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Quella della morte è senza dubbio l’esperienza in grado più di ogni altra di suscitare nel genere umano interrogativi destinati però a non avere risposte o, almeno, a non averne mai di esaustive. Allo stesso tempo nessuno è disposto a rinunciare a questa istanza interiore, non fosse altro per il fatto che, interrogarci sulla morte consente l’assegnazione di un senso più profondo all’esistenza stessa. Come sosteneva il filosofo Karl Popper ne La scienza, la filosofia e il senso comune: «tutti gli uomini sono filosofi, perché in un modo o nell’altro assumono un atteggiamento nei confronti della vita e della morte».

Così, intorno al grande enigma della morte, la filosofia si è adoperata nel corso dei secoli a costruire impalcature metafisiche che, oscillando dal piano teologico a quello etico, hanno cercato di dare risposte che hanno saputo solo evidenziare la loro stessa fragilità dinanzi a quella che si configura come l’unica paradossale certezza della vita: la morte.

Ed è proprio a partire da questo binomio esistenza-morte che si sono originate delle interessanti speculazioni filosofiche tra le quali vale la pena soffermarsi su quella condotta da Martin Heidegger, una delle figure più illustri della filosofia nel novecento, nella sua opera più significativa: Essere e tempo.

Tutta l’opera, come lo stesso autore chiarisce nell’Introduzione, è una riproposizione del problema del “senso dell’essere”, all’interno della quale trova spazio anche una ridefinizione del concetto di esistenza. Interrogarsi sull’essere significa per Heidegger interrogarsi sull’uomo che non è più possibile concepire come mera presenza nel mondo alla stregua di tutti gli enti che lo compongono. L’uomo è chiamato a prendersi cura del mondo, agendo su di lui, progettando e modificandolo a partire da una significativa rivalutazione della sfera della vita pratica e della concretezza dell’essere nel mondo da parte dell’uomo stesso. È in questa progettualità che l’uomo ritrova il carattere strutturale fondamentale della sua esistenza che si configura come un essere-nel-mondo. L’esistenza dell’uomo è concepita dunque come un Esserci (Dasein). In questa nuova prospettiva ontologica, l’uomo si trova ad essere a sua volta “progettato”: egli stesso è progetto-gettato,nasce e muore senza averlo deciso, e si ritrova limitato dalla sua finitezza. È a partire da queste riflessioni, qui trattate in modo sommario, che nella seconda sezione di Essere e tempo, Heidegger affronta il problema della morte che si configura come possibilità più propria e incondizionata dell’esistenza. Concepire la morte come interruzione inaspettata del fluire quotidiano significa per Heidegger concepirla in modo del  tutto inautentico. Per contro, l’autenticità della morte risiede nel riconoscerla come la possibilità radicale dell’esistenza stessa. Se l’Esserci è possibilità dell’essere-nel-mondo, la morte si configura solo apparentemente come negazione di questa stessa possibilità. Nella prospettica offerta da Heidegger, la morte rappresenta, al contrario, la possibilità più propria e incondizionata e l’esistenza diventa un angoscioso autoprogettarsi per la morte. La morte viene dunque concepita per l’uomo come  il suo progetto più estremo che caratterizza il suo essere-nel-mondo come un essere-per-la-morte. La morte diventa così la dimensione dalla quale non si può prescindere e che condiziona il nostro modo di essere nel mondo.