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Patologia: Nevrosi da false aspettative.

Motivazione scatenante: Attesa di più di due ore ad aspettare che qualcosa prima o dopo accada.

Causa: Visione del film Inferno di Ron Howard in proiezione in tutte le sale italiane.

 

Come sciupare una ghiotta occasione narrativa?

Ricetta:

  1. Prendere un’ambientazione straordinaria: Firenze.
  2. Muoversi in spazi temporali sovrapposti: Flashback secolari, Deja vu onirici…
  3. Aggiungere una manciata di indovinelli degni della più puerile “caccia al tesoro” organizzata da mamme euforiche per intrattenere un branco di ragazzini scatenati ad un festa di compleanno.
  4. Un pizzico q.b. di FINTASTORIADAMORECONDOPPIOGIOCOJAMSBONDIANOMASENZANESSUNBRICIOLODIEROTISMO.
  5. Risolvere tutto con un: «Ma era tutto un sogno!»(SPOILER. Pazienza, tanto c’è ben poco da rovinare.)

E il gioco è fatto.

Ecco a voi: Inferno!

Riconosco che qualche Snob Pop Fetish potrebbe dire: Beh che ci sei andato a fare? Potrebbe anche avere ragione, ma probabilmente ci sarebbero più o meno un milione di buone risposte sufficientemente esaustive; resta il fatto che ci sono andato. Ci organizziamo con degli amici, un giorno infrasettimanale, con tutte le migliori intenzioni e il desiderio anticipato del postcena al pub. Ma non sono di primo pelo, ho addirittura letto i precedenti e più famosi libri di Dan Brown Il Codice da Vinci e Angeli e Demoni e visto i rispettivi film tratti da essi! (Qui il tipo SPF sopra citato potrebbe svenire, raccogliere il suo libricino di Sartre da terra e lasciarmi al tavolo del bar con due tazze di caffè, il suo tra l’altro pure decaffeinato, irritabilmente inutile). Credo che sia uno di quei rari casi in cui i film mi siano piaciuti più dei libri. Devo ammettere che non mi era affatto dispiaciuto vedere Tom Hanks nei panni del simbolista Robert Langdon cercare di dar vita ad un personaggio alquanto scialbo, letterariamente trasparente, creato dallo scrittore americano di fama internazionale. Ma in questo nuovo film fa quasi dispiacere vedere un attore di tale livello che ci ha donato perle di interpretazioni superbe (Forrest Gump, Era mio padre, The terminal, Prova a prendermi, ecc.. ) tentare di fare di tutto per riempire lo spazio vuoto narrativo di una trama inesistente. Uno strorytelling che si fa minuscolo se paragonato a qualsiasi bozza narrativa di uno sceneggiatore alle prime armi, con un risultato goffo e sicuramente poco credibile.

Le ragioni pretestuose di questo ragionamento mi portano a domandarmi quanto questa necessità di raccontare una storia sia in realtà una mia esigenza personale o no. Il cinema ha fatto passi da giganti per quanto riguarda riprese, effetti speciali, alta definizione, tecniche di montaggio, tutti espedienti che hanno reso  straordinaria la settima arte. Quindi potrebbe essere del tutto irrisorio il fatto che guardando un film con un’ottima produzione e un risultato visivo eccellente venga meno l’aspetto narrativo, il raccontare. La trama o (fa più figo) il plot. Però immaginatevi una tavola riccamente imbandita, dei piatti ricercatissimi, una cura al dettaglio meticolosa e un atmosfera da sogno con la luce che filtra dalle finestre che danno su un giardino all’inglese. Tovaglioli di seta e posate d’argento. E a quella stessa tavola una decina di ospiti: i padroni di casa con un sorriso affabile e accogliente, i commensali carichi di aspettative e condivisione ma nessuno che racconti una storia. Solo un susseguirsi di frasi rituali: «Passami il sale», «Che buono questo timballo», «Questo vino è delizioso, ottima scelta.» Gli ospiti tornerebbero a casa sazi, sereni  e piacevolmente rilassati. Ma non gli mancherà qualcosa? L’aneddoto di un vecchio amico che ne ha combinata un’altra delle sue, qualche scoop erotico di qualche sfigata ex compagna del liceo che negli anni si è trasformata nella più audace regina del sesso, la compassione nell’ascoltare di qualche amico malato o qualche parente morto. La mancanza di occhi rivolti all’interlocutore che cerca nel paroliere della sua mente di affiancare lettere parole e frasi per raccontarci qualcosa, una sua storia.

Avrà un retrogusto romantico essenzialmente inutile questo mio pensiero ma la necessità di raccontarci una storia intorno ad un fuoco ha origini ancestrali, necessariamente riprodotte dall’uomo fin dagli albori della sua esistenza nei graffiti della Grotta dell’Addaura ad esempio.

Ci stiamo forse avvicinando all’estinsione della narrazione? Alla morte delle idee? Nascondendo il fumo della pochezza narrativa dietro artifici tecnici scenici ampollosi e stordendo i fruitori di arte?

Chorus monosillabici di hit nelle radio.

Istallazioni artistiche che parlano a se stesse. Monologo interiore tra l’artista e l’artista.

Comici che vorrebbero far ridere su carta o calciatori che si fanno raccontare la propria storia da ventenni navigati nella vita.

Ma probabilmente bisogna solo cercare di farsi ancora meravigliare dalla luce riflessa di quel fuoco che ci illumini il viso in attesa di ascoltare la prossima storia.

Poi al pub con gli amici ci siamo aggiornati sulle ultime novità. Beh con tutto quello che ci siamo detti ci sarebbe da farci un film.