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«Ma come ti è venuto in mente proprio il cinese?».

Dal lontano 2010, quando ho intrapreso fiduciosa e piena di speranze lo studio di questa lingua, questa domanda mi sarà stata posta un milione di volte, suppergiù. Specialmente ai pranzi di Natale, il frangente perfetto per domande fuori luogo.

Ed io ogni volta, con l’aria vagamente supponente di chi guarda alla provincia come se fosse imbalsamata in uno scenario da albero degli zoccoli, rispondevo immancabilmente con la stessa triade: lavoro, letteratura, curiosità. E un sorrisone del tipo «niente mi può fermare».

Ma nel 2013, in agosto per la precisione, anch’io non ho potuto fare a meno di chiedermi «ma chi me lo ha fatto fare?».

Procediamo con ordine: anziché grigliare salamelle lungo il fiume e bere quantitativi importanti di alcolici scadenti per festeggiare degnamente ferragosto, nel 2013 ho deciso di investire la mia estate in un mese di studio matto e disperatissimo a Pechino. Dove nessuno parla non dico la mia lingua, ma nemmeno l’inglese, fatta eccezione per l’aeroporto e il Mercato della Seta – perché la Cina sarà pure una repubblica comunista, ma quel particolare tipo di capitalismo ideato apposta per fregare i turisti mica può permettersi di non essere bilingue.

Bene, ora immaginate la scena: una ragazza che più occidentale di così non si può, che fino a quel momento il cinese lo ha visto solo sui libri, e convinta che alla peggio la sua Ambasciata sarà pronta ad accoglierla fra le sue braccia, approda nella metropoli dopo svariate ore di volo e la visione non-stop delle prime tre stagioni di una sit-com americana scadente. Dopo una serie di avventure che vedono protagonisti finti tassisti, zuppe di polpo e piogge acide, arriva finalmente a WuDaoKou, il quartiere dove abiterà per un mese: in piena zona universitaria, in cui ha sede la prestigiosa Beijing Language and Culture University. Poco importano il caldo torrido, le zanzare grosse come elicotteri, il cibo fritto e rifritto: è a Pechino, non si è persa, non è stata rapita né derubata né uccisa: insomma, ce l’ha fatta. Una volta entrata nel campus, che immagina come un mondo dorato ed élitario, sarà tutto in discesa: studenti da tutto il mondo, tecnologie all’avanguardia, insegnanti tra i migliori del paese.

Aspettative che saranno soddisfatte, per carità. Sennonché la ragazza in questione – che per comodità da questo momento chiameremo Berne, soprannome conquistato probabilmente al momento della nascita e mai abbandonato – non ha fatto i conti con due immensi nemici: i caratteri cinesi e il personale di servizio.

A questo punto dovrete perdonare due digressioni, tanto brevi quanto necessarie per afferrare il seguito della storia.

La prima: le fognature sono state inventate dall’impero romano. «basta guardare Super Quark per saperlo», ribatterete voi. Già, ma ricordate: mai, mai, MAI darlo per scontato. Specialmente quando vi trovate al di fuori dei suoi vecchi confini. In queste terre ostili, inventarsi un sistema che possa smaltire sottoterra le varie schifezze da voi prodotte ogni giorno e che vi preservi da salmonella, dissenteria ed altre amenità, è stato reputato superfluo. Saper copiare una Louis Vuitton è fondamentale, ma perché perdere tempo con le fogne? Tanto mica si vedono. Molto più semplice appiccicare avvisi in ogni toilette del paese, invitando, come dire, l’utente, a riporre i suoi bisogni in un cestino anziché nel wc. Cestino che verrà svuotato una volta a settimana, se va bene. Naturalmente, l’occidentale medio guarda con disgusto a questa pratica barbara, decide di fregarsene e di utilizzare il wc secondo lo scopo originario per cui è stato inventato. O almeno, questo è quello che si ripropone di fare Berne.

La seconda digressione: la lingua cinese è complicata. E anche qui nulla di nuovo, direte. Tuttavia, finché non vi ci mettete non potete capire quanto lo sia. Riassumere in poche righe l’intera grammatica mandarina è un’utopia: ai fini del racconto, limitiamoci a dire che quella cinese è una lingua tonale, e che spesso molte parole suonano praticamente identiche .Un esempio? 死, , e 四, . Quasi uguali, vero? Solo che la prima significa “morte”, la seconda “quattro”. Tenetelo a mente, perché a breve ci tornerà utile.

Ah, un’ultima cosa: i cinesi sono superstiziosi. Parecchio superstiziosi. Anche questa informazione, che adesso sembra messa qui giusto per allungare il brodo, fra non molto si rivelerà essenziale.

Torniamo a Berne: passano un paio di settimane, la ragazza fa amicizia e comincia ad orientarsi nella città, a scoprire i suoi angoli insoliti, perfino ad amarla. Peccato solo per gli standard igienici un po’ scadenti, ma d’altronde, anche questo fa parte del viaggio. Questo è ciò che si ripete ogni volta che vede uno scarafaggio risalire dai tubi del lavandino, ogni volta che vede i suoi compagni di corso pescare le bacchette per il pranzo direttamente da una vasca traboccante di acqua non proprio limpida, ogni volta che osserva il cartello che le intima di non avvicinarsi al wc, ché tanto c’è il cestino. In quest’ultimo caso, Berne si sente anche supponente: che trogloditi, pensano che facendo come faccio io arrivi l’apocalisse, quando invece non succede proprio nulla.

Finché, un pomeriggio più torrido del solito, l’inevitabile: Berne tira lo sciacquone, ma tutto tace.

Giulia, la sua compagna di stanza e di (dis)avventure, prova a fare lo stesso, ma anche con le non accade nulla. Non resta che avventurarsi ai piani inferiori, raggiungere la reception e affrontare chi di dovere. Prima di incamminarsi, le due ragazze, dizionario alla mano, apprendono rapidamente alcuni termini che potrebbero rivelarsi utili, del tipo “fogne”, “tubature” e “terzo mondo”; dopodiché, un duello da film western.

Ad accogliere alla reception quelle che sembrano due bidelle in divisa, lo sguardo impenetrabile, il portamento fiero: si intuisce che non sarà una battaglia semplice.

Berne e Giulia però partono speranzose: il bagno non funziona più, ci scappa la pipì e vorremmo farci pure una doccia, vi prego aiutateci.

Le due donne si scambiano uno sguardo eloquente, prendono fiato e rispondono: considerando che fra un paio di settimane ve ne andrete, tutto sommato non si tratta di bisogni primari, potete aspettare a farvi una doccia quando sarete tornate in Italia.

Segue un silenzio che si direbbe solido.

Le ragazze insistono, fuori ci sono quaranta gradi, almeno una doccia al giorno è imprescindibile.

Interviene una delle due donne: potremmo chiamare un idraulico, fargli smontare l’intero impianto del piano incriminato, il terzo, e vedere che succede. La perplessità persiste. Una bidella farfuglia all’altra qualcosa che alle orecchie ormai allenate delle nostre eroine suona come “occidentali viziate”.

È a questo punto che Berne decide di sfoderare quella che a suo avviso è l’artiglieria pesante: ambasciata, università italiana, Farnesina. Sono tutti ansiosi di tutelare il mio diritto ad usare il wc come ritengo più opportuno, fareste meglio a venirci incontro.

Le bidelle tuttavia reputano che Xi Jinping non le farà licenziare, nonostante le minacce, e si sciolgono in una risatina. È qui che nella mente di Berne si fa strada, sconsolata, la fatidica domanda: “Ma chi me lo ha fatto fare?”

Per fortuna che c’è Giulia ad intervenire con più saggezza: fate come volete, noi non ci muoviamo dalla reception finché non ci date un bagno degno di questo nome. Ed ecco che magicamente, le bidelle si preoccupano: avere due ragazze starnazzanti e infuriate parcheggiate qui ad interim non deve essere piacevole.

«In effetti una soluzione ci sarebbe, tuttavia…» sussurra una delle due, troppo spaventata per proseguire. Tuttavia: c’è una camera libera, dotata di bagno funzionante e che vi salverà dalle più orride patologie per i prossimi giorni. Solo che è al quarto piano.

«Sì, sì», sibila la donna, esterrefatta di fronte all’euforia delle ragazze. Già: perché nessun autoctono avrebbe mai accettato di alloggiare a un piano che fa rima con “morte”. Così come non avrebbe mai scelto una targa per la sua macchina che contenesse il numero quattro, o una sim per il telefono con quella cifra.

Berne è perplessa, vorrebbe chiedere dove hanno sbagliato nel percorso che li ha portati a negare qualsiasi religione, se poi credono a queste fregnacce; ma la prospettiva di un bagno decente è troppo allettante, per cui si limita a dichiarare che sì, è perfetto, a ringraziare e ad avviarsi armi e bagagli nella sua nuova reggia. Che è pure più bella della precedente, dal momento che non ci ha praticamente mai abitato nessuno.

A questo punto sarebbe perfetto raccontarvi una storia dai risvolti horror, con fantasmi dagli occhi a mandorla che sbucano dagli armadi e mostri che sbucano fuori dai cassetti muniti di falce e cappucci: spiacente, niente di tutto ciò. Il resto del soggiorno è proseguito nel migliore dei modi, allietato da lussi quali acqua corrente, elettricità a via dicendo.

Verrà la morte / e sarà a quattro stelle, insomma. Perlomeno a Pechino.

 

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".