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Diciamolo pure, il 2016 è stato un anno sfigato. Dopo soli dieci giorni dall’inizio, è morto David Bowie; e da lì, è stato tutto un crescendo di decessi celebri e grandi rimpianti. Il tutto condito da attacchi terroristici, catastrofi naturali e amenità varie, giusto per non farci mancare nulla.

E tuttavia, la cosa che più ha pesato in questi quasi 365 giorni – anzi, 366; e d’altronde, anno bisesto anno funesto – non sono state tanto le tragedie, la crisi, la povertà, le migrazioni; quello che ha fatto la differenza rispetto al passato, in peggio, è stata la mancanza di leggerezza.

Da cosa si evince? Dall’ondata di politicamente corretto imperante, definizione abusata ma quanto mai esatta, dalle storpiature al femminile di certi sostantivi pur di garantire la parità di genere, peraltro più grammaticale che sostanziale, dall’impossibilità di fare una battuta senza subire conseguenze, denunce o decapitazioni a seconda della latitudine; e dalle foto del prossimo calendario Pirelli.

Breve excursus storico: il calendario Pirelli nasce nel lontano 1963, rigorosamente senza finalità commerciali; pertanto, la tiratura è limitatissima e destinata solo a VIP o clienti esclusivi. Così come esclusivi sono i fotografi e le modelle: l’apripista fu Robert Freeman, seguito da Peter Knapp, Sarah Moon, Terence Donovan, John Claridge, Herb Ritts, Richard Avedon, Mario Testino, Karl Lagerfeld, Mario Sorrenti, Steve McCurry, e la lista potrebbe proseguire ancora a lungo. Salvo uno stop di una decina d’anni tra il 1974 e il 1984, quando la crisi petrolifera imponeva austerità, le stampe sono proseguite senza sosta; nel 2014, addirittura, si è deciso di ristampare l’edizione del 1986 a firma di Helmut Newton, una serie di scatti talmente osé che all’epoca erano stati censurati – e stiamo parlando dei debordanti e scintillanti Anni Ottanta, non del Medio Evo. Ma le rievocazioni dei periodi d’oro erano destinate a non durare.

Le prime avvisaglie di un’inversione di rotta si sono sentite con la scorsa edizione: per lo shooting del 2016 c’era Annie Leibovitz dietro la macchina, fotografa di indiscusso talento, ma un po’ troppo avvezza a cavalcare il sentimento popolare. Che nello specifico urlava al femminicidio, condannava la visione della donna come oggetto, invocava a gran voce pari diritti. Tutto più che giusto e sacrosanto, ma ci si è dimenticati di un dettaglio fondamentale: il calendario Pirelli non ha mai avuto alcuna velleità di critica sociale; nasce con aspirazioni da opera d’arte, piuttosto. E, in ogni caso, come ode alla bellezza.

Esiste anche la bellezza interiore, ribatterete voi, e spesso è ben più significativa dell’involucro di carne e pelle; senza dubbio, ma è molto più facile celebrarla con una penna che attraverso un paio di lenti fotografiche.

E così, Annie Leibovitz decise di immortalare non più attrici e modelle, ma personalità significative della cultura, dello sport, della politica: e allora ecco a voi una Patty Smith abbottonata fino al collo, una Amy Schumer che mostra orgogliosa i suoi rotolini, una Serena Williams che sembra una statua greca. Però al maschile. Viva la diversità, certo; ma proprio in nome della diversità, infilare anche qualcuna che di mestiere fa la bella non sarebbe stato male.

Intendiamoci, non si sta dicendo che il calendario Pirelli deve essere una sfilata sullo stile di Victoria’s Secret, né tantomeno la carta straccia che si trova appesa nelle officine e nei camion. Il punto non è il nudo: in molte annate passate non c’era traccia di pelle scoperta, e per di più ormai un paio di tette si possono reperire facilmente dappertutto.

Ma affinché The Cal resti una celebrazione della bellezza, non può mancare la materia prima.

Il problema del 2016 è stato questo: tutto ciò che fa rima con “leggerezza”, e dunque bellezza, gaiezza, spensieratezza, viene considerato inopportuno. Non adatto a questi tempi bui.

Eppure, non è proprio in questi periodi che bisognerebbe aggrapparsi con tutte le forze a una risata?

L’edizione 2017, del calendario Pirelli e per estensione della vita, non sembra promettere meglio: ci si affiderà a Peter Lindbergh, già autore degli scatti del 1996 e del 2002, che però trasudavano tutt’altra gioia: primi piani sorridenti, fuochi d’artificio, cascate dorate. In una parola: leggerezza, once again.

Per il 2017, al contrario, ha deciso di prendere delle famosissime, struccarle e fotografarle senza pietà.

Prima obiezione: le varie Nicole Kidman, Penelope Cruz, Susan Sarandon, in quegli scatti non sono veramente struccate. Mi rivolgo alle lettrici donne: avete presente quando vi svegliate la mattina? Bene, ora guardate le foto di Lindbergh: struccate, quelle?

Seconda obiezione: perché un inno alla bellezza deve mostrare rughe e imperfezioni? Per quello c’è già la quotidianità. Ma forse Lindbergh, la Kidman e gli esclusivi destinatari del calendario non sono tanto avvezzi a prendere la metro.

Il punto è che le foto della Leibovitz e di Lindbergh sono indiscutibilmente belle, ma non parlano del bello. Un po’ come i reportage di Robert Capa dalla guerra civile spagnola: immagini meravigliose, ma nessuno avrebbe voluto trovarcisi in mezzo.

Ecco, il 2016 è stato un po’ così, come le ultime due edizioni di The Cal: interessante, ma non ci vivrei. Come quando leggendo i libri di storia si incappa nel 1929.

E allora? Allora non ci resta che dare un’occhiata nostalgica alle scorse annate, incrociare le dita e augurarsi che il 2017 sia un po’ meno imperfetto di come lo vorrebbe Lindbergh.

Auguri per un anno leggero, e bellissimo.

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".