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Il bar è un ottimo posto per sorseggiare pensieri bollenti nelle fredde giornate di novembre. Mi piace osservare le persone che silenziose godono di un momento per rinfrancare il corpo con una bevanda calda. «Un orzo in tazza grande, per favore», chiedo alla ragazza dagli occhi verdi dietro al bancone, quella che è timida e introversa, che evita il contatto visivo con i clienti. E’ giovane e posso capirla, deve ancora imparare tanto ed ha molto tempo ancora per farlo, lo so. Mi siedo in un angolo per avere la visuale migliore, voglio guardare, capire e respirare la vita che si ristora in questo piccolo bar di periferia. La porta sbatte all’improvviso, è il solito scolaro che ha la fretta nelle tasche e l’irruenza negli occhi. Avrà si e no tredici anni, biondo e spettinato, con la mente ancora assonnata e la voglia di «quelle caramelle alla menta che compra sempre Bruno, il figlio della cartolaia».

I suoi occhi si illuminano non appena vede quel pacchetto bianco, tendendo la mano la sua bocca si allarga in un sorriso spontaneo. Corre a scuola che è tardi forse, e lascia che la porta sbatta di nuovo alle sue spalle.

Un uomo trasandato legge un giornale sportivo con una concentrazione che si dovrebbe riservare ad altro nella vita. La solita matta prova a farsi offrire una bevanda calda da qualche avventore. Nessuno le presta attenzione. Mi alzo e guardando il cassiere gli faccio capire che avrei pagato io per qualsiasi cosa quella donna avesse voluto.

E’ Mirella, la matta del quartiere, nota a tutti e da tutti ignorata per la sua folle eccentricità. Mirella ama i trucchi, i colori sgargianti, i gatti ma solo quelli rossi e la cassetta della posta dell’avvocato Giuliani dalla quale toglie sempre le troppe lettere per distribuirle nelle cassette vuote degli altri inquilini del civico trentasette. Mirella è convinta che il postino sia crudele e metta troppe lettere nella cassetta dell’avvocato, lasciando senza nulla gli altri. Lei ci tiene che tutti abbiano almeno una lettera.

Sono sola, seduta davanti al mio orzo e attendo qualcuno che mi colpisca, un viso, un corpo, qualcuno che risvegli in me la voglia di amare, di donarmi anima e corpo.

Il tempo sta cambiando, qualche goccia di pioggia scivola veloce sul vetro del bar, la osservo correre verso un grosso adesivo che dice Bar Incontri.

Qualcosa dall’altra parte del bar attira finalmente la mia attenzione. Un colore, un verde intenso, è un maglione appoggiato ad una sedia, un libro su un tavolo, un succo d’arancia a metà, ma nessuno è seduto lì. Percepisco quella presenza umana, quasi mi stesse chiamando. Attendo curiosa.

La radio trasmette canzoni troppo stupide per essere cantate o ricordate, anche la musica sembra aver perso il senso benefico che aveva tempo fa.

La porta del bagno si apre e una figura nella penombra si avvicina al tavolo, prende il maglione verde, lo poggia sulle spalle e si siede. Mi sposto leggermente a sinistra per vedere meglio. Un profilo di donna sulla sessantina, occhiali da vista tondi e lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia. Le mani forti e sicure afferrano il libro, la schiena si appoggia dolcemente allo schienale della sedia e poi la sua mente vola veloce tra le righe. C’è qualcosa in lei che attira la mia attenzione, non è attraente, forse è quell’aura di armonia finita che la circonda ad incuriosirmi, forse l’equilibrio morbido dei suoi gesti o il grigio vivo delle sue pupille.

Potrebbe essere lei quella giusta. Non ho mai pensato che l’età fosse un ostacolo. Ho amato e sono stata riamata da uomini e donne di tutte le età ed i generi, forse all’inizio avevano paura di me, ma ben presto hanno capito che sono unica e alla fine si sono abbandonati, hanno ceduto come fragili muri di cartapesta. Si, ho deciso, mi piace e c’è qualcosa che mi dice che siamo fatte l’una per l’altra, pronte ad amarci con passione.

Mi alzo, ma prima mi guardo nella vetrina del bar, la prima impressione è quella che conta, anche per me.

Mi sistemo una ciocca di capelli, sposto leggermente il colletto della camicia e prendo la borsa nera morbida poggiata sulla sedia accanto a me. Mi avvicino con passo lento,voglio respirare a piccole boccate ogni istante di questo momento, so già che non saprà resistermi.

Mi fermo davanti al suo tavolo, all’inizio non si accorge della mia presenza. Un leggero colpo di tosse e mi guarda. Ci fissiamo in silenzio, sembra che il tempo, come una bolla di sapone portata dal vento, si voglia allontanare da noi.

Sorrido, ma leggo il dubbio prima, la paura poi e la rassegnazione infine nei suoi occhi grigi. Le sue mani si contraggono leggermente, poi lasciano scivolare il libro sul tavolo.

Scosto leggermente la sedia di fronte a lei, mi siedo con educazione, la borsa nera morbida la metto sulla sedia accanto. Continuo a fissare questa donna, quasi volessi fosse in grado di leggere nei miei occhi e non dovessi ogni volta presentarmi. Poggio un braccio sul tavolo e tendo l’altro verso di lei aprendo il palmo della mano in un gesto di presentazione.

«Eleonora, sono la Morte, piacere di conoscerti»  dico, cercando di mantenere un tono di voce basso e deciso, quasi a volerla far sentire tra amici. Eleonora muove il capo in un cenno di rassegnata accettazione. «Su, andiamo via che si sta facendo tardi per noi».

Mi fissa, non si accorge neppure che il suo corpo pesante ha ceduto, che il suo cuore coraggioso ha battuto per me l’ultimo colpo, che i polmoni hanno smesso di gonfiarsi e che l’ossigeno è volato via dalla sua bocca senza neppure voltarsi a salutarla.

Già mi ama, lo sento.

Io sono la Morte, il mio momento è un attimo solamente, una linea sottile che devo farti attraversare. Io ti accompagno da una dimensione ad un’altra e poi chissà, forse ci rincontreremo un giorno, forse quando avrai imparato che le cose note spesso fanno più paura di quelle ignote.