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Dall’altra riva dell’Adige, le attività culturali delle Gallerie di Piedicastello, complesso museale avantgarde ricavato da due tunnel stradali in disuso, rappresentano un tesoro nascosto che ben complimenta quel misto di romanico, gotico e rinascimentale che caratterizza il centro storico della città di Trento.

Dallo scorso quattro novembre, il lungo corpo della Galleria Nera ospita una mostra-percorso volta a ricordare l’alluvione che cinquantanni orsono scosse l’intero Trentino. Fortemente voluta (e finanziata) dalla Fondazione Museo Storico del Trentino e dalla Provincia Autonoma di Trento, la mostra si propone l’obiettivo primario di condividere i modelli e le best practice che un evento di tale portata ha generato in termini di tutela del territorio, protezione della popolazione e prevenzione di fenomeni estremi. Non solo, quindi, un susseguirsi di memorie video-fotografiche, testate giornalistiche locali e nazionali, reperti di uso quotidiano ritrovati tra acqua e fango, ma una vera e propria celebrazione delle opere idro-ingegneristiche emerse dalla tragedia che hanno contribuito a plasmare e a restituire un nuovo volto al territorio.

Con le alluvioni di Trento e di Firenze, il 1966 ha contribuito a segnare un momento di svolta nella percezione nazionale delle politiche d’intervento pubblico in caso di fenomeni estremi. Fenomeni che il nostro Paese continua a sperimentare con una frequenza e una portata sempre maggiori: alluvioni, terremoti, eventi tornadici ed eruzioni vulcaniche sono solo alcuni esempi di ciò con cui ci scontriamo sempre più spesso nel seguire il ciclo stagionale della nostra bellissima e variegata penisola. Ma il dibattito non si ferma a livello nazionale, anzi. Se dal 2005 le Nazioni Unite hanno formalizzato l’impegno di ogni Stato Membro a prevenire il genocidio, i crimini di guerra, la pulizia etnica e i crimini contro l’umanità sotto il cappello della Responsibility to Protect (R2P), la responsabilità di proteggere, la discussione è ancora aperta e viva in caso ci si trovi di fronte a catastrofi naturali. Nella primavera del 2008 il ciclone Nargis colpì duramente lo stato militare del Myanmar, provocando almeno 138000 vittime nel giro di una settimana. Il regime militare a capo del Paese non organizzò alcuna azione di soccorso alle popolazioni colpite e, allo stesso tempo, interdì l’ingresso nel Paese agli operatori di organizzazioni umanitarie. Fu in questo frangente che Bernard Kouchner, l’allora Ministro per gli Affari Esteri ed Europei del governo di François Fillon, per la prima volta, propose di applicare il precetto della R2P all’indomani di una calamità naturale, suggerendo di condurre un’intensa operazione di soccorso umanitario e militare. Attualmente, il dibattito oscilla tra chi mette in discussione l’efficacia di politiche di R2P in contesti in cui la variabile temporale è di primaria importanza e tra chi auspica un intervento meramente nazionale. Il documentario ambientalista Before the Flood, diretto dal regista Oscar Fisher Stevens 2 e realizzato da Leonardo DiCaprio che, dal 2014, detiene il ruolo di United Nations Messenger of Peace on Climate Change, è stato trasmesso su National Geographic lo scorso trenta ottobre.

L’intento della produzione è di trovare risposte concrete ai cambiamenti climatici che affliggono il nostro pianeta e che sono spesso responsabili dell’inasprimento degli eventi metereologici che lo colpiscono. Il messaggio più significativo che, in realtà, traspare dal tanto discusso docu-film è la globalità del problema e lo sforzo condiviso necessario per arginarlo. Dai ghiacciai della Groenlandia alle foreste pluviali, i produttori si auspicano che la R2P assuma ben presto un carattere di mondialità dal tono prioritario soprattutto nei confronti di temi come cambiamento climatico e protezione ambientale.

Una politica volta alla salvaguardia della nostra specie e del nostro territorio che può (e deve) partire da ogni più piccolo angolo del mondo: anche dalla più nascosta valle trentina.