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Mi piace pensare che […] il suo personaggio

cavalchi ancora “nelle plaghe della Mancha

GUCCINI

 

Il cavaliere dell’eterna gioventù 

seguì, verso la cinquantina,

la legge che batteva nel suo cuore.

HIKMET

“[…] e nell’agosto 1571 era soldato nella compagnia di Diego de Urbina, del terzo[i] di Miguel de Moncada. A Napoli la compagnia di Diego de Urbina s’imbarcò sulle galere al comando del Marqués de Santa Cruz, dirette a Messina, dove si riunirono le flotte spagnola, veneziana e pontificia che formarono la grande armata che, agli ordini di don Juan de Austria, sconfisse i turchi a Lepanto il 7 ottobre 1571. Disponiamo di notizie molto precise circa la condotta e la partecipazione di Cervantes in questa memorabile battaglia, che ricorderà per tutta la vita con orgoglio. Nell’inchiesta di Madrid del 1578, su petizione del padre, Rodrigo de Cervantes, prestò dichiarazione, fra altri testimoni, l’alfiere Gabriel de Castañeda, il quale affermò «che al tempo e nel frangente in cui l’armata turca fu identificata dalla nostra armata spagnola, il tale Miguel de Cervantes stava male, con febbre, e il qui presente testimone vide che il suo capitano [Diego de Urbina] e altri suoi amici gli dissero che, giacché stava male, non combattesse e si ritirasse sotto coperta della detta galera [la Marquesa], perché non era in condizione di combattere; e vide allora il qui presente testimone che il tale Miguel de Cervantes rispose al detto capitano e agli altri, i quali gli avevano detto quanto sopra riportato, molto adirato: “Signori, in tutte le occasioni di guerra che fino ad oggi si sono presentate a Sua Maestà, e nelle quali mi si è chiamato in causa, ho servito molto bene, da buon soldato; e pertanto ora non sarò da meno, malgrado sia ammalato e con febbre; vale più combattere al servizio di Dio e di Sua Maestà, e per loro morire, che scendere sotto coperta” e che il capitano lo mandò nella zona e nel luogo che fosse più pericoloso, e che lì combattesse o morisse, come egli aveva dichiarato. E così il detto capitano gli assegnò la postazione della lancia con dodici soldati, dalla quale, vide il qui presente testimone, combatté molto valentemente, da buon soldato, contro i detti turchi, fino a che ebbe termine la detta battaglia, dalla quale uscì ferito al petto da un’archibugiata e alla mano, che fu compromessa. E saputo dal detto signore don Juan [de Austria] come egli aveva agito bene, gli accrebbe di quattro o sei scudi la sua paga.»

A Messina Cervantes si curò le ferite infertegli a Lepanto, ma la mano sinistra gli rimase per sempre anchilosata. Nell’aprile dell’anno 1572 s’incorporò nella compagnia di don Manuel Ponce de León, del terzo di don Lope de Figueroa – reso immortale da Calderón de la Barca nell’Alcalde de Zalamea –, prese parte alle spedizioni navali di Navarino (o Pylos, nel Peloponneso), La Goletta di Tunisi (1573) e ad altre varie azioni. In seguito il terzo fece vita di guarnigione in Sardegna, Lombardia, Napoli e Sicilia.

Faceva da Napoli ritorno in Spagna sulla galera Sol, con le lettere di raccomandazione di don Juan de Austria e del duque de Sessa, quando il 26 settembre del 1575, all’altezza di Palamós, di fronte alla costa catalana, si diresse verso di loro una flottiglia turca comandata dal famoso corsaro Arnauti Mamí, rinnegato di origine albanese, e dopo uno scontro, nel quale perirono il capitano della galera e diversi spagnoli, furono fatti prigionieri Miguel de Cervantes e suo fratello minore Rodrigo, il quale era a sua volta da tempo soldato in Italia.

Ad Algeri, Cervantes fu assegnato, come schiavo, a Dali Mamí, corsaro di origine greca che su una galera di sua proprietà aveva partecipato, agli ordini di Arnauti Mamí, all’assalto della Sol.

Cinque anni rimase Cervantes prigioniero ad Algeri, dura tappa della sua vita che conosciamo con una certa minuzia di particolari grazie al libro di frate Diego de Haedo Topografía e historia general de Argel, che fu pubblicato nel 1612; ai testimoni che deposero in suo favore in diverse inchieste tenutesi in Spagna e in occasione del riscatto, e ai racconti dello stesso scrittore contenuti nella Galatea, nel Quijote e nel Persiles come pure alle sue commedie Los tratos de Argel e  Los baños de Argel, sebbene in queste versioni letterarie non vada ricercato un rigore adeguato ai fatti, quanto la resa perfetta dell’ambiente algerino e dello spirito degli spagnoli prigionieri.

Scoperte in possesso di Cervantes le lettere di raccomandazione di don Juan de Austria e del duque de Sessa i turchi ritennero che il nostro scrittore fosse persona importante e per la quale si sarebbe potuto ottenere un sostanzioso riscatto, e ciò contribuì a rendere le sue sorti più penose e la sua liberazione più ardua. Cervantes si prefisse di fuggire da Algeri e con questo proposito fece quattro tentativi, che fallirono. Il primo tentativo fu nel gennaio del 1576, e fallì perché il moro che doveva condurre Cervantes e una dozzina di schiavi, fra i quali suo fratello Rodrigo, fino alla piazzaforte di Orán, li abbandonò durante la prima giornata, e i fuggiaschi, ignari della direzione, dovettero far ritorno ad Algeri, dove furono incatenati e vigilati più strettamente di prima.

I genitori di Cervantes, nel frattempo, facevano quanto potevano per ottenere la libertà dei loro due figli e avanzavano ogni sorta di petizione, e addirittura la madre si spacciò per vedova per ispirare più compassione. Sulla base di prestiti e mediante la vendita di parte dei loro beni raccolsero una certa quantità di ducati, nella speranza di riscattarli; ma quando si svolsero le trattative risultò che la somma non era sufficiente per comprare la libertà dei due, e Miguel preferì che si riscattasse suo fratello Rodrigo, il quale, effettivamente, ritornò libero in Spagna. Ma egli recava con sé un piano ideato da Miguel finalizzato a liberare lui e quattordici o quindici altri prigionieri. Si mise in esecuzione questo disegno, e alla fine del settembre del 1577 Cervantes si riunì con i suoi compagni in una grotta nascosta, in prossimità della costa, in attesa di una fregata spagnola che doveva recuperarli. Giunse, in effetti, la fregata, e per due volte tentò di avvicinarsi alla spiaggia, ma fu catturata e i cristiani nascosti nella grotta scoperti, a causa del tradimento di un complice, chiamato «el Dorador», originario di Melilla, che denunciò il piano completo. Cervantes dichiarò dinanzi al bey di Algeri, il veneziano Hasán Bajá, che egli era l’unico organizzatore e responsabile del tentativo di fuga, e che i suoi compagni avevano agito sotto la sua spinta. Hasán Bajá – che fu il secondo marito di Zahara, la figlia di Hajji Murad, che compare con il nome di Zoraida nel racconto del Prigioniero incluso nel Quijote – risparmiò la vita a Cervantes, ma lo rinchiuse in un «bagno», o presidio, caricato di catene, ove rimase per vari mesi.

Nel marzo del 1578 pianificò il terzo tentativo di evasione, riponendo le speranze nel raggiungere Orán via terra. Inviò lì un moro fidato con al seguito le lettere per don Martín de Córdoba, generale di quella piazzaforte, al quale si esponeva il piano e si richiedevano delle guide. Tuttavia il messo fu catturato, gli furono trovate le lettere e venne impalato. Nelle missive era dimostrato che colui che aveva tramato tutto era Cervantes, che le firmava, e fu condannato a ricevere duemila bastonate, sentenza che non si eseguì perché molti furono, tra i cristiani come tra i musulmani, coloro che intercedettero per lui, pertanto Hasán Bajá lo perdonò nuovamente.

Il quarto e ultimo tentativo di fuga Cervantes lo effettuò nel maggio del 1580, grazie ad una somma in contanti che approntò un mercante veneziano che si trovava ad Algeri, con la quale il nostro scrittore comprò una fregata in grado di trasportare sessanta prigionieri. Quando tutto era predisposto, uno fra coloro che dovevano essere liberati, l’ex domenicano dottor Juan Blanco de Paz, svelò tutto il piano ad Hasán Bajá. Cervantes, edotto del tradimento, dopo alcuni mesi di latitanza, si presentò dinanzi ad Hasán Bajá per farsi unico responsabile del piano. Egli gli risparmiò di nuovo la vita, ma lo fece recludere nel carcere del suo stesso palazzo, con ceppi e catene e strettamente sorvegliato.

A Blanco de Paz fece dare, come ricompensa per la sua delazione, uno scudo e una brocca con dello strutto.

In quel periodo giunsero ad Algeri i padri trinitari fra Juan de Gil e frate Antonio de la Bella. Questi partì con una spedizione di uomini riscattati, mentre fra Juan de Gil disponeva soltanto di 300 scudi che la famiglia di Cervantes aveva riunito per liberare Miguel, per il quale se ne esigevano 500. In vista di ciò, il frate si dedicò a raccogliere tra i mercanti cristiani la somma mancante, e la raggiunse quando Cervantes già si trovava con due catene e un ceppo su una delle galere con le quali Hasán Bajá partiva definitivamente alla volta di Costantinopoli, portandosi dietro fra i suoi beni e ricchezze il nostro scrittore. Grazie ai 500 scudi, tanto affannosamente riuniti, Cervantes ritornava in libertà il 19 settembre del 1580.”[ii]

Emblematica, a dir poco, dunque, la vicenda biografica cervantina, di cui il presente estratto non è che una parte, seppur cospicua. A questa seguiranno altre (dis)avventure, di natura varia e molteplice – dalle ristrettezze economiche ai problemi con la legge, dall’ingratitudine e l’astio percepiti a causa della mansione svolta (per campare Cervantes fa l’esattore d’imposte in giro per il Reino de Sevilla e l’adempimento del suo dovere gli procurerà tra l’altro la scomunica ecclesiastica), alla maldicenza popolare di cui lo scrittore è vittima a causa della sua convivenza (cristallina) con le donne della sua vita (leggasi sorelle, nipote, moglie, figlia), delle cui un po’ meno cristalline abitudini (in particolare di quelle delle sorelle) pagherà egli ingiustamente il prezzo.

Ma riprendendo da dove eravamo rimasti: dal momento della travagliata liberazione algerina passeranno venticinque anni prima che il Libro I del suo ineguagliato capolavoro veda la luce (a Valladolid, nel 1605).

Molto tempo – e molte traversie superate, svariate grazie ottenute, parecchi scudi sborsati – perché Miguel de Cervantes Saavedra diventi, per i posteri almeno, semplicemente Cervantes…

 

[i] Nella fanteria del Rinascimento, corpo di 2000-3000 uomini, costituito di un numero vario di compagnie (10-15-20), al comando di un maestro di campo; corrispondeva circa all’odierno reggimento (con questo sign., è calco dello spagn. tercio) –  http://www.treccani.it/vocabolario/terzo/

[ii] Martín de Riquer, Biografía de Cervantes, pp. 8-9, in Don Quijote de la Mancha, Planeta, 2005; traduzione dallo spagnolo, delle pagine indicate, a cura dell’autore del presente articolo.