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Interpretato da Francesca Grossi

Potrebbe essere entrato qualcuno, lo sento. I passi sembrano doppi. Suole multiple. Rimango sotto le coperte. I riscaldamenti riempiono l’aria di un confortante tepore, la bustina del tè penzola dalla tazza infreddolita. Non piove più. La danza delle gocce ha smesso di solfeggiare sui vetri. Penelope, la gatta, non mi scalda più i piedi, è acciambellata da qualche altra parte nella stanza. Sto in silenzio. Vorrei gridare il nome di mio figlio Massimo ad alta voce ma è andato via mezzora fa, non abita lontano, mi ha mandato un messaggio vocale: Siamo a casa, tutto ok, mamma. Notte.

I passi sono quattro. Un uomo ed una donna. Lei è magra, lui sembra abbastanza piazzato. Che fa? Accende una sigaretta. Che idiota. Sono al piano di sotto. Ho detto a mio figlio che voglio andare ad abitare in una casa disposta su un livello, sarebbe tutto più facile. Lui mi dice: «Piuttosto vieni a stare da noi.» Ed io: «Manco morta!» Ma mica glielo dico questo, lo penso solamente. Quello che gli dico invece è: «Ma caro non vorrei essere di troppo, d’altronde siete una giovane coppia di sposini.» E sorrido mostrando la mia luccicante dentiera nuova di zecca reclinando la testa fissando un punto imprecisato in mezzo a chissà cosa.

Le auto per le strade con le loro ombre disegnano nuvole sul soffitto nella camera da letto; nell’angolo un televisore balugina immagini elettriche di un tg di mezzanotte. Non ci posso credere, ma vi sembra questo il momento, diamine? Fate irruzione a casa della gente e cominciate a passarvi la lingua in bocca? E’ saliva quella che sento? blah. Con le dita del piede destro mi abbasso il collant della gamba sinistra. Mi prude dietro il polpaccio, mi do’ una grattatina con l’unghia dell’alluce. Ah che sollievo! Un piccolo momento di libidine, uno dei pochi attimi di godimento che mi sono rimasti, misurazione della pressione a domicilio di Dimitri a parte.

«Spegni ‘sta sigaretta. Se ‘a vecchia se sveja so cazzi.»

«Eddaje, l’urtima tirata.»

«Amò, fa mpò come cazzo te pare, ma sbrighite.»

«Ecchime. Fatto.»

«Ma che l’hai smorzata sur sofà? J’hai fatto un buco.»

«E sticazzi.»

«Che cafone. Questa è roba bona sa.»

«Ma come fa a accorgersene, è cecata!»

«Pure te c’hai ragione.»

Ma “ve piasse un bene” m’ hanno rovinato il divano buono. Ora chiamo la polizia.

Un tuono squarcia il silenzio, un lampo illumina la casa. Penelope con un balzo salta sul comodino e rovescia la tazza. Il tè finisce sul telefono che al contatto con il liquido non da’ più segni di vita.

Vuoi funzionare? Accenditi! Dannazione.

Ma… ma… queste sono… uova al tegamino… ma cosa… Stanno cucinando uova al tegamino nella mia cucina? Le “mie” uova al tegamino. Sì, proprio come le faccio io. Questo è burro, niente olio, il pepe sì e la noce moscata. Ma… come? E la scorza di arancia? Questa come la sanno? Ora scendo. O forse è meglio di no. Se è qualche male intenzionato?

 

Il letto ha una leggera inclinazione verso l’alto serve a facilitare la circolazione alle gambe. Afferro il telecomando per abbassarlo, non si sa mai dovessi scendere all’improvviso. Sotto il letto tengo un bastone di legno duro per ogni evenienza, meglio che lo metta sotto le coperte. Tasto a vuoto solleticando con le punte delle dite la moquette di pelo corto che ho fatto sostituire un paio di anni fa. Non riesco a trovarlo. Eppure fino a oggi pomeriggio c’era, ne sono sicura. Ho controllato prima di schiacciare il mio solito pisolino dopo pranzo. Strano. E come mangiano di gusto! Che sfacciati. Hanno aperto anche la bottiglia di vino rosso, senti che profumo? Ma cosa vogliono? E perché se la prendono comoda? Se solo mio figlio non mi avesse fatto staccare il telefono fisso di casa, invece: «Ma che ci fai, mammina, non serve più a niente ormai, solo a farti rompere le scatole dalle promozioni delle linee telefoniche?» Non ha tutti i torti, ma in casi come questi sarebbe stato di grande aiuto. Hanno aperto il cassetto dei coltelli. Quelli che ho vinto con i punti Masterchef della Conad, che poi neanche posso usarli, li avrei regalati a mio figlio, una volta morta, mica adesso. Come stridono uno sull’altro! Che fanno? Ne affilano la lama? Ad uno ad uno? Con che cura! Oh mamma mia! Oh Madre Santissima! Che vogliono fare? Aiuto. Aiuto. No, stai calma. Come fanno in televisione? Un lungo respiro. Uuuuu. Ecco. Un altro. Uuuuuuu. Un lungo respiro un corno, a me sale solo l’ansia. Ho un’idea: Alzo il volume della Tv così si accorgono che c’è qualcuno in casa. Ecco fatto. Più alto. Così. Ancora. Di più. Ancora un pochino. Perfetto, così dovrebbero sentire pure i sordi. Però così non riesco più a sentirli io e se non riesco più a sentirli io come faccio? Neanche mezzo minuto e il televisore smette, si spegne. Qualcuno ha staccato la spina. Passi di uomo che scendono le scale. Blocco il respiro e mi faccio ancora più piccola sotto le coperte, sparisco, ma loro sanno che ci sono. Mi ignorano. Pessima idea quella della televisione. Meglio escogitare qualche altro piano. Sol sol sol mi (tenuto), fa fa fa re (tenuto). Accidenti. L’inizio della quinta sinfonia di Beethoven. Nessun suonava più quel pianoforte da quando il povero Arturo ci ha lasciati. Buon anima. Sarebbe da riaccordare, è raccapricciante. Idiota, è l’ottava sbagliata. Lascia stare che è meglio. Un uccello urta la finestra a gran velocità schiantandosi sul vetro lascia una scia di sangue che cola fino al davanzale. Penelope la segue con la zampetta bianca al di qua del vetro, gli occhi gialli nel buio della notte. Cos’è questo sbattere di mobili? Sedie, tavolo? Oh mio Dio! Non staranno? E lei? Sentitela, quante storie, chi si crede di essere, pensa di essere in un set di un film porno? Ma smettila, meno scene. Dovevate sentire me ed Arturo, altroché. Mi metto le mani nelle orecchie, certe sconcezze, a casa mia? Un po’ voglio sentire però? Cosa? Dove? Come? O mamma mia? Ma è possibile? Quanto sarà che va avanti questa messa in scena, sette minuti? Stanno facendo finta. Tipico. Coppia esibizionista che ha bisogno di un pubblico per divertirsi. Ai tempi nostri si andava al cinema, nell’ultime file, tutt’al più, se qualcuno buttava un occhio, tanto meglio. Oh meno male. Hanno finito. No adesso pure la doccia. Nel bagno accanto alla mia camera da letto. E lui che fischietta e lei che canta Killin’ Me Sofly… ma che mi prendono per i fondelli?

«Amò me passì o’ shampoo?»

«Ma che t’hanno tajate ‘e mano?»

«Quanto sei acida? Ma che nun t’ho fatto divertì?»

«Ecchilo. Mela e cannella: Ma che è na tisana? Ma a vecchia chi ie li lava e capelli?»

«Viè Patrizia, quella che c’ha er negozio giù’ vicino ar pakistano che c’ha frutta?»

«E ‘a spesa ?»

«Iela portano?»

«E tutte l’artre cose?»

«Amò, ie fanno tutto. E’ cecata. E è ‘mpaccata de sordi. E’ servita e riverita come na regina.»

«Ma magari io, a regina sur pisello

«Ma che, quella era a principessa.»

«Quella che ad’era ad’era sempre sul pisello stava.»

Ma io queste voci le conosco! Anche se provano a fare questo dialetto che non gli viene bene neanche per niente. Ma non è che per caso…

L’acqua nella doccia smette di scorrere. Due ragazzi con gli asciugamani avvolti intono al corpo scendono le scale tenendosi per mano, lasciando impronte di piedi bagnati.

«Siete voi? Mi avete fatto prendere uno spavento! Venite su. Massimo? Cinzia?» Nessuna risposta.

Ma cos’è quest’odore? Che puzza! Ma… è fumo? Ragazzi? Al fuoco! Aiuto. Venite a prendermi, non posso muovermi. Aiuto. Qualcuno mi salvi! Al fuoco! Massimo? Cinzia? Aiuto! Nessuna risposta. Il calore aumenta. Le fiamme invadono il piano inferiore creando una cappa nel vano della scale. Penelope abbandona di corsa la camera da letto ai primi segnali di pericolo. Devo fare qualcosa. Nessuno può vedermi. Devo mettermi in salvo. In un modo o nell’altro. Faccio una balzo. Metto i piedi nelle pantofole che sono allineate al letto, infilo due dita nel bicchiere al centro del comodino e mi spingo in bocca la dentiera. Indosso il giubbetto pesante, cappello, guanti e sciarpe, mica mi voglio salvare da un incendio e poi beccarmi una polmonite. Allora come facevano vedere in televisione? Chiudere gli occhi e respirare dentro un panno umido. Una sciocchezza. Vado. Che razza di caldo. Per fortuna ho un’assicurazione coi fiocchi. Era da un sacco di tempo che volevo sbarazzarmi di tutte queste cianfrusaglie. Così in una volta sola mi tolgo il pensiero. Raggiungo con facilità l’uscita di casa. A parte qualche colpo ti tosse e un po’ di nero addosso sono tutta intera per fortuna. Faccio un po’ la parte. Ma non funziona. Avevo indovinato. Anche se non mi manca niente, un mezzo sesto senso l’ho sviluppato: quello di riconoscere degli idioti nel raggio di un kilomentro. Mio figlio e sua moglie.

«Bene, bene, bene. E quindi eravate voi. I teppistelli romanacci.»

«Mamma, ci devi delle spiegazioni.»

«Ah io. E perché?»

«Perchè?»

«Mamma tu, tu ci vedi?»

«Beh, sì e allora?»

«E allora? Per tutta la vita ho vissuto con la consapevolezza di avere una madre cieca e tu mi dici: allora?»

«Beh figlio mio, ti è mai mancato niente? No?»

«No, ma… »

«Ripeto, ti è mai mancato niente?»

«Ma che cavolo dici mamma? Hai mentito per tutta la vita?»

«Una piccola bugia non ha mai fatto male a nessuno. Siamo quello che siamo grazie a questa piccola bugia. Papà era molto orgoglioso di me.»

«Vuoi dire?»

«Certo, l’avevamo deciso insieme. Ero io che portavo i soldi a casa. E tu non fare la faccia da santarellina, ti ho sentita prima.»

«Non ci posso credere.»

«Allora, beh credici. Guardate c’è un sacco di fumo qualcuno avrà gia chiamato i vigili del fuoco. Qualche guardone del cazzo starà già alla finestra. Prima che finisca tutto a puttane e finiamo tutti nella merda, diamoci un grande abbraccio e riprendiamo a recitare da dove eravamo rimasti anche perché da come ho visto avete ancora molta strada da fare.»

I tre si abbracciano in mezzo alla strada umida. I lampioni illuminano la scena dall’alto. Penelope si struscia zigzagando tra i loro polpacci. Le sirene dei pompieri in lontananza illuminano la notte di blu ad intermittenza. Le chiome degli alberi danzano al ritmo dei capelli della famiglia mossi dal vento.