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Eppure le sentivi le mie ossa scricchiolare sotto il peso del tuo corpo.

Io come pezzi di cristallo, neanche un graffio sulla tua pelle.

La tua lingua grassa sulle mie sopracciglia folte, il tuo sorriso popolare e le tue puttane.

Io gialla come il limone e il sole della nostra terra, macchiata dal sangue del dolore.

Tu cura e causa delle mie ferite a pestare i piedi come arcate di contrabbasso.

Vanità e lotta, ed io ad aspettare.

Va dove ti pare.

Aggrappata alla tua schiena, ho distillato gocce di dignità in cambio di compassione e ho ricevuto elemosina di attenzioni, di cui mi nutrivo, in ginocchio, alle foglie delle tue grosse mani.

Immobile, schermata da vetri e colori, in attesa di imprimermi su di una tela.

Va dove ti pare.

Ti perdono.

Non posso fare altro. Ho solo una persona da amare. Sei tu, non certo io.

Mettimi piume di pavone fra i capelli e baciami gli occhi. E fammi ridere. Ancora. E poi ancora. Ancora una volta. Così che possa ricordarmi che anche io ho una bocca che può piegarsi verso l’alto non solo per gridare.

Trilli di violini le mie dite su di te; arpeggi di pianoforte, ascendenti e discendenti le tue gambe fra le mie, spingono.

Trombe funebri accompagnano il mio feretro nella processione ternaria, ma tu non ci sei.

Va dove ti pare.