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Il continente più esotico? L’Africa, senza dubbio. Il più misterioso? L’Asia, capace di abbracciare una terra che va dalle vecchie repubbliche socialiste fino al Giappone più liberista. Il più eclettico? La vecchia, raffinata e decadente Europa, ça va sans dire.

Ma quello più raccontato? Quello che è entrato nell’immaginario collettivo con grattacieli, praterie, ubriaconi desolati in squallide tavole calde e fari scintillanti avvolti nella solitaria luce di mezzogiorno? Ladies and gentlemen, benvenuti in America. L’ultima ad essere scoperta, la più feconda in fatto di narrazioni. E visioni, anche. Soprattutto nel secolo da poco concluso: è il 1941 quando Elio Vittorini introduce in patria l’epopea di Melville, l’ironia di Twain, le meditazioni di Fante e molto altro. Per questa scelta all’epoca niente affatto convenzionale verrà perseguitato dal fascismo.

In un periodo simile, ma in una nazione molto meno bollente, un altro umanista, seppur con strumenti differenti, farà conoscere al vecchio continente le tante sfaccettature dell’altro campione di Occidente: e lo farà senza risparmiare gli angoli più polverosi e dimenticati. Stiamo parlando di Robert Frank, fotografo svizzero emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, l’El Dorado del secolo breve. Qui comincia la sua carriera come fotografo di moda per Harper’s Bazaar, affiancando ad abiti e modelle l’attività che gli è più congeniale, quella di freelance: scatti irriverenti, disincantati, che gli valgono l’attenzione, non sempre benevola, prima della critica e poi del grande pubblico. Non per nulla la pubblicazione della sua opera prima avverrà in Francia anziché negli States, paese che anche Woody Allen si ritrova a ringraziare in Hollywood Ending. Tenetelo a mente, Woody Allen, perché tra poco tornerà a dirci la sua.

Robert Frank, dicevamo, e la sua opera prima: che non per nulla si chiama Gli Americani. Un articolo e un aggettivo, che in questo caso si fa nome – e non c’è posto più appropriato dell’America per questa trasformazione. Come Vittorini prima e come Don De Lillo parecchi anni più tardi, una sola parola evoca gli scenari più disparati: metropoli congestionate, avanguardie, ma anche periferie con case di legno e statue piantate nel deserto. Un continente, in breve.

Gli scatti che Frank realizza per questa serie sono 83: non moltissimi, ma sufficienti per dipingere il suo personalissimo viaggio on the road, compiuto tra il 1955 e il 1956 attraversando ben 48 stati diversi. Naturalmente un’impresa simile non può lasciare indifferenti i cantori della Beat Generation, tanto che la prima edizione de Gli Americani viene commentata nientemeno che da John Kerouac. “Live, travel, adventure, bless, and don’t be sorry”, aveva intimato ai suoi lettori; e il fotografo sembrava aver preso alla lettera il consiglio, fortunatamente per lui e per noi.

Nel corso degli anni Gli Americani è diventato una pietra miliare non solo della fotografia, ma anche di tutto ciò che riguarda le stelle e strisce. Perché Frank ha immortalato di tutto: politici affacciati al balcone con lo stesso sguardo assetato di potere del Citizen Kane di Orson Welles, funerali rigorosamente colored, statue di San Francesco all’ingresso di un autogrill, grandi magazzini con corone di fiori ed abiti da sposa in saldo.

Abiti da sposa, come il tailleur che fa brillare gli occhi della ragazza di Municipio, scattata a Reno, Nevada, nel 1956: lui guarda dritto nell’obiettivo, lei fissa un punto fuori campo. Entrambi sfoggiano un sorriso un po’ imbarazzato, come a dire “ma che ci faccio qui?”, però tutto sommato pronti all’avventura. Non ci sono amici o parenti vicino a loro, stranamente. Un matrimonio riparatore, forse – non dimentichiamo che siamo negli Anni Cinquanta. Lei si è messa comunque il suo vestito migliore: in fondo, è pur sempre un matrimonio. Il suo matrimonio. Già, ma il dopo? Cosa si cela dietro il finale da fiaba? Per quanto dura il “felici e contenti”? Per sempre? Dubito.

La cosa più probabile è che i due giovanotti di belle speranze siano diventati la tipica coppia middle-class: lei casalinga un po’ cicciottella, lui impiegato afflitto dalla calvizie incipiente, una villetta, due figli, un cane, qualche frustrazione e parecchi rimpianti. Ma tutto sommato sereni, o meglio: pacificati.

Questo attraverso la piatta lente della realtà. Ma a proposito di Americana e americanismi: cosa accadrebbe se a raccontare la loro storia fosse un cantore di quei luoghi? Di quelle cittadine sorte in mezzo al nulla del deserto del Nevada, di quei bar con juke-box e sandwich al tacchino, di quelle periferie dove il barbecue è l’unico antidoto alla noia? Non uno spensierato Kerouac, ma un Raymond Carver, mettiamo, che mentre Robert Frank scattava era intento a scrivere dei racconti che sarebbero entrati nell’olimpo della letteratura? Una cosa del genere, suppergiù, sperando che nel frattempo il vero Carver non si rivolti nella tomba:

Alcool, per prima cosa. Lo stesso di cui aveva avuto bisogno, tanto tempo fa, per affrontare quel giorno. Il suo personalissimo D-Day. Era bella, lei, quel giorno. Nulla da dire. La pancia non si vedeva ancora, sotto quelle stoffe damascate. Nessuno era venuto al loro matrimonio: né gli amici, né i parenti. Neppure il prete aveva accettato di celebrarlo; municipio, dunque. Accanto al casinò, come a ricordargli che la loro unione era frutto del peccato, come l’avevano definita i loro scandalizzati genitori. Ma si sentivano forti, allora. Pensavano che ce l’avrebbero fatta contro tutto e tutti. Il fotografo sembrava della stessa opinione. Affittato per l’occasione, non avevano potuto permettersi altro che un solo scatto: facci belli, gli avevano chiesto. E in qualche modo lo erano: stupiti, imbarazzati, ma belli. In qualche modo sembrava tutto perfetto, in quel mattino insolitamente caldo.

Poi gli anni erano passati: faceva sempre caldo, erano sempre soli, ma non erano più così belli. Lei non entrava più in quel vestito; a lui il sorriso era svanito. Anche la pancia di lei non c’era più; e nemmeno il bambino. Non era mai arrivato. Una banale complicazione, e ciò su cui avevano costruito – avevano iniziato a costruire – la loro famiglia era sparito. E con quello, era come se se ne fosse andato anche l’affetto che c’era tra loro. Amore, no; non c’era mai stato, probabilmente. Se non ci fosse stata quella pancia inaspettata, non sarebbero mai andati in quel municipio, e non si sarebbero mai scattati quella foto. Se fosse stato un bene o un male, ormai non era più in grado di dirlo. A questo pensava, mentre frugava nella dispensa alla ricerca di un bicchiere. Chissà dove diavolo li aveva nascosti, lei. Li nascondeva sempre, da qualche tempo. Come se volesse toglierli l’ultima, residua soddisfazione. Mentre si abbandonava a questi pensieri, un piatto gli scivolò di mano e si ruppe. Poco male, si disse, anzi, ben le sta. Guardò meglio: era uno dei piatti del servizio buono, quello che le aveva regalato lui per il matrimonio, quasi indebitandosi. Non raccolse i cocci, né li nascose. Fu in quel momento che un sorriso tornò, dopo tanti anni, a solcargli il volto; ma non era lo stesso di quel giorno lontano. Storto, affaticato, a metà: più una smorfia. Eppure, era da una vita che non si sentiva così appagato. Alcool, si ripeté, e indossò il soprabito, pronto per uscire da quella casa con poche fotografie e troppi cocci.

Sprigionerebbe insomma la tipica allegria di questi scrittori tanto bravi quanto depressi capaci, parlando del nulla, di svelare gli abissi più reconditi dell’animo umano. Carver morì giovane, ma per fortuna qualcuno raccolse la sua eredità, trasferendola a quell’arte che proprio in America ha visto la gloria: il cinema, che domande. Il regista in questione è Robert Altman, e il suo America Oggi, carrellata di tutti i migliori personaggi di Carver, è un affresco bellissimo e indigesto dell’America più profonda. Lo sguardo di questo cineasta, tuttavia, è tipicamente europeo, tant’è che è molto più apprezzato nel vecchio continente rispetto alla madrepatria; destino che condivide con un altro gigante della cinepresa, sebbene dallo stile diversissimo. Ve l’avevo detto che saremmo tornati su Woody Allen, no?

Pensate a quanto sono vari, gli Stati Uniti: la stessa fotografia in mano a un Carver o a un Altman sarebbe il preludio a una tragedia, mentre se maneggiata da un Allen potrebbe diventare un capolavoro di umorismo metropolitano e un po’ yiddish. A differenza di Carver, Woody Allen è ancora tra noi: qualora volesse farmi uno squillo per dirmi che lui è molto più bravo, sono a disposizione – astuta mossa per ottenere il suo numero. Ah, ovviamente Lui balbetta un filino.

Lui: “Sai, ripensandoci non credo sia stata una buona idea.”

Lei: “È un po’ tardi per avere dei dubbi, che dici?”

Lui: “Ma così, in un municipio in mezzo al nulla … Io non ero mai neppure andato in metro fino al Bronx prima d’ora!”

Lei: “Ottimo, vedilo come un modo per espandere i tuoi orizzonti. Un weekend sabbatico.”

Lui: “Un weekend sabbatico?”

Lei: “Che c’è? Se lo dici in università è un’esperienza da mettere nel curriculum e se lo dici ora non va bene?”

Lui: “Ma in quelli organizzati dall’università abbiamo convegni, workshop … Oh Dio.”

Lei: “Cosa?”

Lui: “In università. Come faccio a spiegare quello che sto facendo ai miei colleghi in università?”

Lei: “Dì che stai facendo un esperimento sociale. Una ricerca antropologica.”

Lui: “Cosa? No, non se la bevono.”

Lei: “Li sopravvaluti.”

Lui: “Ho pure perso gli occhiali. Non vedo niente, dove sono i miei occhiali?”

Lei: “Li ho buttati.”

Lui: “Eh?”

Lei: “Sì, non si addicevano al contesto.”

Lui: “Non si addicevano al contesto? Ma io non ci vedo!”

Lei: “Suvvia, basta fare l’ipocondriaco.”

Lui: “Vorrei vedere t …”

Lei: “Oh guarda, un fotografo! Chiediamogliene una, dai!”

Lui: “Ma abbiamo già pagato il tassista, e i vestiti a noleggio, e …”

Lei: “Davvero vuoi iniziare la nostra vita insieme così?”

Lui: “Ecco, è proprio del concetto di vita insieme in generale che vorrei parlassimo …”

Lei: “Dopo, dopo! Ora say cheese!”

Lui: “Ma non hai nemmeno guardato nell’obiettivo!”

Lei: “Oh, l’orologio del fotografo è così bello, mi ha distratto! Che dici, ne prendiamo uno così anche per te? Per questo giorno speciale!”

Lui si passa la mano fra i capelli, accenna un mix di tic nervosi, guarda fisso in camera e dice qualche massima filosofica e autoironica sul senso della vita. Fine.

L’America: così diversa, così multiforme. Così materiale da romanzo. Da film. E da canzone, anche. E a tal proposito, uno che probabilmente, a differenza di Woody Allen, non ha mai balbettato in vita sua, e che di jeans, autostrade e stelle e strisce ha fatto la sua fortuna: Bruce Springsteen, chi altro? Born in the U.S.A., a differenza dei primi due non hai mai guardato al resto dell’Occidente, se non per farci qualche concerto; la sua poetica è intrisa di America fino al midollo. Thunder Road, Sherry Darling, Hungry Hearts: molti dei suoi testi potrebbero essere il sottofondo al Municipio di Robert Frank. Qualcosa del genere, più o meno – e qui, se Mr. Springsteen volesse maggiori delucidazioni sono dispostissima a fornirgliele previo concerto privato nel salotto di casa mia.

Oh baby / We ain’t no lucky / But hey I’ve got some beer / And you are kinda pretty tonight / So why don’t we have some fun / You see the night is bright / And we can shine more than the stars / Let’s take a picuture of us / Let’s go to the Reno club / Lalala / Heyheyhey / Lalala…

Non è un poeta, non ci illumina su questioni di metafisica, non ha la conoscenza del vocabolario di Shakespeare. Eppure accidenti, non riuscite a star fermi quando lo sentite. Questa è l’America: polvere, noia, disperazione, ma anche energia, umorismo, linguaggio. Tutti gli elementi che possono dar vita al Grande Romanzo.

E gli esercizi di stile potrebbero continuare all’infinito: Hopper che prende la stessa fotografia e ne fa un quadro impregnato di luce e solitudine, David Foser Wallace che ci scrive un racconto in cui i due alla fine si suicidano ridendo, Shonda Rhimes, ché gli Stati Uniti sono anche, e soprattutto, cultura popolare, che ci costruisce uno sceneggiato da duecento puntate.

Naturalmente non sono l’unica ad essere stata sedotta da tutto questo: l’ultimo in ordine di tempo è Luca Briasco con, indovinate, Americana, raccolta uscita nel novembre 2016. E la splendida Fondazione Forma, in Via Meravigli a Milano: dove potete ammirare, fino al 19 febbraio, proprio Municipio, insieme agli altri ottantadue scatti della serie di Robert Frank. Andateci, e di emulazioni di quel grande emulatore di Raymond Queneau ve ne verranno in mente tantissime. Perché l’America non ha bisogno di diventare great again: in qualche modo, lo è sempre stata.

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Francesca Berneri
Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all'Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l'opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l'Institut d'Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".