CONDIVIDI

Alla fine del 2016 ci eravamo dilettati con il calendario Pirelli (e se ve lo siete persi, cosa a dir poco imperdonabile, potete rimediare cliccando qui: più sobrio, più austero, in breve più noioso che mai. Ebbene, evidentemente Cooper Hefner, figlio appena venticinquenne del ben più celebre Hugh, è un accanito lettore della sottoscritta: è infatti notizia di pochi giorni fa che Playboy, leggendaria rivista nata nel 1953 con l’eloquente sottotitolo di Entertainement for Men, tornerà, squillino le trombe, a pubblicare foto di fanciulle discinte.

A questo punto, nelle menti dei meno attenti potrebbe sorgere qualche dubbio: ma come, il magazine che ha dato alla luce le conigliette aveva smesso di celebrarle in tutto il loro splendore? Ladies and gentlemen, benvenuti nel castigatissimo universo politically correct, dove potrete decidere ogni giorno se sentirvi più uomo, più donna o più scimmia, ché con Sanremo ormai va di moda, ma dove mostrare la bellezza è un oltraggio al pudore. Il delirio collettivo è stato tale da approdare anche nella redazione di Chicago: le vendite vanno male? Colpa delle modelle, ovvio. I porno di ogni genere e qualità gratis su Internet, il livello sempre più scadente di fotografie e articoli – perché, è bene ricordarlo, su Playboy un tempo ha scritto gente del calibro di Stephen King -, mica c’entrano. E allora al bando ogni lascivia, poco importa se le immagini delle precedenti edizioni oggi potrebbero essere esposte in qualche galleria tanto erano belle.

Indovinate il resto della storia: un anno passa, eppure di impennate nelle vendite neanche l’ombra. Dov’è il problema? Dietrofront, si torni al nudo: epperò che non sia offensivo, che dalla femminista esagitata alla manifestazione di piazza è un attimo. E allora ribadiamo l’ovvio, ma mi raccomando, scriviamolo con un hashtag che fa tanto Millennials, casomai decidessero di investire le loro misere paghette in qualche pagina patinata: Naked is normal, il nudo è normale. E per stare sicuri lanciamo pure una campagna, Free the nipple: viva l’allattamento in pubblico, quanto di più naturale e tenero e umano ci sia.

Tutto giustissimo e bellissimo, ma caro Cooper, te lo dico da coetanea: pensi davvero che questa mossa risolleverà l’azienda di famiglia? Il Playboy dei tempi d’oro era arte, erano lustrini, erano eccessi: e meno male, ché altrimenti tanto valeva comprarsi un atlante di anatomia. Il rimpianto di noi figli degli Anni Novanta per quell’epoca che abbiamo solo intravisto riguarda proprio quei lustrini, quella leggerezza, quel divertimento. Che era molto più autoironico di quanto si possa immaginare oggi.

Ma soprattutto, caro Hefner Jr.: leggo da Wikipedia che Playboy era solito dedicare un’intervista mensile a qualche personaggio celebre. Un sunto dei più noti, e perdona il copia e incolla: Miles Davis, Jimmy Carter, John Lennon, Fidel Castro, Ayn Rand, Vladimir Nabokov, Gabriel García Márquez, Allen Ginsberg, Malcolm X, George Lincoln Rockwell, Kurt Vonnegut, Bertrand Russell, Salvador Dalí, Martin Luther King Jr., Jean-Paul Sartre, George Wallace, Cassius Clay, Madalyn Murray O’Hair, Orson Welles, Ralph Nader, Arthur C. Clarke, Yasser Arafat, Steve Jobs, Stephen Hawking, Larry Ellison, Shintaro Ishihara, Robert De Niro, Carl Sagan e Barbra Streisand. Roba da farci un libro, come infatti è stato.

Qualità e bellezza. Mente e corpo. Cervello e tette. Quella rivista era rivoluzionaria perché affiancava a meraviglie nel senso più estetico meraviglie della letteratura, dello sport, della musica, delle scienze. Ben poco di normal, molto di entertainement: e così deve essere, perché in tutta franchezza, quando sono in cerca di normalità mi basta prendere la metro per saziare la mia sete. Se compro qualcosa che promette conigliette, ebbene, che ci siano, e che siano pure fantasiose, colorate, divertenti. Casomai, per conquistare più pubblico prova, caro Cooper, a infilarci qualche coniglio maschio, che è risaputo che noi ragazze leggiamo di più. E, soprattutto, per la stessa ragione: torna agli articoli di qualità di una volta, quelli che hanno raccontato le trasformazioni sociali, le rivoluzioni, l’estetica, la politica. Vedrai che in questo modo qualcuno in edicola ci torna.

CONDIVIDI
Articolo precedenteBauli del clan e welfare state
Articolo successivoVa dove ti pare
Francesca Berneri

Francesca Berneri nasce a Cremona il 23 marzo 1990. Si dedica allo studio delle relazioni internazionali all’Università di Pavia, dove consegue la laurea magistrale nel 2014. Sempre a Pavia, ha l’opportunità di approfondire i suoi interessi grazie allo IUSS e al Collegio Ghislieri. Nel frattempo, frequenta la Beijing Language and Culture University e l’Institut d’Études Politiques di Bordeaux, dove impara ad affrontare, rispettivamente, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi.
Ama l’arte, i viaggi, il cinema e la letteratura; si diletta di fotografia, e come dice Steve McCurry, in un mondo dove niente sembra durevole vorrebbe riuscire ad essere “part of the conversation”.