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Si pronunciaˈlɛnəd, non ‘li:ɔna:d.

Fu a Londra nel 2008 che appresi l’esatta pronuncia, grazie al mitico prof. Cavallo, guida eccellente prestata alla didattica (si capiva dai dettagli il suo essere un viandante dentro, uno di quelli che, in viaggio, ti fa presto sentire a casa). Da allora non sbaglio più il suo nome, anzi, con un pizzico di autocompiacimento lo scandisco per bene, come fossi più autorizzato a dirlo. Ora che Leonard Cohen non è più di questo mondo – lui che a quanto pare non sempre volentieri vi appartenne – è di nuovo pesante dirne il nome. Di lui nulla so che non si sappia già, nessuno scoop, nessuna scoperta. Esterno solo un sentimento personale, ambivalente, di amore-odio, che ha caratterizzato la mia relazione con la musica e la figura di Cohen, gigante sfuggente.

Ne venni prima inconsapevolmente in contatto attraverso Kurt Cobain e la sua Pennyroyal Tea, ma me ne invaghii profondamente solo con Elisa (soltanto chi ha amato Lotus può capire). Poi avvenne l’incontro e il contatto diretto con i suoi lunghi dischi (lunghi da metabolizzaredigerire, s’intende), quel lasciarsi parlare dalla sua voce grave, capace di inabissare nel suo suono le emozioni. Scoprii che Cohen se lo ami, lo puoi anche soffrire, il che forse si può legittimamente dire di ogni artista autentico. Lo cantai persino in pubblico! – evento più unico che raro. Ma soffrire l’altrui sofferenza – pur se mediata attraverso suono, arte o bellezza – può talvolta cessare di essere un gioco, un mero piacere.

Così, ne stavo scoprendo il lato più fragile, scandaloso, la forsennata ricerca di senso nei luoghi più disparati, le vertiginose oscillazioni dell’umore, il tormento.

Finii – per farla breve – col liberarmi dei suoi dischi, e decisi di conservare solo un’antologia dei suoi testi tradotti e Songs of Love and Hate (che tra l’altro nemmeno era il mio disco preferito). Poco tempo dopo la cessione, recuperai compulsivamente dal mercatino dell’usato il dvd Leonard Cohen. Under Review comprato a Londra. Non ho permesso che la rimozione fosse completa… Pochissimi giorni fa, appreso della sua scomparsa, ho retrospettivamente letto una sua intervista a un giornale italiano, risalente alla metà degli anni Duemila, nella quale egli affermava – fra l’altro – che il suo “rifugiarsi” per parecchi anni in un monastero zen (apparentemente nulla di più stereotipico, per chi reagisca alla caotica-mondanità-occidentale distanziandosene) rispose ad un suo bisogno di… rigore! Capito che roba? Faccio di nuovo (ancora?) fatica a raccontare Leonard Cohen (ammesso che interessi).

Capisco, quindi, che è arrivato il momento di lasciar perdere le velleità critiche, le retrospezioni e l’ipersoggettività, per far invece parlare la sua musica, a tutti, liberamente, indipendentemente da ciò che essa può ingenerare: songs of love or hate. In particolar modo mi sento di suggerire due cover (non sia ciò scambiato per impudenza!) di due suoi brani celebri, che per intensità emotiva credo rispecchino fedelmente quella che è stata la vena artistica di Leonard Cohen: un parossismo della bellezza frammista ai suoi contrari.

Questo è il mio omaggio… Pequeño Vals Vienés, voce: Sílvia Pérez Cruz; chitarra: Raúl Fernández; testo: Federico García Lorca; musica: Leonard Cohen.

Hallelujah, voce: Elisa Toffoli; chitarra: Andrea Rigonat; organo: Giorgio Pacoring; testo e musica: Leonard Cohen.

P.S. Ho già ultimato il mio ricordo di Cohen quando mi imbatto in questa meravigliosa versione, neanche a dirlo, impossibile da non includere.