CONDIVIDI

«Raccontami un segreto» mi chiede Diane.

Che cosa vuole sapere? O che cosa sa e come lo ha saputo?

«Raccontami un segreto» non è una cosa che si chiede tutti i giorni, nessuno ti guarda e ti chiede una cosa che tieni nascosta perché non si veda.

Forse la sua è una provocazione o una supposizione.

Tutti abbiamo un segreto si dice, ma poi nessuno ti chiede quale sia, perché è una cosa che teniamo stretta.

Lei vuole che io scopra le mie rughe, che mi metta nudo mostrandole quello di cui mi vergogno, quello che inevitabilmente ho dovuto affrontare e che poi ho nascosto con cura.

Ho paura, ho la sensazione che la scatola dentro al mio stomaco, in cui nascondo i miei segreti, abbia una perdita e che Diane sia in grado di vedere quello che è fuoriuscito.

Eppure non ricordo di averle mai detto nulla di così intimo, personale e scomodo.

Diane continua a fissarmi e aspetta che io dica qualcosa, ma la lingua è ferma, il corpo gelato e la mente corre rapida da un ricordo all’altro senza darmi tregua.

Risento quell’odore, improvvisamente risento quell’orribile puzza e mi arriva diretta al cervello l’immagine di quel corpo sull’asfalto, sporco di sangue e immobile in una posa ridicola.

Devo prendere tempo, mi accendo una sigaretta. Ho bisogno di qualcosa che tenga occupate le mie mani e riempia le mie narici, allontanando quell’odore che non vorrei mai più sentire.

Lo avevo quasi dimenticato quel segreto, lo avevo chiuso così bene e spinto talmente in fondo nella scatola che ero sicuro non ne sarebbe più uscito, ma non avevo considerato le correnti e l’irruenza di una semplice domanda in un pomeriggio di Agosto.

Potrei mentire, creando un evento nel mio passato che sia abbastanza fedele a qualcosa che ho vissuto e renderlo un po’ drammatico per dargli credibilità. Potrei immaginare un segreto e servirglielo qui, adesso, con sentimento e liberarmi di questa cazzo di domanda. Potrei farlo, ma poi ora che sono dentro ai suoi occhi qualcosa mi dice di non farlo, perché forse è il momento di svuotare quella scatola, di dare a qualcun altro, almeno per un po’, questo peso che porto dentro da anni.

E poi Diane è una donna speciale.

Che cosa devo a questa donna? Le ho dato affetto, rispetto, tempo e mi sono dedicato a lei come nessun altro uomo ha mai fatto. Certo non siamo né mai saremo amanti, ma la differenza è puramente fisica. Amo la sua mente, amo le sue rughe delicate, quelle che affiorano quando cambia repentinamente espressione e amo ogni parola di conforto che mi ha regalato. Rimarrei ore con lei, nascosto e protetto dal presente, che non fa altro che chiamarmi perché devo essere lì, pronto a fronteggiarlo, anche se non mi sento mai realmente pronto.

Sono sempre stato sincero con lei, mai una bugia, un’alterazione della verità, ho solo omesso quello che non dico neppure a me stesso, le ho dato Marco così com’è adesso a quarant’anni, con i capelli ancora neri e senza un amore.

Quando si ama una persona non è detto che si debba dare tutto e non dare tutto non significa essere meno sinceri. Ti do tutto quello che posso, quello che anche io riesco a sopportare, non voglio darti quello che non vorrei avere perché sarebbe troppo.

C’è un giusto peso che si può sopportare oltre al quale le forze vengono meno e si cede, e io non voglio che Diane ceda sotto il peso di qualcosa che solo io devo portare.

Ma adesso devo rispondere, ho preso già troppo tempo.

«Sei sicura di volere un segreto Diane?» chiedo seriamente.

I suoi occhi sono lì, pronti ad entrare nei miei e adesso che lo fanno ho quasi meno paura, quasi.

«Certo che lo voglio» mi dice e le sue piccole rughe sorridono.

«Va bene, ti darò il mio segreto allora».

«Ti ripagherò con la stessa moneta Marco» e mi fissa, ora le sue rughe non sorridono.

Che voglia sapere qualcosa da me per poi dirmi qualcosa di lei? E’ questo il tuo gioco Diane? Che cosa cazzo succede?

Per la prima volta mi sembra di non conoscerla bene, ma la mia voce mi sorprende prima che io possa continuare a dubitare.

«Avevo diciassette anni, era novembre e ancora non faceva troppo freddo. Andavo e tornavo da scuola a piedi. Ci mettevo venti minuti a tornare a casa, a volte rimediavo anche un passaggio, ma più spesso camminavo. Facevo sempre la stessa strada, un po’ isolata a tratti. A quei tempi non c’erano tutti i palazzi che ci sono oggi, ma c’erano ampi campi pieni di animali. Mi piaceva guardare le pecore, i cani sciolti che le inseguivano, gli alberi e quegli steccati fragili che pretendevano di bloccare il passaggio. Ero quasi a metà strada quando sentii una voce flebile».

«Aiuto» e poi un roco.

«Fai silenzio troietta», rallentai il passo.

Quella voce veniva da dietro una macchina parcheggiata.

Il cuore sembrò urlarmi nel petto, attraversai la strada incerto e vidi un uomo di mezza età con i pantaloni calati e un altro corpo minuto sotto di lui.

Se quell’uomo si fosse girato mi avrebbe visto.

Ero spaventato, mi tremavano le gambe e continuavo a guardare quei corpi uno sull’altro, dovevo fare qualcosa, volevo fare qualcosa ma scappai, mi voltai e corsi veloce senza mai girarmi. Avevo appena assistito ad una violenza sessuale e invece di aiutare, io correvo a casa.

La testa mi bruciava, il petto mi stava per esplodere, mentre le gambe cercavano di portarmi più lontano possibile da quell’inferno.

Mi devo fermare adesso. Guardo Diane, mi fissa e il suo sguardo sembra essere meno duro.

«Eri solo un ragazzo Marco» dice.

Ci accendiamo una sigaretta io e Diane.

«Non raccontai nulla a nessuno, mi chiusi in camera e mi sedetti sul letto. La testa sembrava scoppiarmi, le gambe erano indolenzite per la corsa e ancora non riuscivo a respirare bene. Quei corpi si erano tatuati nel mio cervello, continuavo a vederli e non riuscivo a smettere di pensare. Ero terrorizzato, ero scappato e mi facevo schifo. Avrei potuto colpire quell’uomo, urlare, chiamare qualcuno e l’unica cosa che invece ero stato in grado di fare era stato correre via come un vigliacco».

E’ uscito dalla scatola, sento l’odore di quel giorno addosso, sento la fatica della mie gambe e il respiro è veloce, quasi avessi di nuovo corso per tirare fuori quel segreto.

Fisso Diane e lei ricambia il mio sguardo, ma sembra inespressiva adesso.

Che cosa penserà ora di me Diane? Mi faccio schifo e ora che ho buttato la parte più sporca di me davanti a lei non ho quasi il coraggio di guardarla. Ma lei mi sorprende, nessun giudizio, ma queste parole:

«Marco, come promesso adesso ti racconto il mio segreto» e  mi fissa rigida, dura come non l’ho mai vista.

«Era Novembre e non faceva troppo freddo. Tornavo a piedi da scuola. La strada era isolata a tratti, al tempo non c’erano tutti i palazzi che ci sono adesso. Al lato della strada c’era qualche macchina parcheggiata. Passavo dietro le macchine per paura di camminare in mezzo alla strada. Mi piaceva passeggiare. Per arrivare a casa, ci mettevo circa venti minuti. Osservavo i campi, e mi perdevo tra i miei pensieri di adolescente. Ero innamorata dei colori, degli odori e di tutte le cose che ancora non conoscevo ma già desideravo».

Improvvisamente un rumore alle mie spalle e un dolore acuto, caddi per terra e sentii qualcosa di pesante franare su di me bloccandomi. Provai a divincolarmi, ma non ci riuscii.

«Non dire nulla o ti ammazzo» disse una voce maschile nel mio orecchio

Sentii le sue mani frugarmi addosso, scendere veloci verso i miei pantaloni e tirarli con forza. Mi faceva male, i pantaloni non volevano abbassarsi, sentivo la pelle tagliarsi con la cerniera. Ero immobile, non riuscivo a respirare, la paura mi stringeva la gola.

I pantaloni scesero e con loro le mutande. Il mio viso era schiacciato sull’asfalto e sentivo quel maledetto odore di sporco entrare, sentivo che mi camminava dentro insozzando ogni parte di me. Il peso di quella bestia sulla schiena, il suo alito affannato sul collo, il rumore della sua cerniera che si apriva. Chiusi gli occhi.

«Aiuto» sussurrai e mi arrivò un pugno sulla nuca.

«Fai silenzio troietta» mi alitò nell’orecchio, sentii l’odore acre di vino e la sua saliva che mi colava sul collo. Mi allargò le gambe, i pantaloni alle caviglie mi facevano male, cercai di resistere come se non aprendo le gambe potessi sentire meno dolore, meno paura. Le sue ginocchia dure mi allargarono le cosce con forza e poi uno strappo, una lacerazione ed una intensa fitta, mi penetrò.

Non feci in tempo ad urlare che mi tappò la bocca con forza e poi cominciò a spingere, lo sentivo ansimare e mi bloccai.

Improvvisamente tutto si fermò. Il silenzio calò nelle mie orecchie, il corpo non sentì più alcun peso e il dolore sparì in fretta, così come era arrivato.

Non so come, ma all’improvviso mi allontanai, io non ero più in quel corpo.

Scappai, le mie gambe correvano veloci, il vento non si opponeva alla mia corsa e il cuore smetteva di battere per la paura e cominciava a contare veloce i passi che mi separavano da casa, dalla mia camera, dal mio letto.

Finalmente a casa, non raccontai niente a mamma e papà. Entrai in camera mia, sentivo ancora la paura. Non avevo potuto far altro che lasciare il mio corpo sull’asfalto in quella posizione ridicola con qualcuno sopra che lo usava quasi fosse il suo. Le gambe mi facevano male per la corsa, non riuscivo ancora a riprendere fiato e le pulsazioni non rallentavano, eppure la mia camera adesso si stringeva intorno a me e chiudeva fuori quello sconosciuto e il mio corpo usato.

Diane tace e mi fissa. Ci tremano le mani. I nostri occhi si muovono all’unisono cercando gli uni negli altri quella scatola per chiuderla di nuovo. Ma lo stomaco è lontano da noi e ormai è uscito tutto quello che doveva uscire.

«Grazie Diane, sei stata una amica fedele» dico, lei mi sorride e si allontana.

Dopo venti tre anni Diane va via.

Sono rimasto solo io e il mio riflesso nello specchio e sembra che l’assenza di Diane qui di fronte a me abbia spento qualsiasi voglia di parlare ancora.

E’ ora di lasciarci per sempre amica mia.

Mi sfilo la parrucca, stacco queste ciglia finte e con una salvietta comincio a levare questo pesante trucco che mi ha così ben nascosto per anni, coprendo tutti i segni del passato che ora è tornato prepotente a riprendere ciò che gli è sempre appartenuto.

E’ ora che io sia solo Marco e che lasci Diane su quell’asfalto sporco con il mio corpo da adolescente.

Quanta sincerità si può mai sopportare, bisogna fare attenzione che poi i corpi cedono sotto il suo peso. Non ho mai mentito neanche a me stesso, ho solo omesso qualcosa. Adesso è Diane che ho chiuso nella scatola dei ricordi sul fondo del mio stomaco, finché qualcuno mi chiederà di raccontargli un segreto e chissà se mai aprirò ancora quella scatola.