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Erri Lo Stallone Italiano, il nostro amatissimo scrittore di romanzi brevi, si è aggiudicato Il Bad Sex in fiction Adward 2016, il premio inglese alla peggiore scena di sesso descritta in un libro di narrativa. Il romanzo in questione è Il giorno prima della felicità, uscito in Italia nel 2009 per Feltrinelli. Lo scrittore napoletano la prende bene e si dichiara: «lusingato» aggiungendo: «Si tratta di un’insperata pubblicità, una trovata strepitosa.» Certo, per noi popolo italico dal fascino mediterraneo, conosciuti all’estero per le nostre doti amatorie siffrediane, non ci facciamo una bella figura; allora ci viene da chiederci se non sia forse dettata da un po’ di sana invida che avrà congelato l’humour -e non solo- di questi inglesi che ultimamente hanno le idee alquanto confuse? Brexit a parte, cosa succede ai nostri amici britannici? Sarà il loro fascino del mistero per Sherlock Holmes a farli impazzire per Elena Ferrante piazzandola in classifica tra i libri più venduti e addirittura nominandola finalista del prestigioso Man Brooker Prize 2016?

Anche perché, per quanto riguarda i calciatori, le love story non sono durate che un paio di stagioni: dopo un po’ ce li rispediscono al mittente come un pacco postale; ne sa qualcosa Mario Balotelli che adesso se ne sta tranquillo a Nizza in Francia, tranquillo…

Erri De Luca dice in sostanza: «Bene o male purché se ne parli!» come sosteneva qualcuno, e non è che ci faccia proprio un gran bella figura. Questa estate, nella splendida cornice del Castello dei Santa Severa, assisto ad un incontro dello scrittore che parlava, col suo modo poetico, sotto le stelle, con le prime brezze di fine stagione, di mare e di temi importati: di immigrati, di storia, di memoria, di politica, di coscienza sociale, di parole, di etimologia, di religione, di tradizione orale-lessicale, insomma dell’incanto, nel suo linguaggio colto e comunicativo. Quando ho appreso questa notizia, me lo sono immaginato impegnato a scrivere la scena di sesso sopra citata, a vivere quelle sensazioni, a sudarle e tramutarle in musica in sensazione in odori e poi… arrivano gli inglesi.

«Tutto il corpo era sceso nel sesso.

Entrai con la sua spinta e restai fermo.

Mentre mi abituavo alla quiete, al battito del sangue tra le orecchie e il naso, mi spinse un poco fuori e poi di nuovo dentro.

Lo fece e lo rifece, mi teneva con la forza e mi spostava a ritmo di risacca.

Agitò i seni sotto le mie mani, aumentò le spinte.

Entravo fino all’inguine e uscivo quasi tutto, il mio corpo era un suo ingranaggio.»

Tutto sommato si poteva fare anche di peggio. Bisognerebbe veramente confrontarci con i testi dei nostri amici amatori dai calzini a scacchi scozzesi e denti Pelikan (David Beckham e pochi altri a parte, ma qui rischiamo di cadere nel loro stesso tranello. «Allora i Beatles, il Rock ecc… ecc… » lasciamo perdere.)

E mentre lanciamo donne nello spazio e i nostri cervelli fumano e producono sparsi per per il mondo innovazione, creatività e futuro, nostalgici ammiriamo Sylvester Stallone in “Rocky 3000”, ribattezzato Creed su Sky, che ci ricorda di come eravamo noi italiani, una volta, all’estero e di come oggi combattiamo le nostre battaglie quotidiane non più a suon di cazzotti ma nelle difficoltà della vita reale, dove al grido di «Adrianaaa» non risponde più nessuno e questo perché nella battaglia all’estero, dove esportiamo il nostro Made in Italy, dobbiamo combattere da soli.

Non basta più dire: spaghetti, mandolino, mafia.

1-Perché la guerra della gastronomia è tosta e le parole sono diventate impronunciabili: Tournedos, Bouillabaisse, foie-gras, I nostri Cracco e Cannavacciuolo hanno rivali indiavolati, biondi o pelati e che lanciano piatti.

2-Perché le corde dei mandolini, delle chitarre, dei violini, non si usano più; gli strumenti non si fanno più vibrare. I suoni si digitalizzano, pre-registrando beat, e campioni su tablet e dispositivi senza anima.

3-La Mafia è derisa da copertine satiriche in piena guerra terroristica, (più o meno sempre viva) e noi sui social network immancabilmente sappiamo sempre dire la nostra, anzi non perdiamo occasione per farlo.

Mentre qui in Italia facciamo la conta a chi resta e a chi va, salutando amici che lasciano il Paese o abbracciando amici che tornano perché «Mannaggia non ce l’ho fatta mi mancavano troppe cose, ma soprattutto le lasagne di mamma», all’estero il pubblico si divide tra chi ci ama e chi ci odia. Dopo la vittoria agli Oscar di Paolo Sorrentino con “La Grande Bellezza” c’è chi ha gridato al genio e chi vedendo il film in televisione in seconda serata, dormendo ad intervalli regolari di tre/quattro minuti sul divano, ha dovuto chiamare il giorno dopo il muratore per riparare le mattonelle scheggiate per le cadute rovinose del telecomando scivolato di mano tra una pennichella e l’altra.

La nuova sfida del regista napoletano lo ha visto alle prese con la nuova “mania contemporanea”: le serie TV. Quale tema più inflazionato, più vendibile, più esportabile, più accattivante, più sdoganabile, più scontato, più misterioso, più italiano? The Young Pope. Pensate: saranno oltre 80 paesi in cui verrà trasmessa la serie tv. Un modo di farci conoscere all’estero niente male. Ho seguito la serie con attenzione sempre crescente, affascinato dalla padronanza del mezzo che Sorrentino ormai ha trasformato in arte. Dal punto di vista drammaturgico ci sono dei picchi alti alternati a momenti più statici, la narrazione non è lineare, la fotografia da applausi, il cast formidabile. A differenza di altri registi italiani che pur volendo trattare un tema simile “l’umanità del papa” (ma prendiamo il paragone con le pinze), Sorrentino capisce che è meglio far recitare attori veri. Tra questi non sfigura, anzi, Silvio Orlando. A proposito, vedendo la serie mi sono ricordato di averlo incontrato una sera a vedere un concerto alla Casa del Jazz. (Mi sembra fossero, John Scofield, Jack DeJohnette e Larry Goldings.) Ci siamo salutati e… ma questa è un’altra storia, anche se, vi assicuro, andrebbe raccontata. Anche in questo caso i giudizi del pubblico si sono fortemente divisi, a mio parere con prodotti del genere “ci facciamo una gran bella figura”. E’ pur vero che Jude Law è Jude Law e fa la differenza. Eccome. Me ne sono accorto nei camerini di Terranova. Stavo provando una tuta da ginnastica, per casualità era un modello simile a quello che avevo visto indossato dall’attore americano. Mi sono specchiato. Beh, uno schifo. Piegata e messa a posto. Semplice: non sono Jude Law. Bellezza dell’attore a parte e capacità recitativa idem e tante altre cose… (a ciascuno il suo) abbiamo ancora a mio avviso dei prodotti di valore da esportare. Non solo in ambito creativo ovviamente, dovrei riportare tutta una serie di aspetti che riguardano le italiche eccellenze scientifiche, tecnologiche, mediche, umanitarie che ci contraddistinguono per capacità, dedizione, istruzione, formazione, generosità e meticolosità ma sto dando risalto agli Stalloni che fanno più o meno cilecca in questo spazio, mi dispiace.

Portare la nostra peculiarità creativa e artistica nell’immenso mondo globalizzato non è impresa facile oggigiorno. In una scena invasa da milioni e milioni di youtuber, di stravaganti fenomeni da baraccone, di Tú sí que vales, di Da superstarchespaccanochepoiscompaiono, di Italia’s got Talent e il ’s got talent di tutto il mondo ossia il mio talent è meglio del tuo, il mio Xfactor è meglio del tuo, il mio Masterchef è meglio del tuo, ma in sostanza parliamo sempre della stessa cosa, provate a farvi notare: non è mica facile! Ma allora l’autenticità? L’artigianato? Il mestiere? Che fine farà? O meglio che fine ha fatto? Ha ancora senso parlarne? Sono termini obsoleti che dovremmo man mano cancellare dai vocabolari come i vocabolari stessi? No, niente polemiche, solo riflessioni. Penso alle mani esperte delle sarte e dei calzolai che hanno dato lustro alla nostra nazione, che hanno fatto della Moda il nostro essere Italiani, eleganti, raffinati, belli e poi vedo Valentino, proprio lui in carne e possa, in abbronzatura arancione plastilina fluo e bocca a “o” di gallina comparire in un cameo in Zoolander2. (Piccola polemica provinciale: da abitante di una ridente cittadina di mare, Civitavecchia, galvanizzato dai rumors sul fatto che la nostra notoriamente assolata limpida e soleggiata città fosse ripresa nel film, sono stato tutto il tempo della visione ad aspettare di scorgere qualche minuscolo scorcio panoramico, ma niente. Delusione totale. Pertanto, faccio presente alla produzione che per una inquadratura fissa del Lazzaretto non c’era bisogno di spostarvi dall’America o non so dove con tutto lo staff, bastava montare un Chroma key e trovavamo il modo di inviarvi una foto.) Spero, chiedo scusa per questa piccola digressione, che il nostro Made in Italy nel campo della moda non si riduca a queste comparsate o a sottolineare “come è vestito quell’attore o quella first lady”.

Diamo uno sguardo al futuro, anche  perché se guardassimo al passato in ogni campo e disciplina vedremmo solo verde bianco rosso. Come nostre prossime speranze abbiamo:

almeno due squadre italiane qualificate agli ottavi di Champions League, Juventus e Napoli, di cui la prima si dice promette bene; viste le medaglie prese alle Olimpiadi, qualche giovane talento ci regalerà altre soddisfazioni in tempi brevi; “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, già premiato con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino, è candidato all’Oscar; in ambito enogastronomico, oltre al consumo del vino che come sempre spopola ovunque, l’esportazione della birra artigianale, già aumentata nel 2016 del 27%, secondo le previsioni tenderà a crescere ulteriormente.

Nel 2017 ci sarà sicuramente qualche altra sorpresa anche perché quello che non ci manca in quanto popolo italiano è senza ombra di dubbio l’imprevedibilità. Qualcun altro fallirà clamorosamente, come sempre d’altronde, e noi staremo qui a farci una risata e non prenderci troppo sul serio.

E nell’anno in cui ci hanno lasciato i premi Nobel Umberto Eco e Dario Fo, non mi resta che augurare a tutti che questa Nazione possa dare i natali, come ha sempre fatto, a nuove eccellenze della creatività.