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Decise di cominciare dalla cucina. Radunò intorno a sé stracci e spazzolone, mocio e spugne abrasive. E il suo detergente preferito, quello all’aceto, per la pulizia profonda. Finalmente poteva usarlo a volontà, senza doversi sorbire i rimbrotti di quella stronza.

Ne versò una dose esagerata nel secchio colmo d’acqua tiepida e se ne stette ad osservare con un sorriso di compiacimento le lente volute rossastre che lo sgrassatore produceva man mano che sprofondava nell’acqua azzurrina. Con un sospiro di soddisfazione prese il bastone col mocio nuovo fiammante e ne immerse i bianchi tentacoli nell’acqua profumata, procedendo poi a strizzarlo più volte con cura. I suoi movimenti, lenti ed armoniosi, tradivano il profondo piacere fisico che l’azione del pulire gli provocava. Cominciò a strofinare con vigore, cercando di raccogliere e diluire nell’acqua quel liquido denso e appiccicoso che imbrattava gran parte del pavimento. Lavorava con precisione e con metodo, accompagnando i movimenti con frasi pronunciate a mezza bocca, ma che risuonavano nitide nel silenzio ovattato della casa.

“Maniaco..” ripeteva tra sé e sé, “.. così io sarei un maniaco..”

Raccolto il grosso del liquido, passò alle spazzole e alle spugne abrasive, con le quali sfregò accuratamente gli spazi tra le mattonelle. Poi passò al battiscopa.

“Se ti dà tanto fastidio che io pulisca e metta in ordine” sbottò d’un tratto rivolto verso la sala da pranzo adiacente, “allora smettila di lasciare le cose in giro! Hai capito, puttana?” L’aria vibrò per la violenza della sua voce, ma dalla stanza accanto non giunse alcuna replica.

“Critiche, sempre critiche” continuò a voce più bassa, senza smettere di strofinare, “un uomo non può essere umiliato ogni giorno in questo modo..” Si alzò per svuotare il secchio in bagno. Uscendo dalla cucina, scavalcò il cadavere della moglie, attraversò la sala da pranzo e si diresse verso la porta che dava sul corridoio. Mentre passava accanto al corpo della figlia, il suo sguardo cadde sul tappeto persiano zuppo di sangue sul quale la ragazza aveva strisciato a lungo per cercare di raggiungere la porta d’ingresso.

“Duemila euro buttati..” pensò sconsolato. Poi guardò meglio. “Forse si può fare ancora qualcosa” mormorò, “devo vedere se mi è rimasto ancora un po’ di quel solvente..”. Svuotato e ripulito il secchio, pensò di prendersi una pausa. La sua schiena non era più quella di una volta, e aveva tutto il tempo che voleva davanti a sé: perché rischiare di farsi venire una lombalgia? Sedette in poltrona davanti al televisore finalmente spento e si accese una sigaretta. “Oh, scusami!”, esclamò alzando educatamente la mano in direzione della moglie, “non ti dispiace se fumo, vero?”. Non avendo registrato alcuna obiezione, aspirò con gusto le prime boccate, rilasciando poi una serie di impeccabili anelli di fumo nell’aria. Cercò di rilassarsi e di raccogliere le idee. Ripensando agli eventi delle ultime ore, si congratulò con se stesso per l’efficienza e la rapidità con cui aveva condotto le operazioni. Anche se si era trattato di una cosa improvvisata, decisa lì per lì, nessuno dei tre aveva avuto il tempo di mettersi a gridare. La moglie per prima, il bimbo per ultimo, mentre giocava al computer nella cameretta. Un taglio netto all’altezza della giugulare, una cosa scientifica, di ammirevole precisione. I suoi studi giovanili di medicina erano serviti a qualcosa, dopotutto. Solo la ragazza aveva intuito quello che stava per accadere e aveva scartato brevemente di lato, ma lui l’aveva subito bloccata con il braccio sinistro, tappandole la bocca e affondando il colpo. Era caduta come un sacco vuoto, spruzzando sangue come una fontana, ma con le ultime forze aveva cercato di salvarsi strisciando via. Lui l’aveva seguita battendo le mani e fingendo di incoraggiarla: “Stai uscendo, cara?” le aveva chiesto premuroso, “cerca di non tornare tardi, non farci stare in pensiero!”, e aveva continuato con questo tono fino a che lei non si era accasciata a testa in giù sul tappeto, le braccia larghe in segno di resa. Di sicuro non avrebbe mai più detto a nessuno che lui era un fallito.

Ora toccava al salotto. C’era davvero tanto da fare! Alcuni schizzi di sangue avevano imbrattato le fodere nuove del divano. Valutò il danno con sguardo critico e cercò di ricordare quello che aveva letto pochi giorni prima su una rivista specializzata a proposito delle macchie di questo tipo. Le parole gli tornarono alla mente senza sforzo: Prima immergere la zona in acqua fredda, poi in una miscela di 5 cucchiai d’acqua, uno di acqua ossigenata e mezzo cucchiaio di ammoniaca. Sorrise, orgoglioso di sé: la sua memoria eccezionale non lo aveva mai tradito. Si mise subito al lavoro, volenteroso e determinato come non mai. Tolse il rivestimento, riempì una bacinella e preparò la miscela, poi seguì meticolosamente le istruzioni. In poco più di mezz’ora aveva finito di ripulire tutte le macchie. Soddisfatto, si guardò intorno per valutare i risultati della sua fatica, e il suo sguardo cadde su un giocattolo che era finito chissà come sotto una poltrona. Un’ombra di disappunto passò sul suo viso. Un po’ gli era dispiaciuto per il bambino: dopotutto era l’unico che avrebbe continuato a portare il suo nome, e queste, pensò, sono cose che contano nella vita, ma risparmiarlo.. non avrebbe capito, si sarebbe sicuramente spaventato e avrebbe cominciato a gridare. Sarebbe accorsa gente, e poi la polizia. E lui non avrebbe avuto il tempo di pulire. No, meglio non correre rischi. Per di più, non era mai stato sicuro al cento per cento che fosse davvero figlio suo. Non aveva i suoi occhi, e gli occhi, lo diceva sempre la sua povera mamma, sono lo specchio dell’anima e non mentono mai.

Un rumore alla porta d’ingresso lo fece irrigidire. Chi poteva essere a quell’ora di sera? Si avvicinò alla porta con cautela, il rasoio che teneva in tasca già aperto e pronto all’uso. Nell’udire il ritmico raspare del gatto della vicina, si concesse un largo sorriso e, completamente rilassato, rimise in tasca il rasoio socchiudendo leggermente la porta. Il gatto si infilò dentro ronfando, come faceva quasi ogni sera, e si diresse verso la cucina. Si soffermò un attimo accanto al cadavere della donna emettendo un breve miagolio interrogativo, poi si precipitò sulla scodella, che lui aveva già riempito fin dal primo pomeriggio.

Lo guardò ingozzarsi con profondo piacere. “Chissà se in carcere me ne faranno tenere uno..” pensò poi corrucciato.

La galera non lo spaventava: aveva passato la vita in un luogo ben peggiore di quello! A pensarci bene, c’erano anche dei vantaggi: non avrebbe dovuto lavorare, avrebbe avuto tempo per fare tutto quello che voleva. E in fondo, non aveva sempre desiderato che qualcuno si curasse di lui?

Stava già pensando al punto di colore che avrebbe scelto per le pareti della cella, quando il suo sguardo si posò sull’orologio a muro. Già le quattro! Doveva affrettarsi, altrimenti non ce l’avrebbe fatta a ripulire l’appartamento prima dell’arrivo della polizia. Non voleva che fosse la domestica a dare l’allarme, voleva essere lui a chiamarli. Si sarebbe costituito spiegando i motivi del suo gesto, li avrebbe condotti in giro per la sua casa linda in modo impeccabile, con l’orgoglio di chi non deve vergognarsi di nulla, e forse (ma per il momento era solo una speranza) li avrebbe convinti della necessità della sua condotta. Sì, forse qualcuno di loro sarebbe arrivato a comprendere..

Lavorò alacremente nel bagno per quasi un’ora, poi tornò in cucina per recuperare uno straccio pulito. Prima nella fretta gli era sfuggito, ma ora notò subito i bicchieri sporchi nel lavello e i coltelli mancanti dalla rastrelliera. Una scoperta che soltanto ieri lo avrebbe fatto infuriare, ma che nella nuova situazione, notò con piacere, non lo toccava più di tanto. Decise comunque di soprassedere e di terminare il lavoro che aveva iniziato.

Tornando verso il bagno si fermò in salotto, perplesso. Gli parve che ci fosse qualcosa che non andava, qualcosa fuori posto. Fece un rapido inventario degli oggetti che aveva pulito e di quelli che non aveva toccato. Tutto sembrava tornare alla perfezione. Eppure.. Si concentrò sul divano, di nuovo perfettamente smacchiato, poi sul tappeto, che aveva deciso di lasciare per ultimo nella lista dei lavori da fare. Era sempre lo stesso prezioso manufatto di cui andava tanto fiero, con il suo sofisticato disegno a losanghe e quelle brutte macchie da togliere a tutti i costi, ma adesso c’era una differenza che non sapeva spiegare, come una sensazione di vuoto, una mancanza che..

Sentì la lama gelida penetrargli tra le vertebre del collo, con un rumore come di un elastico che si spezza.

“Angela?” riuscì a dire con voce impastata. “Sono qui, papà” rispose una voce sorda alle sue spalle.

Il suo ultimo pensiero fu per la camera del bambino, ancora tutta da ripulire.