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«Durante l’orgia la faccia appare devastata e sfatta; cessa di essere specchio dell’individualità e centro dell’espressione della persona; si trasforma in una semplice parte del corpo, il cui aspetto nudo e incontrollato non supera affatto, in quanto ‘immagine e somiglianza’, quello di una spalla o di un deretano.»

 

Così G. Anders, nella sua opera datata 1956 Luomo è antiquato, descrive l’esito apportato alla società dalle nuove tecnologie del suo tempo. Se la critica del filosofo era soprattutto incentrata su apparecchiature come il televisore e la radio, nell’attuale XXI secolo tale invettiva può e deve essere ampliata e ricontestualizzata. L’avvento dello smart-phone e il suo assiduo rinnovamento conducono necessariamente a una differente trattazione dell’immagine rispetto a quella che era la sua divulgazione mediatica nel secolo scorso. Il nostro tempo è caduto vittima di una virale patologia, ormai radicale, l’Iconomania: l’esigenza di divenire e farsi immagine. All’indomani del secondo conflitto mondiale migliaia di cittadini notavano dinanzi a loro enormi cartelli pubblicitari raffiguranti le star del momento. Di fronte a tali “mirabili visioni” nasceva negli osservatori un senso di impotenza e invidia. Impossibilitato a essere sotto gli occhi di tutti come i suoi idoli televisivi, l’uomo giaceva nell’impedimento d’essere giudicato e apprezzato dalla globalità da un punto di vista estetico. L’avvento del social media, con l’ausilio dello smart-phone, ha posto fine a questo tale senso di frustrazione. L’immagine multimediale per eccellenza, il selfie, ha permesso all’individuo la fuoriuscita dal proprio stato di minorità, gettando quelle forme, a lungo rimaste nell’oblio, dinanzi agli occhi del mondo.

«Se paragoniamo la proposizione con un’immagine, dobbiamo tener conto se la paragoniamo con un ritratto (un’esposizione storica) o con un quadro di genere. E tutti e due i paragoni hanno senso. Se guardo un quadro di genere esso mi ‘dice’ qualcosa, anche se io non credo (mi figuro) neppure per un momento che gli uomini che vedo rappresentati in esso esistano realmente, o che uomini in carne ed ossa si siano davvero trovati in questa situazione. Ma, e se chiedessi: Allora che cosa mi dice?» (RF 522). Wittgenstein all’interno delle Ricerche Filosofiche distingue fra “ritratto”, che espone il proprio significato logico, accertando la propria verità o falsità, attraverso un confronto con il mondo (come esposto nel Tractatus logico-philosophicus), e “quadro di genere” che differenzia le proprie funzioni in autoreferenzialità ed eteroreferenzialità. La prima esprime la tautologia dell’immagine: «l’immagine mi dice se stessa […] vale a dire, ciò che essa mi dice consiste nella sua propria struttura»; essa non espone nulla di nuovo sul mondo se non le sue “forme e colori”. La seconda, differentemente, permette di individuare l’intimo rapporto che l’immagine può instaurare con il mondo e con l’altro, in modo che essa non ricada nella vuota, immutabile e ovvia oggettività delle proprie forme. L’eteroreferenzialità è ciò che autenticamente dà valore al quadro di genere poiché permette l’intimo aggancio fra opera d’arte e vita in cui la prima coglie l’invisibile, il non esplicito della seconda in un continuo fluire di interpretazioni intente a individuare il non-rappresentabile che l’opera d’arte cerca di rappresentare. La concezione wittgenesteiniana di immagine, indubbiamente affine alle teorie estetiche di Adorno, muta di connotati dal passaggio fra arte moderna e arte contemporanea. Infatti, mentre nella prima era presente una netta distinzione fra arte e vita (l’opera artistica infatti assumeva un proprio carattere monumentale, autonomo e indipendente in forza della propria eteroreferenzialità), la seconda fonde arte e vita impostando la propria espressione artistica sul senso dell’effimero, del fugace, del temporale. L’opera d’arte diviene un’ esperienza momentanea destinata a un pubblico di nicchia presente durante l’esposizione. Di essa, in seguito alla propria messa in scena, non rimarrà più nulla, se non una documentazione affidata alle riprese dei nuovi media.

In che modo le teorie di Wittgenestein, assieme ai criteri dell’arte contemporanea, possono essere affini all’immagine multimediale e ancora di più al selfie? Quest’ultimo assolve indubbiamente il proprio carattere tautologico: espone se stesso, le proprie forme, i propri colori e men che mai dice qualcosa sul mondo. In contrasto con l’autoreferenzialità, lo studio riguardante l’eteroreferenzialità appare più difficoltoso, infatti verrebbe da chiedersi come sia possibile per un selfie avere un aggancio con il mondo. Come si può concepire che una tale tipologia di immagine possieda un’interpretazione e un rimando all’altro mostrandone il “non-rappresentabile”? Ebbene un occhio attento può esporre ciò che indirettamente il selfie non vorrebbe dire. Attraverso l’“Iconomania”, l’individuo brama il divenire immagine. Un tal senso d’appetito è mosso dall’esigenza di essere osservato dalla globalità e, ancor di più, venir approvato e giudicato da quest’ultima. Il favore e il consenso che essa esprime nei confronti delle nostre più disparate forme estetiche induce il fotografato a incrementare la propria bellezza con il fine d’ottenere un maggior quantitativo di approvazioni multimediali. L’indole narcisistica insorge e si sviluppa in forza dei “tassi di gradimento”, i così detti like, la cui sommatoria rende preziosa la merce esposta in vetrina o, per meglio dire, in “bacheca”. Il feticismo per i tassi di gradimento invita l’uomo a essere assiduamente partecipe con le proprie forme all’interno del social media, attraverso le quali sarà intento ad ammaliare la globalità. Un numero sempre maggiore di consensi (like) aumenterà il senso di potere che l’individuo presume di possedere all’interno della dimensione multimediale; consequenzialmente al narcisismo insorgerà l’ebbro senso dell’onnipotenza dove la popolarità, conferita dai numerosi “tassi di gradimento”, condurrà a una fallace credenza di dominio. Superiore in fama alla maggioranza della società, la persona vittima della propria narcisistica onnipotenza proietterà scioccamente il proprio presunto potere dal multimediale al reale, andando a incrementare gli squilibri sociali che l’“Iconomania” stessa tende ad apportare. Come Nietzsche afferma in Umano troppo umano: «Viviamo in un’epoca in cui la società rischia di andare in rovina ad opera dei mezzi della società».