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Regole d’ingaggio

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foto di Stefano Ferranti

«Cazzo!» ansimò la Morte senza più fiato. «Sesto piano senza ascensore, condòmini di merda!»

Roteò gli occhi gelatinosi verso il soffitto del pianerottolo come per appellarsi a un’entità superiore  in grado di comprendere il suo disagio, e contemporaneamente allargò con gesto teatrale le lunghe braccia ossute, a sottolineare la propria rabbia impotente.

Un sordo rumore di ferraglia e di vetri infranti si levò distintamente da sotto il pastrano sdrucito. Un lampo d’ira si accese nella cenere del suo sguardo.

«E non è da pazzi insistere con questo armamentario d’altri tempi?» sibilò in un soffio «falci, clessidre, rampini.. chi usa più questi aggeggi insulsi? Col rischio di affettarsi un dito e prendersi un’infezione! Metodi obsoleti, roba da medioevo..»

Frugò nervosamente tra le lunghe falde del vecchio soprabito, smoccolando e grugnendo come un verro selvatico. Tanto agitarsi provocò la caduta di una certa quantità di materiale inerte. Finissima sabbia bianca si sparse sul pavimento, mescolata a piccoli frammenti di vetro sui quali il chiarore della plafoniera creò per qualche istante un effimero balletto di luci.

«Ma che diavolo..» borbottò cercando col piede di spingere la sabbia nell’angolo buio più lontano, «basterebbe un portatile da quattro soldi: imposti il programma, digiti il nome del soggetto, premi cancella ed è tutto finito! Niente sangue o disgustosi fluidi corporei, una cosa pulita, inodore.. e invece.. come se non lo sapessero che se la fanno tutti sotto quando è il momento della fine.. ma tanto, che gli importa? Tocca alla sottoscritta spalare via tutta questa merda, mica a loro!»

Imprecando a mezza voce, sgattaiolò di soppiatto nell’appartamento di fronte approfittando della porta che qualcuno aveva lasciato aperta per le pulizie del mattino.

In un attimo fu dentro. Esitò per qualche secondo nel corridoio deserto, poi si diresse con passo felpato verso la cucina, attratta dal profumo della trippa al sugo.

«Mentuccia selvatica» mormorò con voce arrochita dal desiderio, «mi piace da morire..»

Accorgendosi dell’involontario calembour, si concesse un breve sorriso che le provocò l’indolenzimento dei muscoli orbicolari, da tempo irrigiditi in una tetra espressione di circostanza.

Qualcosa sulla destra attirò la sua attenzione. Si girò di scatto e trasalì nel cogliere la propria immagine allo specchio. Subito dopo rise amaramente, scuotendo il capo.

«Ma certo che fai paura, razza di idiota! Non vedi come ti mandano in giro? Denutrita, i capelli sozzi incollati al cranio, un glaucoma bilaterale non curato, le unghie sporche come quelle di un cinghiale.. e con questi stracci poi! E’ una vera fortuna che nessuno mi possa vedere adesso.. ma quell’attimo, quel momento maledetto subito prima della fine.. l’idea che mi vedano anche solo per un secondo per come sono veramente mi fa vergognare come una ladra.. porca puttana, non lo sopporto proprio..»

Si raschiò la gola, sommersa da un’ondata di pietà verso se stessa che la fece sentire per un momento molle e inadeguata, ma subito dopo si drizzò, altera e terribile, tra i vapori della cucina, e si avvicinò lentamente ai fornelli. Con lucida determinazione alzò il coperchio di una padella e infilò un lungo dito adunco nel sugo ribollente, tenendolo immerso per qualche secondo senza muovere un muscolo. Quindi lo sollevò lentamente, odoroso e grondante di umori, e se lo conficcò nelle fauci spalancate, scossa da un brivido di incontenibile felicità.

Ma la sua estasi non durò a lungo. Colta da un pensiero improvviso, prese a frugarsi nelle tasche del pastrano con movimenti sempre più affannosi e convulsi, fino a che, dopo alcuni vani tentativi, riuscì a ripescare un lurido taccuino nero di finta pelle che era scivolato nella fodera del soprabito attraverso un grosso buco nella tasca.

«Eccolo qua» sospirò sollevata, «vediamo cosa c’è per oggi»

Un po’ più rilassata, appoggiò la falce retrattile al frigorifero e cominciò a consultare le scure pagine bisunte, alla evidente ricerca di un nome. Trovatolo, si irrigidì nuovamente e si lasciò sfuggire l’ennesima imprecazione (di evidente contenuto blasfemo. Non riportata nel testo per scelta redazionale).

«Sei anni!» mormorò con voce sorda, «qualcuno mi dovrebbe spiegare perché mai dovrei tagliare la gola a una bimba di sei anni..»

Il suo sguardo si posò stancamente sulla porta socchiusa ricoperta di disegni infantili che si intravedeva oltre l’angolo, a sinistra della cucina.

«Che c’è, principessa?» risuonò una voce beffarda che sembrava provenire dal ritratto del bisnonno appeso al muro, «la piccola ti fa pena? Non starai cominciando a rammollirti, vero?»

«Non permetto a nessuno di mettere in dubbio la mia totale mancanza di sensibilità!» replicò la Morte stizzita, «il mio curriculum di stragi, genocidi, pestilenze e atrocità gratuite parla da sé. Qui però mi sembra che si stia esagerando!»

«Che diavolo dici?» il tono della voce si era fatto aspro e perentorio «basta con queste sciocchezze, vai in quella camera e facciamola finita!»

«Dico che non ha senso. Ho controllato qui..» agitò il taccuino sotto il naso del bisnonno e continuò con voce lievemente alterata «..mi sembrava bene di conoscere la casa, ci sono già stata sei mesi fa per caricarmi la madre..» fece un gesto sulla gola con il taglio della mano»… capisci cosa intendo?”

«E allora?» la voce aveva assunto un tono sarcastico «vuol dire che oggi tocca alla figlia, adesso vai e non  scocciare più!»

«Ma ti sembra giusto..» interruppe a metà la frase «… insomma, chi lo ha deciso, e soprattutto perché? Qui c’è la nonna, 78 anni, malata di cuore, non sarebbe meglio..»

«Giusto, ingiusto… sei impazzita per caso? Chiedi a me chi lo ha deciso, come se io lo sapessi! Fai il tuo lavoro, vecchia megera, o per te saranno guai, ti avverto!»

Un debole flusso di sangue colorò in modo quasi impercettibile le guance scavate della Commare Secca (espressione popolare che l’interessata, permalosissima, trova particolarmente sciocca e offensiva a causa del riferimento all’eccessiva magrezza. Commare Snella sarebbe, a suo dire, di gran lunga preferibile), che si drizzò in tutta la sua altezza, lo sguardo fiammeggiante, le mani artritiche strette appena sotto la lama ricurva della falce, nel frattempo recuperata.

«Ci puoi giurare che farò il mio lavoro, spione infame! ma a modo mio..» mormorò con voce tagliente mentre si dirigeva verso la zona notte. «Mi hanno insegnato che devo ubbidienza alle leggi di natura, e in natura è sempre l’esemplare più debole e malato che soccombe per primo, è risaputo! Credono di avere a che fare con una zotica ignorante?»

Passando davanti al ritratto in corridoio, alzò con noncuranza un artiglio e lo fece scorrere sulla tela nel senso della larghezza, lacerandola irrimediabilmente da parte a parte. Proseguì con un sospiro di soddisfazione, oltrepassò la camera della bambina senza nemmeno voltarsi e puntò verso l’ultima porta in fondo, dalla quale proveniva una musica triste e antica.

La donna le stava seduta di spalle davanti a un vecchio grammofono, intenta ad ascoltare un languido valzer.

Tutto nella stanza parlava di un tempo irrimediabilmente perduto e di ricordi sbiaditi, sul punto di svanire per sempre: mobili fuori moda, vecchie foto, vestiti scuri e informi, un’aria complessiva di smobilitazione e di rassegnata consapevolezza della fine imminente.

Lo sguardo professionale della Bieca Mietitrice (altra espressione popolare piuttosto lugubre ma provvista di una sua cupa grandezza. Indice di gradimento abbastanza elevato, ma con qualche riserva sul termine bieca, percepito come leggermente denigratorio.) valutò in un attimo l’intera situazione.

Le condizioni sembravano le più propizie. Che altro poteva attendersi ancora dalla vita una donnetta così scialba e insignificante, che ascoltava musica vecchia di cent’anni, indossava abiti non firmati, leggeva stupidi romanzetti rosa e aveva un alito che puzzava di cipolla? Era chiaro che la sua vita attuale non era altro che una lunga, torpida attesa della fine inevitabile. Una fine, rifletté la Grande Zoccola (ennesima espressione popolare inventata da un barista del Tuscolano. L’interessata non si pronuncia in merito, ma pare che il nome del barista sia in pole position sul suo taccuino.), che a questo punto doveva sembrarle più una liberazione che una sventura.

Decise di passare immediatamente all’azione. Quello che segue è il resoconto obiettivo dei fatti, così come si svolsero al civico 71, int. 12 di Via P***, ultima stanza in fondo a destra, più o meno alle ore 7.15 del giorno *** (dati mancanti  in osservanza della Legge sulla Privacy , D. Lgs. 196 del 2003).

Personaggi principali: Sorella Morte (o SM) e la Vecchia Cariatide (o VC)

Personaggio secondario: il Gatto Soriano Sovrappeso(o GSS)

 Azione:

Sorella Morte, in piedi alle spalle della Vecchia Cariatide, apre il nero soprabito con  gesto ampio e solenne, esibendo la falce d’ordinanza. La VC non si avvede del pericolo perché ancora intenta a sorbirsi la tediosissima nenia proveniente dal grammofono anteguerra. Molto più sveglio e tonico appare il Gatto Soriano della VC, enormemente Sovrappeso ma ancora agile, che si avventa come un sol uomo al volto di SM, soffiando come un mantice nonostante l’enfisema e mirando agli occhi, secondo consuetudine della sua specie.

SM, colta di sorpresa, tarda a reagire e lascia il tempo alla VC di nascondersi sotto il pesante letto di ottone, da dove la sventurata comincia a lanciare strazianti grida di aiuto. Sbarazzatasi del GSS con molta fatica, SM tenta di snidarla da là sotto con la falce, ma un po’ per l’ampiezza del letto, un po’ per il sangue che le cola sugli occhi, non riesce nell’intento. L’unico risultato che ottiene è rovesciare il vaso da notte e spargerne il maleodorante contenuto per la stanza. Bestemmiando in tutte le lingue conosciute, SM respinge a pedate il nuovo attacco di un GSS mai domo, poi si rivolge direttamente alla vittima designata, infrangendo il protocollo che la vuole muta e distante.

 

SM: Esca subito di lì!

VC: Col cavolo che esco, mi ha preso per un’idiota?

SM: Senta, facciamo così, lei esce senza fare storie e io prometto che non soffrirà: un colpo secco e via. Che ne dice?

VC: Senta invece quello che le propongo io: lei adesso pulisce tutto questo schifo sul pavimento, mette in ordine la stanza, chiede scusa ai presenti e se ne va al diavolo!

 SM si rende dolorosamente conto che la situazione le sta sfuggendo di mano. Comprende che non può continuare questa umiliante conversazione senza perdere completamente la propria credibilità. Si alza a fatica e raccoglie in silenzio le sue cose. La vecchia non fiata, e il gatto la osserva circospetto dal suo angolo. Prima di uscire dalla stanza, in un ultimo sussulto d’orgoglio, SM sferra un calcio rabbioso al vaso da notte, facendolo rotolare nuovamente sotto il letto.

Dissolvenza.

 Si chiuse la porta della stanza alle spalle e restò per qualche secondo immobile, le labbra serrate, lo sguardo offuscato e perso nel vuoto.

«Che cosa ti aspettavi, sorella?»

La voce proveniva questa volta da un poster di Elvis Presley vestito da cowboy e con le pistole spianate posto sulla parete di fronte, di fianco alla stanza della bambina.

«E’ chiaro che non era quello il suo momento» continuò la voce con  tono pacato, quasi  rispettoso. Attese una risposta che non venne.

«Posso ricordarti quella questione ancora aperta?» suggerì con delicatezza, «la bambina, ricordi?». Ancora nessuna risposta. La voce emise un lieve sospiro di malcelata irritazione.

«E va bene, vediamo se si può ottenere una sospensione temporanea». Per qualche secondo si udì come una specie di soffocato conciliabolo tra due o tre soggetti diversi, durante il quale si udirono confusamente frasi come: «proprio insopportabile!», e ancora: «prendere provvedimenti», e «…ma come si permette…», poi la voce riprese conciliante:

«ti do una buona notizia: per il momento non se ne fa nulla». Silenzio di tomba.

«Mi hai sentito? La piccola per oggi la passa liscia. Sei soddisfatta?»

La risposta giunse dopo un tempo interminabile, ma non fu quella che Elvis si aspettava.

«So bene di non potermi sottrarre al mio triste compito» scandì con voce ferma la Morte «tanto inestricabilmente è legata l’opera mia a questa vita fottuta. Ma non voglio più essere  complice di tanta ingiustizia. Pur continuando per senso del dovere, mi dissocio quindi da decisioni prese da entità sconosciute per motivi che non comprendo e non condivido» Si prese una pausa e  continuò: «Non temete, non vi saranno altri episodi di insubordinazione, ma chiedo di essere esonerata dal pensare. Una lobotomia andrà benissimo, se no scegliete voi. Chiedo di essere trasformata in una macchina, in un arido meccanismo privo di coscienza. Di questo avete bisogno, non di libero arbitrio. Solo a queste condizioni porterò a termine il programma previsto. A risentirci.»

Ciò detto, si incamminò lentamente verso l’uscita.

Questa volta fu la voce a restare interdetta. Solo dopo alcuni secondi di silenzio si scatenò nel corridoio una violenta discussione di cui si poterono cogliere solo frammenti confusi. Si udì una voce tonante reclamare la testa di «quella pazza», un’altra più pacata sembrava incline al perdono, previo sincero pentimento. Su tutte spiccava lo starnazzare furioso di un volatile non identificato, che interrompeva tutti quanti in continuazione.

«Signori, signori, calma!» li tacitò Elvis «lasciate fare a me! Io la conosco bene, non fa sul serio! E’ solo un po’ di stanchezza, dovete pensare che quello è un mestiere logorante! Ascoltate la mia proposta: lasciamo che le sbollisca un po’ la rabbia, e domani le proponiamo alcune migliorie. Quali? Che ne dite di un puntatore laser al posto di quella ridicola falce? E un orologio digitale invece della clessidra! Potremmo stanziare qualcosa anche per un mezzo di trasporto più efficiente, non possiamo pretendere che a questa età si muova ancora con i mezzi pubblici!»

La discussione continuò ancora per qualche istante, fino a che la porta sul corridoio non si aprì e da essa sbucò una testolina bionda. Ancora assonnata, la bimba lanciò un’occhiata piena di preoccupazione al corridoio, dove le voci si erano improvvisamente ammutolite, poi chiamò con voce tremula  la nonna, che dopo poco accorse e la strinse a sé, coprendola di baci.

Nella strada deserta una figura allampanata si stava dirigendo verso la fermata del tram, trascinando i piedi come in preda a una spossatezza mortale. Aveva cominciato a cadere una pioggia sottile, che entrava nelle ossa e cancellava i contorni delle cose. La figura si issò a fatica sulla pensilina e restò in attesa, pallida e immota. Il tram tardava a passare. Lo strano individuo ebbe un moto di insofferenza: mollò un calcio al vento così improvviso da spaventare una bastardina di passaggio in cerca di carezze. La cagnetta fece un giro largo, uggiolando e guardandolo di traverso, poi scomparve in fretta dietro l’angolo. Con puntuale ritardo sull’orario previsto, il tram si arrestò gemendo accanto alla pensilina e inghiottì con uno sbadiglio l’alta figura grondante di pioggia. Poi si avviò sferragliante, apparentemente incerto sulla via da seguire. Giunto ad un incrocio, si districò da un groviglio di scambi e puntò verso la lontana periferia, perdendosi in una fitta nebbia giallastra.

Alle sue spalle, la città faceva le prove generali di risveglio.