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foto di Stefano Ferranti

L‘ho conosciuta dal fioraio. Ve lo dico perché capiate bene quanto è assurda la vita. Io sono allergico ai fiori, lugubri allegorie di morte; provo per essi un odio cieco e bestiale e non so un cazzo di botanica. Scusate l’eufemismo. Volevo solo sottolineare il fatto che un incontro così maledettamente importante, l’incontro della mia vita, è avvenuto nel luogo per me più improbabile, dove a rigor di logica non avrei mai dovuto metter piede. E’ una cosa che fa pensare, non credete? Di solito evito i fiorai come la peste, e sono ricambiato da loro allo stesso modo. Mi urlano dietro, mi pisciano sulla macchina, mi mandano contro i cani. Buffo come intuiscano che li disprezzo così profondamente. Il fatto è che quando li vedo comincio a ringhiare quasi senza accorgermene, e forse emano spontaneamente un cattivo odore per bilanciare il nauseante profumo dei loro gabbiotti, non so. Ma è così che vanno le cose. E’ una guerra che continua da anni, senza esclusione di colpi.
Che ci facevo allora in un chiosco di fiori? E’ una bella domanda, anche se in definitiva non sarebbero affari vostri. Ma voglio rispondervi per pura bontà d’animo: ero lì per espiare. Non so se avete conosciuto Adelchi. E’, o meglio, era il mio cane. Un cane onesto, riservato, laborioso, senza pretese. E io l’ho fatto morire. L’ho umiliato affibbiandogli il nome di un perdente, non ho valorizzato le sue capacità nel calcolo e nella soluzione di problemi, non ho compreso fino in fondo il suo dolore. Ho causato io la sua morte, avvenuta per autosoffocamento. Ufficialmente un suicidio, in realtà un delitto infamante di cui mi dichiaro apertamente colpevole.
Tornerò più tardi su questa faccenda, se vorrete approfondirla. Ora immagino che, da bravi guardoni, stiate sbavando per conoscere maggiori dettagli sul nostro incontro. Non con il cane, con la ragazza. Ho indovinato, vero? Adesso sì che vi riconosco! Voi, ipocriti lettori, miei simili, fratelli!
Ma al diavolo le citazioni, eccovi la storia.

Era una domenica mattina e mi trascinavo senza pace per le luride stradine del centro, oppresso da un terribile senso di colpa. L’immagine di quel nobile volto (proprio così, il mio Adelchi aveva un volto, non un volgare muso) era così vivida nel ricordo che mi sorprendevo a rivolgermi al mio fedele compagno con dolci, accorate parole, come se quel rompicoglioni fosse là, presente accanto a me, impegnato nelle sudicerie tipiche della sua razza schifosa.. (non fateci caso, ho un lieve problema di bipolarismo che sto cercando di tenere sotto controllo). Dato che mi esprimevo con la mia bella voce baritonale e gesticolavo senza rendermene conto, in breve si era formato dietro di me un codazzo ululante formato dalla peggiore feccia del quartiere. Quegli indegni rappresentati della razza umana, incapaci di comprendere la raffinata natura del mio spirito, non mi risparmiavano i loro commenti sprezzanti. Sporchi sodomiti, figli bastardi di Satana! Le loro battute volgari però, ben lungi dal ferirmi, rimbalzavano sulla mia lucente corazza di indomito guerriero e si disperdevano nel vuoto cosmico. Solo quando hanno cominciato a lanciarmi ortaggi – genere alimentare che detesto – ho pensato che fosse più opportuno defilarmi sfruttando le mie doti di quattrocentista mancato.
Ho così raggiunto dopo qualche vertiginoso minuto la grande piazza del mercato. Le mie condizioni psico-fisiche erano davvero miserevoli: barcollavo e battevo i denti, avevo i testicoli congelati dal freddo ed ero perseguitato più di prima da un massiccio, inossidabile senso di colpa. Mi sono guardato intorno. Proprio davanti a me si ergeva un grande chiosco multicolore, affollato di gente e sfavillante di luci: il fioraio più potente e spietato della città, il più spregevole, il più odiato. Ho immediatamente compreso che il mio karma mi stava spingendo nella sua direzione per darmi la possibilità di espiare una colpa che stava diventando sempre più intollerabile. Questo è stato il motivo profondo alla base della mia tormentata scelta, e non, come ha riferito qualche malalingua, il desiderio di riscaldarmi le terga accanto alla stufetta elettrica che si trova nell’angolo a sinistra dell’entrata. A questo proposito vi metto in guardia, gentili lettori: mentitori e cialtroni cercheranno di gettare fango su di noi raccontando orribili falsità a proposito del nostro incontro. Non ascoltateli, è il demonio che li ispira.
E’ assolutamente inesatto, ad esempio, che lei mi abbia sorpreso a masturbarmi tra i gladioli e mi abbia versato dell’acqua ghiacciata sui genitali invocando su di me la punizione divina, né risponde al vero che io abbia allungato le mani per sollevarle la veste biascicando oscenità. Non avrei mai potuto mancarle di rispetto in quel modo! E’ proprio per ristabilire la verità su quanto è accaduto che mi accingo a narrare la mia versione dei fatti: la versione definitiva, l’unica vera davanti a Dio.

Ebbene, entro di soppiatto senza farmi notare dal padrone del chiosco, un energumeno di centoquaranta chili con il quale ho già avuto in passato scontri cruenti, e mi nascondo dietro una cortina di mostruosi Spatifilli giganti trattenendo il fiato per non svenire. La mia condizione è estremamente disagevole: ho le chiappe roventi per la vicinanza eccessiva alla stufa elettrica, ma allo stesso tempo sono investito da spifferi di aria gelida che mi trafiggono come pugnali ogni volta che un nuovo cliente spalanca la dannata porta a vetri. Inoltre sono investito da ondate di nauseanti effluvi floreali che non riesco proprio a schivare. Sopporto stoicamente (in fondo sono qui per questo), ma non posso fare a meno di vomitare un paio di volte dentro il cappello. Anche se cerco di non far rumore, qualcuno si accorge della mia presenza. Voci isteriche si rincorrono, qualcuno esclama: “madonna, che puzza!”, un altro infierisce: “ma che, c’è un cadavere qua dentro?”. Mi sposto velocemente tra le piante camminando a quattro zampe per non farmi individuare, mentre nel chiosco si scatena una caccia all’uomo nella quale il sottoscritto recita, come al solito, lo scomodo ruolo di vittima predestinata. Il triste giochino si trascina per alcuni secondi, tra urla e sghignazzi vari, fino a che non sbatto il naso sul fianco del bancone, vicino alla cassa, e sono costretto ad alzarmi. Lei è lì in piedi, di fronte a me.

Lo ammetto, ho avuto un’erezione alla vista della sua rustica gonna grigia, lunga fino ai piedi. Ho vacillato di fronte a quelle sensuali scarpe nere col tacco basso, un po’ impolverate e consunte dall’uso. Forse ho anche sbavato un po’ fissando il nero copricapo che le scendeva fin sulle spalle, così eccitante nella sua severa compostezza. Ma non vi è stato nulla che potesse somigliare ad un atto indecente, nessun gesto di auto-erotismo, e tantomeno offensivi palpeggiamenti, tutte cose che avrebbero irrimediabilmente distrutto l’ineffabile intesa che si era creata tra le nostre due anime.
E lei, mi chiederete? Lei mi ha guardato senza parlare, paralizzata come me dalla sorpresa, la boccuccia spalancata a formare una O di mirabili proporzioni geometriche. Solo un lieve, delicato rossore si è diffuso sulle sue gote nel notare il rigonfiamento che animava i miei calzoni e premeva per uscire dalla sua ruvida prigione di stoffa.
Ha cercato anche di articolare qualche parola, ma l’emozione l’ha sopraffatta, per cui si è limitata a stringere con entrambe le mani il crocifisso che teneva appeso al collo e lo ha teso in avanti verso di me, come se volesse farmene dono. Dolce, generosa creatura!
Poi tutto è precipitato. La mole minacciosa del proprietario del chiosco si è frapposta fra noi, un colpo di randello si è abbattuto sulla mia spalla sinistra mostrandomi per un attimo la gloria immensa del firmamento, e subito dopo è iniziata una rissa selvaggia, brutale.
Ho tuttora ricordi molto vaghi sul modo in cui sono riuscito a sfuggire alle grinfie dei miei persecutori. Ho calpestato piedi, incrinato costole, morso qualche avambraccio, e senza quasi rendermene conto mi sono ritrovato di nuovo in strada. Ho infilato d’istinto un vicolo oscuro e ho corso a perdifiato, fino a che le voci dietro di me non sono divenute che un’eco lontana.

Sfinito e dolorante, torno alla macchina, mi stendo e solo allora mi masturbo con dolcezza tra i miei libri, senza nemmeno sbraitare e singhiozzare come faccio di solito. Da solo, in casa mia, senza infastidire o scandalizzare nessuno. E’ forse usare violenza questo? Che poi qualcuno, forse più di uno, di là dai vetri, violando la mia privacy, con intollerabile arroganza e senza il mio consenso, abbia assistito alla mia solitaria performance erotica e ne abbia tratto sollazzo e godimento, beh, questo è un fatto che va al di là della mia comprensione, oltre che della mia volontà-barra-responsabilità. Tutti argomenti ineccepibili che cerco di illustrare a questi incivili mentre gli urlo di andarsene, ma a quanto pare le buone ragioni non bastano: si odono lunghi fischi di richiamo, e ben presto un’orda di diavoli ubriachi circonda l’auto ed inizia a scuoterla furiosamente, i vetri sono fracassati a colpi di pietra, io sono trascinato fuori, gettato sull’asfalto e pestato per la seconda volta nella serata. Qualcuno versa una tanica di benzina sul mio misero rifugio e vi butta sopra un cerino. Sic transit gloria mundi.

Ricominciare da capo. Solo, davanti ai rottami fumanti della mia casa a quattro ruote, contemplando il mucchio di cenere che un tempo erano i miei libri, ho deciso di riconsiderare la mia vita, di rifondarla alla luce di quel magico incontro.
Quando l’ho annunciato ai nuovi amici con cui condivido il vagone ferroviario (è qui che ho deciso di fissare temporaneamente la mia residenza), ho ricevuto in cambio solo commenti sarcastici, un paio di bestemmie e qualche rumoroso scaracchio. Ma non mi sono avvilito. Sfruttando la mia abilità nel disegno, ho dato vita sulla carta all’immagine sfolgorante, indelebile che era rimasta impressa nella mia mente e l’ho fatta circolare col cuore in gola tra quei ceffi patibolari, chiedendo loro se avessero mai visto una simile meraviglia e dove avrei eventualmente potuto cercarla.
Tralascio per carità di patria i commenti più osceni, e riferirò soltanto le reazioni maggiormente significative. Il Guercio ha guardato il disegno tenendolo all’incontrario e ha pronunciato le seguenti parole: “Ma che è, una vacca incinta?”, mentre Gaetano, detto il Mollica, lo ha studiato per alcuni secondi e poi è sbottato: “Una monaca! Ha perso la brocca per una monaca!”, e davanti alla mia espressione allibita è scoppiato in una squassante, interminabile risata ingolfata di catarro che per poco non lo ha lasciato a terra stecchito. Il Polacco invece mi ha fissato col suo sguardo itterico e ha sillabato: “Lei molto buona, quanto costa?”. Solo il Pupo, il più giovane del gruppo, ha preso sul serio la mia richiesta. Dopo aver osservato l’immagine con attenzione, ha sospirato e me l’ha restituita mormorando: “E’ bella come la Madonna. Una così non l’ho vista mai. Potresti cercarla tra gli angeli”. Poi si è messo a piangere (è una cosa che fa spesso) e nessuno si è azzardato a prenderlo in giro, perché tutti sapevano che stava pensando alla sua mamma morta.
In effetti penso di averla abbellita un po’ troppo in quel disegno, la donna dei miei sogni, perché in originale era decisamente più attempata e aveva polpacci molto più forti. Ma quello che conta è l’idea, no? E’ l’idea che è unica e intangibile, non le sue declinazioni temporali. Che importanza può avere un po’ di pappagorgia o qualche ruga di troppo davanti a quello splendore che non cessa di abbagliarmi, a quella luce che ancora oggi mi guida nella notte più oscura?
Prima di partire alla sua ricerca ho ringraziato i miei compagni, anche quelli più rozzi e scurrili, e ho affidato loro i pochi oggetti che mi erano rimasti, tenendo per me soltanto le mentine per l’alito e il profilattico usato, perché è vero che lo spirito ecc. ecc., ma anche la carne, per la miseria, vuole la sua parte!

Sono ormai in viaggio da giorni. Ho setacciato ogni strada o vicolo di questa vasta città, che confluisce interminabilmente in altri luoghi, in altre attese, sempre uguale a se stessa e sempre diversa. Striscio lungo muri infiniti, mi ostino a conversare con passanti frettolosi che mi lanciano sguardi pieni di disagio, trovo rifugio in angoli nascosti dove posso alleviare per qualche momento la mia pena. A volte penso che questo labirinto entro il quale mi muovo senza sosta non sia altro che una proiezione della mia mente. Forse la mia è soltanto un’illusione di movimento, mentre in realtà il mio corpo giace immobile da qualche parte senza più forze, una massa inerte che vive solo di sogni.
E poi succede che un giorno qualunque, uno fra i tanti che paiono consegnati all’irrilevanza, mi capita di alzare gli occhi dal mio rifugio d’ombra per vederla là, accanto alla fontana, intenta a lavarsi i piedi con commovente dedizione, una piccola ruga a separare gli occhi assorti. Canta sottovoce una nenia per bambini mentre il suo braccio nudo si muove su e giù ritmicamente e la mano insaponata strofina con energia la pianta del piede, indugia sul tallone e quindi sale voluttuosamente verso il polpaccio tornito, che posso ammirare per la prima volta in tutto il suo splendore. Il respiro è leggero, lievemente affannato; il corpo si inarca dolcemente sotto la veste severa. E non mi importa di sapere se è un sogno o no quello che sto vivendo, tanto reale è la mia beatitudine, tanto concrete sono le lacrime che mi scorrono sul viso. Non cerco neppure di recuperare il mio profilattico, perché per un attimo indicibile corpo e spirito sono fusi insieme indissolubilmente, e non ha più senso distinguere una cosa dall’altra nella marea montante del piacere che mi invade, nella forza tumultuosa che mi attraversa e si libera in un grido stordente, assoluto, privo di suono.

Il resto è solo scarto, scampoli di vita. Portano via il mio corpo per chiuderlo in qualche nuova prigione o per farne oggetto di studio. Si affannano su di esso per riportarlo ad una normalità che non gli è mai appartenuta. Che facciano pure, io non mi oppongo. Osservo freddamente il mio involucro dall’alto, come farebbe una mosca appesa al soffitto, e lo vedo per quello che appare: un patetico fallimento, un errore progettuale, un mancato tentativo di adattamento all’ambiente.
Difficile credere che quel povero cristo che si lascia trascinare da due nerboruti infermieri abbia vissuto qualcosa di diverso da una sordida esistenza segnata dalla necessità, difficile attribuirgli emozioni più complesse di quelle dettate dalla paura, dall’invidia e dall’odio sociale. Perdere la testa in quel modo, poi, innamorarsi! Non vi do torto, fratelli. Anch’io al posto vostro sarei sollevato nel vedere che un elemento di disturbo sta per essere eliminato dalla vista e messo in condizioni di non nuocere. Non crediate che non vi capisca. Ma neppure crediate, canaglie, che io vi perdoni.