica, incurante dei miei richiami. Non ho avuto il coraggio di inseguirla. Credo si sia fatta a piedi qualcosa come cinque chilometri prima di raggiungere la stazione più vicina.

Eppure mi avevano avvertito: attento, si incazza da morire se la chiami col suo vero nome..

 

Un drastico calo dei miei consumi di ortofrutta è stata la prima conseguenza della disastrosa avventura con Bernarda. Piuttosto avvilito e a corto di vitamine, ho lasciato passare diversi giorni prima di tornare al bosco. Anche se non ero in grado di darmi una spiegazione razionale di quanto era accaduto, dentro di me consideravo quel luogo in qualche misura responsabile del mio grottesco fallimento, e volevo che la mia contrarietà fosse ben evidente. Come un bimbetto petulante e dispettoso, ho sprecato gran parte del tempo covando quello sciocco rancore. Poi ho compreso.

Se è me che vuole, mi sono detto fissando a notte fonda lo schermo vuoto della tv, allora non mi tirerò indietro. Forte di questa mia nuova determinazione, mi sono addormentato all’istante sul divano, compostamente seduto e vestito di tutto punto.  Esattamente quattro ore dopo, perfettamente lucido e pimpante, ho riaperto gli occhi come un automa caricato a molla e ho subito cominciato i miei preparativi.

La casa l’ho abbandonata senza rimpianti: il tedio di decenni si era ormai depositato negli angoli e nelle pieghe del suo corpo sfiancato, e nessun detergente, per quanto tosto ed efficace, avrebbe mai più potuto diluirlo o spazzarlo via.

Prima ho pensato di affittarla, ma poi l’ho lasciata a Diego, nel frattempo cacciato di casa dalla badante e ancora sotto shock dopo il corpo a corpo con il bosco. A lui ho affidato le mie creature, dopo aver preso commiato da loro con un discorso che temo non abbiano del tutto compreso. La gatta, imbambolata per la gravidanza, mi ha lanciato un’occhiata distratta e si è dedicata a complicate operazioni di igiene personale, mentre lo sguardo di Quasimodo, profondo e intenso, non mi ha abbandonato un attimo. Sicuramente qualcosa ha intuito, a giudicare dalla sua espressione stralunata e dal fatto che ha inondato di piscio il pavimento della cucina. Quando me ne sono andato, ho evitato accuratamente di guardarlo negli occhi.

Il giorno della partenza ho trovato sotto casa una delegazione ufficiale del Bar dello Sport capitanata, per così dire, da un Alfredo sempre più impresentabile. Mi hanno fatto un buffo discorsetto di addio e mi hanno consegnato una targa con su scritto: «Un brindisi e un saluto all’uomo dei boschi. Torna presto!», con le firme di tutti, più la croce di Alfredo in fondo. Sono stati carini. Poi però non hanno saputo trattenersi e si sono lasciati andare a una pantomima di dubbio gusto in cui un personaggio sussiegoso e altero (chiaramente il sottoscritto) veniva sodomizzato a turno dai vari animali della selva, sia bipedi che quadrupedi, in quella che sembrava una specie di cerimonia di iniziazione. Urla, schiamazzi e applausi di incitamento dopo ogni assalto, anche da parte della piccola folla che nel frattempo si era radunata. Alla fine mi è toccato pure ringraziare gli attori.

Nessuna notizia invece dal parentado. Requiescant in pacem.

 

Ho piantato la tenda nel perimetro interno del casale, per avere un riparo dal vento. Era una giornata strana, indecifrabile. Un sole smorto emanava una luce nevrotica e intermittente come quella di una lampada al neon un po’ difettosa, e il vento sembrava provenire da ogni direzione e disperdersi ovunque a casaccio, senza seguire un filo logico. Così i pensieri, anche i più semplici e lineari, venivano sballottati in giro e tornavano indietro più confusi e ingarbugliati di prima. Ho cercato di riordinare le idee dedicandomi all’organizzazione logistica (posizionamento del tavolino pieghevole anni ’60, collaudo e messa in opera del  fornelletto da campo vintage, scavo della fossa biologica il più lontano possibile dalla tenda, e così via), col risultato di rendere il luogo del mio soggiorno molto simile all’area  di un atollo esotico sconvolto da un esperimento nucleare finito male. Mentre mi impegnavo in questi futili preparativi, ero però consapevole del fatto che il mio sguardo non puntava mai verso la linea curva tracciata dal sentiero nella sua discesa verso il fondo valle,  ma si concentrava sugli oggetti più insignificanti e banali che mi stavano intorno.

«Che aspetti pure» ho mormorato nervosamente, «non sono certo venuto per mettermi ai suoi ordini». Poi ho spento il fuoco e mi sono preparato per la notte.

 

Sogno di apertura.

Cammino sull’erba frusciante, mentre il crepuscolo si accende di colori insoliti, mai visti. Mi muovo come dentro a un incantesimo: strane figurine zoomorfe mi svolazzano intorno, creando minuscoli vortici d’aria tra i miei capelli. Ho l’impressione che mi vogliano governare, guidarmi in una precisa direzione. C’è una radura che si apre nel bosco, come un tardo ripensamento del sentiero. Un bacile è poggiato al centro, su un tronco d’albero mozzato, e da lì si diffonde un chiarore che mi attrae irresistibilmente. Mi avvicino con il cuore in gola, cercando di schiacciare con una paletta le fastidiose creature che mi ronzano attorno al cranio, e getto uno sguardo ansioso all’interno del bacile, colmo di un liquido lattiginoso: il ghigno sdentato di Alfredo si materializza sulla superficie, schizzandomi addosso frammenti della sua ilarità demente. Terrorizzato, mi ritraggo di scatto coprendomi il viso con le mani e cerco di ritrovare a tentoni la strada del ritorno. Voci beffarde mi inseguono, ricoprendomi di insulti. Mi risveglio madido di sudore, avvolto nella tenda che mi mi sono fatto crollare addosso a furia di calci. Maledico a lungo e in modo dettagliato il momento in cui ho avuto l’idea di acquistare questo posto assurdo.

 

Foto di Stefano Ferranti

Il giorno dopo sono sceso e ho iniziato a ripulire. Ho cominciato col sentiero, che ho liberato dalle erbacce, fitte e incistate come i pensieri che mi assillano di notte, poi sono passato al sottobosco, irto di spine e pungitopi, ricettacolo di vermi, bisce e scorpioni. Ho spazzato via con voluttà tutto questo ciarpame, ed è stato come sgravarmi l’anima.

Nei giorni successivi mi sono occupato delle cortecce morte, che pendevano come lugubri drappi marci dai tronchi annosi, e poi ho affrontato la potatura dei rami secchi, con i quali ho ingaggiato una lotta all’ultimo sangue. Ho sarchiato, zappato, ammucchiato sterpi, rivoltato zolle. Ho continuato per settimane, fino a che le mani non si sono ricoperte di piaghe e la schiena non ha cominciato ad inviare segnali allarmanti al sistema nervoso centrale.

Compiuto il lavoro, sono salito su un’altura, ho visto quanto avevo fatto, ed ecco, era cosa molto buona. Ho quindi deciso di riposare per qualche giorno.

 

Sogno intermedio.

Mi muovo sempre lungo lo stesso sentiero, che ora però è in forte discesa. Più che camminare, infatti, plano verso la radura, dove non vi è più traccia di tronchi o di bacili. La supero di slancio, e quasi volo sul terreno, ma dopo una curva scorgo una forma minacciosa che mi sbarra la strada. E’ un grosso cane nero, che mi fissa con aria da bullo. Mi fermo, un po’ intimorito ma sempre deciso a proseguire. Per cinque minuti buoni non succede un bel niente, a parte il fatto che ci guardiamo negli occhi con aria torva cercando entrambi di far abbassare all’altro lo sguardo. Poi finisce che mi stufo di starmene lì come un idiota, faccio finta di interessarmi a certi fiori che crescono lì vicino, ne raccolgo un paio, guardo l’orologio con l’espressione di chi si accorge che si è fatto tardi, e quindi ritorno sui miei passi, fischiettando come se fossi capitato lì per caso. Dopo un po’ che cammino, mi rigiro e vedo la bestia che alza pigramente una zampa, lasciando partire un lungo getto di urina  che inonda letteralmente il sottobosco. Mi sveglio di soprassalto, rosso di vergogna e con la vescica in fiamme. Di nuovo maledico, anche se in forma più attenuata, il momento in cui ho deciso di trascinare qui le mie vecchie ossa.

 

Nei giorni seguenti, senza sapere precisamente perché, ho iniziato a raccogliere qua e là piccoli oggetti che poi ho deciso di assemblare seguendo l’ispirazione del momento: erano molle, pezzetti di legno, viti, pietruzze colorate, piume d’uccello e così via.

Ne ho ricavato flaccidi animaletti cornuti, giocattoli bifronti, trappole per cavallette cieche. E ancora: portachiavi mistici, bandierine commoventi, righelli a forma di struzzo, piccole falci per guerre tascabili. Quando ho ritenuto di avere materiale a sufficienza, ho ridisceso il sentiero e mi sono inoltrato nel bosco, ora pervaso da una luce bianca diffusa e molto simile ad un grande giardino ben curato. Mi sono diretto verso un tronco cavo che avevo notato in precedenza e ho deposto gli oggetti al suo interno, non senza una certa solennità. Mentre tornavo mi sono sentito un po’ ridicolo, ma anche stranamente appagato. Verso sera, avvertendo l’umidità, mi sono concesso una doppia grappa sotto la tenda, e mi sono reso conto che il tempo era cambiato. L’estate stava finendo, o forse era terminata da un pezzo e non me ne ero accorto. Allora ho intonato un canto propiziatorio, con una melodia che non avevo mai udito prima, in una lingua a me perfettamente ignota.

 

Sogno finale.

Non è un vero e proprio sogno, è piuttosto un mezzo delirio, o un visione di seconda mano. Il bosco sembra pieno di gente, perché sento voci e rumori, ma in realtà so che non c’è nessuno, perché chi sarebbe così stupido da mettersi a passeggiare in una giornata come questa, col vento gelido che soffia da nord e trasporta nuvole paraplegiche in un cielo così ruvido e affilato? Effettivamente mi sento un po’ confuso: mi sembra di udire un suono di cembali che esce dagli alberi, ma forse è solo il vento che alza la voce e ribadisce i suoi tediosi concetti. Sì, deve essere proprio lui, e soffia così forte che mi solleva come una foglia secca fin sopra le cime degli alberi, e da lì posso vedere, attraverso le lacrime, che il tempo ha già quasi compiuto la sua opera.

Il bosco è incanutito. Forse non passerà l’inverno.