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Era uscito di casa senza un motivo preciso, seguendo un impulso a cui non aveva saputo resistere. Come se qualcun altro avesse deciso al posto suo, come se…

«Al diavolo, perché no?» si disse, un po’ stupito dalla veemenza con cui le sue lunghe gambe stavano trascinandolo giù per le scale, «dopotutto un po’ d’aria buona non mi farà male».

Fuori dal portone la tramontana gelida lo sferzò alla schiena, facendolo roteare un paio di volte su se stesso e proiettandolo nella direzione opposta a quella verso la quale avrebbe voluto dirigersi.

Ridacchiò imbarazzato. «Ma che cazzo» borbottò, prima che una manciata di foglie secche portate dal vento gli riempisse la bocca togliendogli il fiato e facendolo annaspare per alcuni secondi. Si riprese a fatica, tossendo e sputacchiando qua e là, ma senza perdere mai il passo, come se le sue gambe avessero acquisito una loro bislacca autonomia rispetto alle altre parti del suo corpo.

Torcendo il collo all’indietro, riuscì a scorgere le luci del suo bar preferito allontanarsi sempre più da lui. Volle chiedere aiuto ai rari passanti che lo sfioravano senza alzare lo sguardo, ma non riuscì a trovare le parole giuste. Del resto, come avrebbe potuto spiegare quello che gli stava succedendo se nemmeno lui riusciva a comprenderlo? Nel frattempo, la sua corsa a rotta di collo giù per le ripide stradine del paese continuava inarrestabile. Si sentiva come guidato da una mano invisibile che ora sembrava tenerlo per la collottola, ora lo spingeva in avanti percuotendolo con colpi secchi tra le scapole, ora lo rintronava con fastidiosi scappellotti che gli si abbattevano all’improvviso sulle orecchie paonazze per il gelo.

«E che cazzo…», ripeté per la terza o quarta volta, sconcertato da tanta ruvida insistenza. Gli sembrava di non ricordare più altre parole oltre a quelle, che sua madre avrebbe sicuramente trovato molto triviali, e continuava a ripeterle in modo ossessivo ogni volta che si rendeva conto di non essere più padrone dei propri movimenti.

Aveva già superato di slancio la piazza principale, e ora si stava precipitando verso il giardinetto pubblico, oltre il quale si ergevano i severi edifici scolastici che avevano funestato la sua prima infanzia. Schivò con destrezza i giochi per bambini con un agile slalom di cui fu il primo a stupirsi e fu subito sul largo viale che aveva conosciuto le sue prime ribellioni infantili. Il ricordo degli scappellotti materni, così simili a quelli che la mano invisibile continuava ad appioppargli, lo assalì con una chiarezza dolorosa.

«Mamma» biascicò, «ma che ca…».

Un ceffone più forte degli altri lo proiettò verso il monumento ai caduti, su cui spiccava in caratteri dorati la lista dei morti ammazzati nelle due guerre. Notò en passant che il suo cognome compariva diverse volte nell’elenco e rivolse un rapido saluto postumo ai suoi sfortunati predecessori. In fondo, pensò confusamente mentre superava il monumento a tutta velocità, “la loro sorte non è stata tanto diversa dalla mia. Loro, poveri diavoli, li hanno sbattuti al fronte senza misericordia, a farsi massacrare inutilmente, ma io? E’ tutta la vita che vengo sballottato da una parte e dall’altra contro la mia volontà, senza poter mai scegliere. E senza nemmeno il conforto di una fine gloriosa… A pensarci bene, non c’è proprio niente di strano in quello che mi sta capitando questa sera. Niente che non mi accada già ogni dannato giorno, miseria ladra!”

Nonostante cercasse di dare ai suoi movimenti involontari una parvenza di normalità (di tanto in tanto si ravviava i capelli con finta disinvoltura e si aggiustava il nodo di una inesistente cravatta), si rendeva conto con crescente timore che il suo incedere stava assumendo le caratteristiche di una vera e propria corsa a perdifiato. Strano che nessuno lo notasse, non gli rivolgesse una parola o un semplice saluto. Possibile che non conoscesse nessuna delle persone che incrociava nella sua frenetica discesa a valle? Dove erano finiti quegli insopportabili paesani che ficcavano continuamente il naso nelle sue faccende, che gli facevano le domande più stupide o cercavano di attaccar bottone nei momenti meno opportuni? Si accorse di desiderare ardentemente che uno di quei bifolchi, magari il più zotico e ignorante del mazzo, vedendolo in così evidente difficoltà, lo bloccasse là, in mezzo alla strada, e con un pretesto qualsiasi lo prendesse sottobraccio per farsi offrire un cicchetto nella bettola più sudicia del paese. Sentiva che avrebbe accettato con straripante entusiasmo la sua proposta, che avrebbe amato senza riserve il suo alito pestilenziale, che si sarebbe beato delle sue chiacchiere insulse, che…

Ma nessuno lo fermò, nessuno lo degnò di uno sguardo mentre scivolava via verso il nulla. Ebbe come una specie di vertigine, e, essendo un tipo piuttosto tradizionale, si vide passare davanti in un attimo tutta la sua vita di merda: gli stenti e le fatiche di mamma, le botte e gli urli, quello stronzo di suo padre che se ne andava di casa, i primi furtarelli, la scuola come una galera, il lavoro insulso che lo ammorbava, la storia con Nina, l’aborto e tutto quello schifo che era venuto dopo. E gli amici… bella roba: finiti per metà ubriachi al baretto e per metà in prigione. Che aveva fatto della sua vita, pensò con sgomento, dov’è che aveva cominciato a perdere il controllo, e perché continuava ad essere così solo?

La notte era intanto calata con il suo corteo di ombre, e le tenebre si facevano sempre più fitte. Non abbastanza, però, per impedirgli di scorgere in lontananza il lugubre profilo delle mura cimiteriali. Il suo cuore ebbe un balzo, e calde lacrime iniziarono a scorrergli sul viso. «Mamma…» guaì, «che mi combini, a’ ma’..!»

L’unica risposta fu il vento che sibilava fra gli alberi. Allora cominciò a gemere e ad urlare senza più controllo.

«Ma porca puttana, che t’ho fatto?» strillava, mentre le sue gambe frullavano senza posa e il nero cancello si faceva sempre più vicino. «Te la sarai mica presa per quello scherzo del ca.., per quella stupidata, vero?» Il vento si alzò con maggior rabbia.

Allora, con voce più calma e pacata, tentò la strada della riconciliazione. «Vabbé, scusa se t’ho fregato la dentiera mentre eri nella cassa, ma che te ne facevi dopo morta di tutto quell’oro, me lo dici, eh?».

Aveva sperato di sentirsi rifilare un altro ceffone, magari più forte degli altri, ma niente, nemmeno una schicchera. Qualsiasi cosa, pensò mentre il panico lo assaliva, sarebbe stata preferibile a quel silenzio ostile e opprimente che si sentiva pesare addosso come un macigno.

«A’ ma’, nun famo scherzi, peffavore…!» urlò verso il cielo, mentre cercava con tutte le sue forze di deviare i suoi passi e dirigerli verso una qualunque altra meta. Ma ormai era tardi: il grande cancello spalancato stava per inghiottirlo. Chiuse gli occhi e cercò invano di ricordare uno straccio di preghiera, ma con sua grande sorpresa, proprio un attimo prima di varcare la fatidica soglia, sentì le gambe compiere una brusca sterzata verso destra e continuare poi a filare diritto senza esitazioni costeggiando il muro perimetrale del camposanto, lungo una stradella mezzo sconnessa che dapprima piegava a sinistra e poi si inoltrava nella campagna deserta.

Capì di averla scampata. Non sapendo bene se ridere o piangere, attaccò a starnutire fin quasi a perdere conoscenza. Quando poté riaprire gli occhi gonfi di lacrime, si guardò intorno e osservò il paesaggio che gli si apriva davanti. L’oscurità si era infittita, ma si riuscivano ancora a scorgere le ombre di alcuni alberi stenti e di qualche basso cespuglio mosso dal vento. Nessuna casa, nessuna luce in vista. Si indovinava però, da lievi rumori e da una diversa qualità dell’aria, la presenza dell’acqua tutto intorno. Realizzò che si trovava nella zona paludosa ai piedi della collina, un luogo dove aveva scorrazzato tante volte da bambino e dove più tardi, da buon adolescente arrapato, soleva infrattarsi con le pischelle più sveglie del borgo. Cercò di capire dove si trovava, ma la notte lo avvolgeva come un guanto, togliendogli ogni punto di riferimento. E poi, pensò con amarezza, a che mi serve sapere dove sto se non sono padrone delle mie gambe? Allora rinunciò a lottare, e lasciò che le sue estremità ribelli lo conducessero dove diavolo volevano.

Dopo un lungo vagabondare nell’oscurità, il sentiero sembrò dissolversi per dar luogo ad una radura di forma vagamente circolare. Le sue gambe lo trasportarono al centro di questo cerchio approssimativo e si arrestarono di colpo.

La radura era delimitata dalle forme oscure dei cespugli. Uno di questi, proprio davanti a lui, attirò la sua attenzione. Gli sembrava diverso dagli altri, anche se non ne capiva il motivo. Si avvicinò con passo esitante, temendo che le gambe gli potessero giocare ancora qualche brutto scherzo, e si arrestò a un paio di metri da un oggetto che sulle prime non riuscì bene a distinguere. Poi lo mise a fuoco: era una piccola tenda da campo, che appariva lacera e rattoppata sotto la fievole luce della luna. Accanto alla tenda stava un uomo accovacciato, intento a rimestare con un cucchiaio dentro un pentolino. Era un vecchio rattrappito dentro un lurido giaccone senza forma, i capelli incolti, una cicca spenta tra le dita. Se ne stava lì a guardare il contenuto della pentola, e sembrava non essersi accorto affatto di lui. Mentre lo fissava, seppe con certezza che quello era suo padre.

Se l’era raffigurato tante volte, quel bastardo, ma mai in quel modo. Nella sua fantasia lo aveva visto come una specie di fascinoso avventuriero, come un donnaiolo impenitente e figlio di buona donna che non aveva paura di niente e di nessuno. Lo aveva immaginato libero come l’aria, spavaldo e sicuro di sé, e anche se non l’aveva mai perdonato per quello che aveva fatto, non aveva potuto impedirsi di provare per lui una sorta di nostalgica ammirazione. E ora poteva valutare con chiarezza la distanza paurosa fra ciò che gli stava davanti agli occhi e quello che la sua immaginazione gli aveva suggerito in tutti quegli anni.

«Ciao pa’…» mormorò, ma poi non seppe proseguire e rimase lì muto, tormentandosi le mani dietro la schiena, confuso da una vergogna a cui non sapeva dare un nome.

L’uomo girò lentamente il capo e guardò verso di lui. Dalla sua espressione era impossibile capire se lo avesse riconosciuto, e persino se avesse afferrato il senso delle sue parole.

«So’ io, so’ Riccardo, me riconosci?» riuscì ad aggiungere con grande sforzo.

L’espressione dell’uomo non cambiò, e i due se ne stettero immobili a guardarsi senza parlare per un tempo interminabile.

Sentì che sarebbe toccato ancora a lui rompere quel silenzio.

«C’hai mica ‘na sigaretta, pa’, tante volte..?» Buttò là. E fu l’unica cosa che gli venne da dire.