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Illustrazione di Luca Accorsi

 

È dallo scorso 9 novembre che su tutti i media rimbalza la stessa domanda: la sinistra è arrivata al capolinea? E, all’inverso: non stiamo rischiando di dare troppo peso alla questione?

Berneri: Ci siamo stancati, come sedicente intellighenzia, di questa domanda? Forse sì. Il problema però è che non siamo gli unici ad esserne saturi: la popolazione tutta lo è. Per la precisione, è stanca di queste riflessioni in astratto, e sta urlando con ogni mezzo che vorrebbe meno teoria e più programmi. E se la sinistra, che proprio al popolo dovrebbe guardare, si rivela incompetente o peggio ancora disinteressata, ecco sorgere i movimenti anti-sistema, i populismi, gli outsider. Nulla di nuovo: quale credete che sia stata la dinamica nella Germania Anni Trenta? Quando la Repubblica di Weimar, tanto bella quanto scollata dalla realtà, mostrò il fianco, arrivò il successo strepitoso del nazismo. Che non a caso agli albori si chiamava nazionalsocialismo: Hitler fu in grado di intercettare il malessere dei tedeschi e di porsi come alternativa a un’élite poco attenta ai bisogni della popolazione. Quello che sta accadendo in questi anni non è diverso. Cambiano i mezzi, ma in sostanza il 2008 sta al 1929 come i vari Salvini, Le Pen, Trump stanno a Hitler e Mussolini.

Aquino: Tendo sempre ad evitare paragoni azzardati con il 900, sai, la reductio ad hitlerum è dietro l’angolo. Sono nato nel 1989, e non serve aggiungere nulla per far capire a quale generazione appartengo, quella della sinistra sciolta ed atomizzata, ma vorrei sottolineare che sinistra e partiti di sinistra sono qualcosa di completamente diverso. Abbiamo vissuto i PDS ma anche Genova 2001. Con questo vorrei dire che sì, la sinistra di partito è finita, Renzi ne è la dimostrazione, ma non è esaurita la spinta politica a sinistra, la vecchia e cara lotta di classe non è andata ancora in soffitta, dobbiamo renderci conto solamente che il proletariato non incarna più la forza propulsiva che guida questa lotta. I blocchi sociali sono diversi, ma non abbiamo capito ancora quali sono.

Com’è, quindi, questa sinistra agonizzante? E come dovrebbe essere per uscire da questa terapia intensiva?

B: Per riprendere le parole di Nadia Urbinati e di Bersani, uno che di com’era e com’è la sinistra se ne intende: al momento siamo ancorati al modello Blair. Si segue senza critica (e senza autocritica) la cultura di mercato, ci si convince che tutto andrà magicamente a posto da solo; paradossalmente, la sinistra si è avvicinata moltissimo alle posizioni che aveva teorizzato Adam Smith un paio di secoli fa con la sua mano invisibile. Solo che Smith era un liberista sfegatato. Inoltre, questo modello poteva funzionare negli Anni Novanta, una fase di crescita economica ed entusiasmo politico: la globalizzazione sembrava la nuova panacea mondiale, e i pochi che ne intravedevano le problematiche, come Ulrich Beck, si limitavano a scriverci un trattato, senza proporre strade alternative. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: preponderanza della finanza sull’economia reale, delocalizzazioni, outsourcing e, inevitabilmente, una crisi aggressiva come non mai. Ora, sarebbe folle sostenere che la sinistra debba ritornare ai paradigmi del XX secolo, ormai inattuali; tuttavia, riprendere alcuni dei riferimenti di quel periodo ed attualizzarli non sarebbe male. Thomas Piketty lo ha fatto con Il capitale nel XXI secolo: vediamo se anche i partiti avranno il coraggio di reinventarsi secondo la propria storia.

A: La sinistra è morta con il comunismo, un chiesa politica che ha eroso prima la socialdemocrazia e poi ha egemonizzato ogni azione, ogni antagonismo. L’ultimo colpo di grazia l’ha ricevuto dal l’onda populista che sta invadendo l’Europa e tutto il mondo occidentale. Leggevo giorni fa sul Tascabile, uno stupendo intervento di Raffaele Alberto Ventura, lui sostiene che il “popolo” come blocco sociale, come protagonista del compromesso liberal-marxista ha smesso di esistere, o meglio, ha smesso di “finzionare”, flussi migratori e globalizzazione sono le mutazioni sociologiche spontanee che stanno portando l’organismo occidente all’autodistruzione immunitaria. Tutto questo, a cascata, ha importanti ripercussioni teoriche e pratiche su di una miriade di elementi come la democrazia rappresentativa, il rapporto minoranze/maggioranze, religione scienza e pensiero critico. Tra tutto questo una cosa solamente è cristallina: se la sinistra ha ancora voglia di incarnare il progresso ed il futuro, ha bisogno di abbandonare la rincorsa al “popolo” come costrutto retorico ed addentrarsi dentro le nuove povertà, tornare agli ultimi e ai dimenticati, che di questi ne è pieno il mondo, magari prima che se li scippi tutti il vaticano.

È dunque questo il vero problema della sinistra? Lo scollamento dal ceto medio, storicamente la fascia di elettorato più bendisposta nei suoi confronti?

B: Lo scollamento dal ceto medio, certo, e dal proletariato – e chi si ostina a dire che non esiste più è proprio la prima causa di morte della sinistra. Ma anche lo scollamento dalle classi sociali più istruite, ormai: Trump ha fatto incetta di voti in tutte le fasce, dai latinos, nonostante le sue sparate, ai lavoratori bianchi impoveriti ed impauriti, ai WASPs. Com’è stato possibile? Significa certamente che molte delle politiche di Obama non sono state apprezzate, e i casi più eclatanti in questo senso sono stati la riforma sanitaria, che paradossalmente ha fatto impennare i prezzi delle assicurazioni, e le mancate politiche di rilancio dell’industria americana, eccezion fatta per la FCA. Il discorso però è più ampio: in questi anni stiamo vivendo l’assurdo di avere una generazione, la più istruita della storia, sottopagata nel migliore dei casi, disoccupata nel peggiore. Anche le classi sociali che un tempo erano considerate benestanti a prescindere stanno vivendo il dramma dell’impoverimento. E una sinistra che prima illude la popolazione promettendo redistribuzione del reddito e conseguente possibilità di un sogno americano per tutti, e poi riesce nella mirabolante impresa di voltare le spalle contemporaneamente a tutti i suoi elettori dall’operaio all’intellettuale, è destinata a soccombere.

A: Ovviamente come è scomparso il “popolo” è scomparso anche il ceto medio, anche esso è un costrutto che ha smesso di finzionare se vogliamo. Ribadisco che non credo ad un approccio stile ritorno al passato per una sinistra che vuole governare. In essa è racchiuso il paradosso del progressismo politico: andare avanti e rinnovarsi continuamente, creare utopie e sentieri verso l’ignoto, il conservatorismo non ha di questi problemi, aspetta nell’ombra e si insinua nei fallimenti del suo avversario. Torniamo alla domanda iniziale, la sinistra è morta? Siamo stanchi di questa domanda ripetuta ad infinitum? Rispondo si, ma non può essere altrimenti! Il ceto medio è il risultato di politiche di sinistra, politiche di ingegneria sociale e socialdemocratica, basate sull’intervento pubblico in economia, direzionamento dei mercati interni, investimenti massicci, raggiunto questo traguardo la sinistra avrebbe dovuto passare allo step successivo, è nell’immobilismo che ha trovato la sua morte. Lo sviluppo economico mondiale ha portato per vie traverse e talvolta anche opposte all’arricchimento di una parte della popolazione a discapito di un’altra, l’1% a discapito dell 99%, il ruolo della sinistra è livellare questa differenza, punto.

Con le elezioni americane, i media hanno brillato per l’incapacità di analizzare la situazione. È tutto da rifare?

B: Quello del giornalismo è un altro tema su cui andrebbero spesi fiumi di parole. Negli ultimi tempi, si è trasformato in un mestiere per ricchi: l’accesso ostico alla professione, le migliaia di master sempre più simili ad un investimento a fondo perduto, l’instabilità della retribuzione lo hanno reso una sorta di hobby per professori abbienti. Guarda l’esempio pratico: noi due scriviamo e scriviamo, ma ancora non possiamo definirci parte integrante della categoria, proprio per questi motivi. Di conseguenza, il giornalismo è diventato una gabbia dorata, che presuppone che ogni elettore coincida con il lettore medio del New Yorker. Ma sorpresa, non è così; ed è incredibile che ogni volta si debbano aspettare i risultati dalle urne per accorgersene, quando sui social media ogni giorno è il trionfo della protesta e del malcontento. Il dramma è che i media non fanno neppure autocritica. Guardate l’editoriale di Fabrizio Rondolino su L’Unità all’indomani delle elezioni americane: se la plebe non vota come la penso io, allora aboliamo il suffragio universale, quel suffragio che solo qualche anno fa tanto si decantava, giacché la maggioranza non ha gli strumenti necessari per comprendere. Questo atteggiamento non fa che aumentare il consenso dei movimenti di rottura, anti-sistema.

A: Parliamo di Rondolino, un esempio perfetto di quell’opinionismo che è diventato il fare giornalismo oggi. Nel bene e nel male, sia i giornali Liberal sia i grandi paladini della crociata contro il politicamente corretto (già sono stufo di questa cantilena), sono oramai completamente estranei dal fare giornalismo, dal raccogliere fatti, analizzarli e tradurli a tutti e per tutti, si limitano a cooptare le proprie ideologie fornendo un servizio che si limita a stuzzicare, da una parte i salotti delle università, dall’altra il self-made man stanco della burocrazia o della sociologia di scuola francese. Al tempo la stampa di sinistra accettò inconsciamente la battaglia tra ideologie che si consumava sulla carta stampata: giornali dei padroni vs giornali dei lavoratori, entrambi si prefissarono l’obbiettivo di evangelizzare il lettore, ma in uno scontro uno ad uno, ad armi impari, è sempre la sinistra a perdere, perchè più povera, come nei primi del novecento o perchè più giovane e inesperta. L’Unità portò in piazza ma anche al cinema milioni di lavoratori, ora i figli di questi operai sono laureati, sono “studiati” come dicono i portuali dalle mie parti, di cosa hanno bisogno? Dell’ennesima biografia di Berlinguer o di una guida allo smart-working? Io la risposta credo di averla.

Un discorso sul suffragio universale andrebbe però affrontato, alla luce dei fatti.

B: Che un bel dispotismo illuminato sarebbe meglio? Probabilmente sì, ma è ormai inattuabile. Una volta che hai adottato la democrazia è complesso tornare indietro, e comunque sarebbe una mossa fattibile solo a prezzo di proteste e rivolte. Bisogna piuttosto riavvicinarsi alle masse, capire il loro disagio, e cercare di formare una coscienza critica dotata di una visione di lungo periodo. O, in alternativa, affrontare seriamente il dibattito su quella che si comincia a chiamare post – democrazia, e cercare di capire se e come può evolvere un sistema che comincia a mostrare il fianco. Ma attenzione, perché in quest’ultimo caso nessuno sa in quali, inaspettati rischi si potrebbe incorrere.

A: Il mio primo articolo su LHUB parlò dell’opzione aleatoria in democrazia, dall’antica grecia ad oggi i sistemi elettorali non sono mai stati gli stessi, più o meno inclusivi, hanno portato a risultati discutibili in quasi tutti i casi. La democrazia è fallibile come tutte le cose umane ma non opterei mai e poi mai per sistemi che limitino il coinvolgimento dei “più” a favore dei ”meglio”. Il suffragio universale è quindi la base su cui partire per concepire un sistema in grado di interpretare al meglio il volere degli elettori, che non significa ne democrazia diretta, ne oligarchia illuminata, conoscere per deliberare. è chiaro che il giornalismo e l’informazione ha un ruolo centrale e delicatissimo in tutto questo.

Stiamo assistendo ad una svolta politica,non solo postpartitica (già da tempo) ma anche post ideologica (destra/sinistra). Lo scontro dov’è? Chi sono gli opposti? Come è collocato lo spazio politico?

B: Si fatica ad ammetterlo, ma siamo tornati alla lotta di classe. Cambiano le forme di ricchezza e povertà, ma la sostanza è quella: da una parte un esercito di emarginati sempre più vasto e incattivito, che va dai disoccupati, agli operai, alla classe media non più tale; dall’altro, una casta, parola molto di moda, di ricchi, sempre più avulsi dalla realtà che affronta ogni giorno la maggioranza della popolazione. Il problema è che se un tempo la sinistra si faceva portavoce dei più deboli, oggi sembra incapace di ricoprire degnamente questo ruolo, di comprendere le istanze di questo nuovo proletariato – perché di questo si tratta, né più né meno. Ed è ovvio che stando così le cose le proteste finiscono per incanalarsi a destra: perché si tratta di istanze facilmente manipolabili, e perché per la destra è più facile cavalcarle. Da un lato abbiamo la sinistra ridottasi ad élite che si rivolge all’élite, dall’altro la famigerata pancia della popolazione che si affida al sedicente deus ex machina di turno.

A: La pancia non è un’ottima consigliera, forse nell’immediatezza può aiutare ma è nella testa che possiamo trovare le vere risposte, o meglio e nel rapporto tra questi sistemi: cognitivo ed emotivo sono due facce della stessa medaglia, e non voglio scomodare ora Cartesio. Per quel poco che vediamo l’annullamento postpolitico fa il gioco della destra e delle oligarchie, lo scontro, inteso come confronto tra idee è sempre fruttuoso per approssimarsi alla verità, si tratta semplicemente di collocarlo nel tempo in cui viviamo, facendo i conti con le complessità che ci circondano, complessità ineluttabili se dettate dalla sviluppo tecnologico o economico. Per la sinistra il consiglio è sempre lo stesso: quello che abbiamo raggiunto come umanità dobbiamo estenderlo a più soggetti possibili, semplice no?

Il fenomeno Brexit: quanto c’entra?

B: Parecchio. Così come c’entra il discorso Le Pen, Orbán, Salvini e via dicendo. Ma anche qui, il problema è lo stesso: finché la sinistra si limiterà a criticare gli elettori, o peggio ad irriderli – il giorno dopo la Brexit sembrava che tutti i votanti fossero dei vecchietti alcolizzati che non avevano finito le elementari – , queste tendenze non faranno che aumentare. Tsipras finora è stato l’unico a sinistra a cercare di farsi portavoce delle istanze della popolazione e ad opporsi a un regime di austerità imposto dall’alto che agli occhi dei greci appariva come una mera vessazione; non con il successo sperato, purtroppo.

A: Il fenomeno Brexit, più che alla sinistra parla alle oligarchie, soprattuto quelle Europee. I cittadini si sentono distanti, impovertiti e derubati da questi uomini in giacca e cravatta che legiferano a loro spese. C’è chi dice che la colpa del fallimento democratico in Europa è della sinistra, tanto per cambiare, la colpa è degli oligarchi, la sinistra ha scelto di far patti con loro, ma si sa che a giocare con il fuoco si finisce per bruciarsi. La sinistra ora ha il dovere di sondare ogni soluzione possibile per rigirare il tavolo delle trattative che contano in Europa, scappare non credo sia una soluzione, i sistemi si sabotano dall’interno.

Da qui si spiega la vittoria di Trump, il paradosso di un miliardario che nonostante tutto è riuscito a porsi come l’anti-establishment.

B: Esattamente. A nulla è valso ricordare la contraddizione di una destra, di cui lui è il principale esponente, che finché ha potuto ha cavalcato globalizzazione e neoliberismo e che ora sbraita per un ritorno all’isolazionismo. Il nazionalismo contraddittorio di Trump è stato comunque più convincente del programma dei Democratici. E aggiungo: se al posto della Clinton ci fosse stato Sanders, l’esito sarebbe stato diverso. Perché Sanders, pur mantenendo i toni da liberale americano, stava riuscendo ad intercettare i bisogni dell’elettorato, e in modo trasversale: donne e uomini, giovani e vecchi, bianchi e immigrati, gli stavano dando ascolto. Ha perso le primarie, certo: ma a tutti sfugge che l’elettorato delle primarie democratiche non coincide con quello che poi si reca alle urne a novembre. Sanders sembrava l’ultimo baluardo del Welfare State, peraltro già piuttosto snello in America; dopo gli ultimi avvenimenti, non possiamo dire che questa forma di tutela statale resisterà.

A: Peggio di un miliardario egoista c’è solo un gruppo di oligarchi illuminati, algidi e spocchiosi. Non mi stupisco di come l’imprenditore può farsi politico ma di come la politica negli anni si sia trasformata in un sistema di poteri burocratici, di gente che sà, di partiti che si sono trasformati in azienda e di come le aziende, assurdo, si siano trasformate in cooperative o start-up egualitarie e libertarie. Chi è più dannoso per la società, un miliardario che pensa al proprio conto corrente o un burocrate bugiardo? Negli States hanno optato per il primo.

Se così fosse, staremmo assistendo al tramonto dell’Occidente, oltre che della sinistra.

B: Perché, secondo voi al momento l’Occidente se la sta passando bene? A partire dal fallimento delle primavere arabe, è stato un crescendo di scontri e tensioni tra Occidente e resto del mondo. È come la lotta di classe di cui abbiamo parlato finora, però si più vasta scala, e con i bianchi impoveriti terrorizzati da chi è ancora più povero di loro. Dovremmo rileggere Huntington e ammettere che siamo ben lontani dalla fine della storia, o almeno, da quella che intendeva Fukuyama. Ma questo potrebbe essere il tema del prossimo dialogo, che dici?

A: Probabilmente questa è la domanda a monte. Il concetto di occidente è molto pericoloso per la sinistra egualitaria e progressista, è esso stesso il frutto del patto borghesia/proletariato, un patto maledetto a quanto pare, un patto da cui ovviamente la sinistra esce anche qui perdente, l’esempio? I flussi migratori pongono mille dilemmi alla sinistra del welfare state, della laicità ad ogni costo, del multiculturalismo, la destra osserva divertita e sadica, ancora una volta sta alla sinistra salvare il mondo. Un compito ingrato ma qualcuno dovrà pur farlo: tranquilli conservatori sbaglieremo ancora, sbaglieremo meglio, finchè dura godetevi lo spettacolo, finchè dura…

 

 

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".